Di Maio stretto tra Lega e dissenso. Stallo Autonomia

I due vicepremier: Luigi Di Maio e Matteo Salvini. M5s e Lega. Campagna elettorale
I due vicepremier: Luigi Di Maio e Matteo Salvini

ROMA. – La via stretta tra il dissenso interno e una Lega in costante ascesa nei sondaggi costringe Luigi Di Maio a passi prudenti nel governo e ad allentare tutti quei nodi che, a partire dall’Autonomia delle Regioni, accrescerebbero il malcontento interno. Anche perché i risultati del voto su Rousseau sul caso Diciotti certificano, nel Movimento, la nascita di una “minoranza” che tra i votanti vale il 41% e che chiede, con insistenza, un cambio di passo.

“Ma gli iscritti non sono più tutto il nostro elettorato”, è il mantra, ottimistico, che filtra nel M5S. Il day after del voto online sull’immunità a Matteo Salvini, insomma, ancora non vede tornare la luce sul Movimento. Nell’assemblea congiunta, Di Maio è venuto incontro alle istanze di una buona parte del gruppo parlamentare, aprendo con decisione ad una riforma dell’organizzazione del Movimento – con un team di esperti, divisi per territorio e temi – e a coalizione con liste civiche sul territorio.

“Ma potrebbe essere tardi, da qui all’estate deve passare la nottata”, è il messaggio che circola in Transatlantico dove aumenta il gruppo che chiede di derogare, per i consiglieri comunali e sindaci dei piccoli centri, il limite dei due mandati. E c’è poi chi, a partire da quel 41% che ha cliccato sul “no” all’immunità per il leader leghista, chiede un severo cambio di direzione del M5S al governo su alcuni temi cardine come l’immigrazione.

Lo fa, ad esempio, il presidente della Cultura Luigi Gallo, esponente ortodosso tra i più vicini al presidente della Camera Roberto Fico, rimasto invece in quasi-silenzio. La fumata quasi-bianca arrivata invece a Palazzo Chigi sul dossier decretone dà una spinta ad una delle misure cardine sul quale il M5S proverà il recupero: il reddito di cittadinanza. Ma su altri nodi, come Autonomia e Tav, lo scontro tra gli alleati è assicurato.

Di Maio, mai come in questo momento non può cedere. Salvini, pressato dall’elettorato del Nord e dai “suoi” governatori, non farà passi indietro. Un combinato disposto di piccoli passi e di rinvii, finora, appare l’unica via d’uscita per non dare ulteriore colpi al sodalizio giallo-verde. Con un’appendice: il timore, che circola nel Movimento, che Salvini ad un certo punto proponga l’allargamento della maggioranza a Fdi (e chissà se anche a un potenziale gruppo che fa riferimento a Giovanni Toti).

Ipotesi ancora remota che tuttavia potrebbe riaffacciarsi con il possibile assottigliarsi della maggioranza a Palazzo Madama: anche perché la permanenza delle senatrici Elena Fattori e Paola Nugnes nel M5S è appesa a un filo e, in caso di voto dissenzienti sul caso Diciotti, i vertici del M5S molto probabilmente interverranno. “Valuteremo”, spiega il ministro Riccardo Fraccaro.

Il giorno del sì a Salvini in Giunta è anche quello del ritorno di Beppe Grillo a Roma in un contesto dove forti sono i rumors di un suo dissenso con Di Maio. Chi lo ha sentito, in queste ore, non lo descrive di buon umore. Grillo non riceve nessuno per l’intero pomeriggio, se non Max Bugani, uno degli “uomini” dell’associazione Rousseau. Poi va al Brancaccio per il suo show, dove lo attende un gruppo di contestatori. “Qui siamo a un punto di svolta, o è una ripartenza o comunque abbiamo fatto la storia”, è la riflessione di chi, in queste ore, ha avuto modo di sentire il Garante.

(di Michele Esposito/ANSA)