Tregua armata Salvini e Di Maio, ma per Ue sarà battaglia

I due vicepremier: Luigi Di Maio e Matteo Salvini. M5s e Lega. Campagna elettorale
I due vicepremier: Luigi Di Maio e Matteo Salvini

ROMA. – La tregua armata M5S-Lega sul voto sardo. La sconfitta del M5S è un colpo in fondo previsto, dalle parti del M5S, che però ripiomba nel caos ad una manciata di giorni dalla sconfitta in Abruzzo. E il malumore della base ormai si trattiene a fatica laddove Luigi Di Maio tenta di rilanciare la sua leadership accelerando su alcune svolte epocali che vuole imprimere al Movimento: sul blog, nel giro di pochi giorni, gli iscritti voteranno l’istituzione dei referenti locali fulcro della nuova organizzazione, l’apertura a liste civiche e la deroga ai due mandati per i consiglieri comunali. Il flop facilita la riforma del Movimento, è il mantra, ottimistico, che si respira ai vertici pentastellati.

Anche dalle parti della Lega, quella in Sardegna è una vittoria che induce alla riflessione. E, forse anche per questo, se per Di Maio è quasi naturale blindare il governo, Matteo Salvini, sceglie toni bassi, assicura al pari del leader M5S che gli equilibri del governo non cambieranno e confida ai suoi come la strada sia quella giusta. Con un’appendice, tuttavia, che serpeggia all’indomani del voto sardo: senza l’apporto dell’intera coalizione di centrodestra la Lega, al momento, potrebbe non avere l’autonomia della vittoria. E forse è pure questa riflessione a frenare eventuali fughe in avanti leghiste.

Il voto in Basilicata – sebbene il M5S abbia cominciato a puntarci con decisione – potrebbe sorridere una volta in più al centrodestra e alla Lega, prima della sfida madre delle Europee. Una sfida per la quale, nel M5S, è scattato il piano di emergenza. Conservare il 25% che, secondo i sondaggi, i Cinque Stelle rastrellano in tutto il Paese è al momento l’obiettivo principale – e massimo – che i vertici sembrano darsi in vista del voto del 26 maggio. Anche perché, a taccuini chiusi, la definizione del voto sardo non ha sfumature: anche se era nell’aria, “è stata una debacle”.

Il tema che emerge, in queste ore, è un cambio della comunicazione della linea movimentista. La sindrome di schiacciamento filo-leghista vede concordare un numero via via maggiore di parlamentari e l’esigenza, anche dalle parti dei vertici, è ora recuperare i toni sobri, moderati, che permisero a Di Maio il salto oltre il 30% alle Politiche. Il tempo stringe e, se non ci sarà un cambio di passo, nel mirino potrebbe finire anche quella stessa leadership di Di Maio al momento contestata da una ristrettissima maggioranza.

“Nugnes affronti e sfati la profezia di #Fassino: si candidi lei per guidare il M5S. Non abbiamo bisogno di picconatori ma di visione e proposte”, è la provocazione che Sergio Battelli lancia a Paola Nugnes, tra le più critiche assieme a Elena Fattori ormai da settimane.

I vertici, però guardano avanti. Ad una riorganizzazione da finalizzare già nel voto in Emilia-Romagna o anche in quello piemontese. Ad un attivismo civico che, come afferma Danilo Toninelli, è destinato a diventare dirimente. E, in questo senso si punterebbe a rendere obbligatorio, per chi si candida alle parlamentarie, almeno un mandato da consigliere comunali. La ripartenza, è la convinzione di Di Maio e Davide Casaleggio, va ricostruita dal basso.

(di Michele Esposito/ANSA)