Grazia Giordano, una vita vissuta con passione

MADRID – Parlare di femminismo nei “salotti bene” è facile. Difficile è invece praticarlo nella quotidianità, trasformarlo in un modo di vita.  E’ quello che ha fatto Grazia. Una vita irrequieta, mai monotona, sempre stimolata dalla curiosità e dal desiderio di sperimentare nuove emozioni.

– Sono nata in un piccolissimo centro della provincia di Napoli – ci dice -. Ricordo che andavo a prendere il latte alla stalla. Mi è rimasto impresso il cattivo odore! Tant’è così che non bevo latte; non lo bevo ancora oggi, ai miei 45 anni. Allora si bolliva per pasteurizzarlo. Era per me un qualcosa di terribile. Appena potuto, mi sono ribellata. Quando sono stata in grado di dire “basta, non ne voglio più”, l’ho fatto. Avevo sedici anni.

 

Definisce il contesto in cui ha trascorso la sua infanzia “abbastanza rustico e rurale”. Da qui, forse, l’esigenza di allontanarsi dall’ambiente provinciale, di lasciarsi alle spalle l’atmosfera soffocante del paese, per sperimentare le emozioni che offrono le grandi città.

– Il mio sogno iniziò a 6 anni – confessa -. Ebbi modo di assistere ad una sfilata di moda a Castellamare di Stabbia con mia zia. Fu allora che decisi. Mi dissi: “Da grande voglio fare la modella”. Ebbi la fortuna di crescere, di “stirarmi”, di diventare alta. Ci sono riuscita.

Commenta che per diventare modella non basta sognare, è indispensabile avere caratteristiche fisiche ben precise; caratteristiche che ancora conserva.

– Ho iniziato a 14 anni – ricorda -. Le prime sfilate le feci a Napoli. Poi, riuscii a trasferirmi a Roma e quindi a Milano.

– 14 anni, un’età a cavallo tra l’infanzia e l’adolescenza. Si inizia sempre così presto?

– All’inizio erano sfilate senza importanza – precisa -, di quelle che si fanno nei paesi.

– Hai dovuto studiare? Hai frequentato istituti “ad hoc”?

– Ho fatto un corso di portamento – ammette per subito affermare che a suo avviso quella di indossatrice “è una professione per la quale devi essere portata”. Ci dice, quindi, che a livello professionale ha iniziato a Roma. Un po’ tardi. La ragione? Il matrimonio.

– Ho avuto la brillante idea di sposarmi a 19 anni – ci dice -. Allora essere una modella era mal visto. I miei genitori non ne volevano sapere.  Sai, la mentalità del paesino: “Ti devi sposare e avere famiglia”.

Ma andiamo con ordine. Prima del matrimonio, si era iscritta alla Facoltà di Sociologia. In realtà avrebbe voluto studiare giornalismo o psicologia. Ma, per farlo, si sarebbe dovuta trasferire a Roma e immatricolare in un’Università privata dal momento che in quelle pubbliche non c’erano queste facoltà. Impossibile. La sua famiglia era molto umile. Alla fine scelse Sociologia, consigliata anche dai professori della sua scuola.

– Dove?

– A Napoli. E finalmente sono uscita dal paese.

Confessa che sempre ha studiato con piacere e che il suo rendimento era eccellente. Tanto che se un giorno non voleva andare a scuola, la madre non ne faceva un problema. Semplicemente le diceva: “Allora, non andare”. Prima dell’Università, aveva studiato nell’Istituto Alberghiero di Stato di Vico Equense. Racconta che per recarvisi doveva prendere il treno che andava da Napoli a Sorrento, la linea circumvesuviana. Sua madre l’accompagnava alla stazione. Però, la strada del ritorno, dalla stazione a casa, la faceva sola. Erano quasi due chilometri che percorreva a piedi.

– Fin da piccola – prosegue – mi sono mossa da sola. Ricordo quando andai a Roma la prima volta. Avevo appena 13 anni. Mia madre mi mise sul treno, accanto ad una famiglia. Dovevo andare da mia zia che non sapeva neanche che sarei arrivata. Ero sola. Scesi dal treno e presi l’autobus. Quando mia zia mi vide arrivare le venne quasi un infarto. Fuor di sé per la rabbia chiamò mamma al telefono. “Tu la mandi sola!”, le urlò. E mia madre rispose semplicemente di stare tranquilla. Non mi sono mai spaventata di nulla. Frequentare l’università, a Napoli, non rappresentò un problema. Napoli, per me, era la grande metropoli, la grande città. Ho frequentato solo un anno di università, poi mi sono sposata. Mio marito era un giocatore di calcio e per seguire lui ho lasciato tutto.

Un matrimonio che purtroppo non è durato molto. Dopo il divorzio, decide di intraprendere nuovamente la carriera di modella. Si trasferisce prima a Roma, poi a Milano.

– Hai continuato ad inseguire il tuo sogno.

 

Si sofferma. Vaga nei ricordi.  La memoria la trasporta negli anni in cui a volte andava a letto senza mangiare, in cui i sacrifici misero a prova il suo desiderio di trionfare.

– Ebbi la fortuna di conoscere un ragazzo che mi aiutò – ci dice -.  Potetti mettere da parte qualche soldo per presentarmi a un’agenzia di modelle. Mi mandarono a Milano a fare delle foto che mi costarono tre milioni di lire. Stiamo parlando del ‘97. Era una somma enorme. Quelle foto mi diedero la possibilità di cominciare a lavorare di nuovo. Iniziai a partecipare in sfilate sempre più interessanti. La più importante la feci a Piazza di Spagna, per la collezione Gucci.

Fu anche la chiusura della sua carriera; una carriera, ammette, molto corta.

– Se non avessi smesso a 14 anni – ricorda senza nascondere un po’ di nostalgia – forse sarebbe stata un’altra cosa. Ma non importa, va bene anche così.

– Come mai hai lasciato la carriera. E’ stata una decisione tua?

– Nella moda c’è un tempo… – spiega – Ora forse è diverso. Quando io sfilavo non me ne rendevo conto. Adesso, sì. Non mi identifico con le ragazze che modellano.

– In che senso…

– Ad esempio, nelle pubblicità – precisa -. Io ne ho fatta tanta. Se la protagonista della pubblicità di una crema antirughe è una donna oltre la trentina, io che ho 45 anni ci credo. Ma se è una ragazzina di 20 anni, non riesco a identificarmi col messaggio. La stessa cosa mi accade quando assisto alle sfilate di moda. Le vedo così giovani, anche se sono truccate per apparire più grandi. All’epoca pensavo che fosse normale… per la freschezza del corpo, della pelle. Adesso che sono una donna, e non più una ragazzina, non riesco a identificarmi con loro, non mi appaiono vere. Tra l’altro, le persone che indossano questi capi, devono avere un potere economico non indifferente. Non è il potere d’acquisto di una ragazzina di quell’età.

– Non potevi capire, non ne avevi l’età…

– A parte la mia passione, era comunque un lavoro – ci dice quasi volendosi giustificare -. Ho sempre detto che la modella è un manichino. Ricordo che in un casting, non ti potrei dire dove o di quale stilista, c’era un decalogo: i 10 comandamenti della modella. Quel che mi rimase più impresso fu: “la modella è un manichino. Il suo corpo non le appartiene”. Ed è vero. Non puoi reclamare. Se ti dicono di indossare un capo, devi farlo. Acquisisci una percezione particolare del corpo. Non hai più pudore. L’ho notato quando ho lavorato in pubblicità. Mi dicevano di indossare un abito e io non chiedevo dov’era il camerino. Era normale spogliarmi e vestirmi davanti ad altri. Molti se ne meravigliavano perché non venivano dal mondo delle passerelle. Nelle sfilate devi uscire in due minuti, devi cambiare abito velocemente, non badi a chi sta attorno a te. Ho fatto anche l’intimo. Nuda completamente. A livello professionale non puoi perdere tempo su certe cose. Io non ho pudore. Spesso dicevo che mi spogliavo per lavoro e mi vestivo per sedurre. Entrai in una mentalità per la quale la società non è preparata.

Conserva il corpo della modella; un corpo che, siamo sicuri, farebbe invidia a qualunque adolescente. Gracile, snella, delicata, nei suoi gesti, nell’espressione del volto, nel sorriso è impossibile non apprezzare un’eleganza naturale, spontanea.

– Sei stata anche in Inghilterra, a Londra. Come mai?

Sorride.

– Da Roma andai a sfilare a Milano e da Milano tornai a Roma – spiega -. Ad un certo punto, mi dissero che ero troppo adulta per la passerella. Tornai a Napoli. Mi sono trovata improvvisamente a 27 anni senza un lavoro e senza un titolo di studio.

Fu così che, parlando con persone conosciute in discoteca, decise di andare a Londra. Voleva approfondire la sua conoscenza della lingua.

– L’esperienza di Londra la consiglio più di quella del militare – commenta -. Specialmente nella ristorazione. Appena arrivi a Londra ti rendi conto che, pur avendo studiato l’inglese durante otto anni a scuola, non sai proprio nulla. Prima mi dicevano che parlavo molto bene l’inglese. Forse… ma a Londra ero un disastro. La prima volta che mi feci coraggio e cominciai a parlare con un inglese, è stato dopo una birra. A Londra, ho cominciato a lavorare in un ristorante. Friggevo le patate. Proprio così, stavo in cucina a friggere patate. Dopo una o due settimane fui trasferita al “runner”: portavo i piatti dalla cucina alla sala dove i camerieri, poi, li prendevano per servirli ai clienti, con i quali non avevo alcun contatto. Ho fatto tutta la gavetta. Poco dopo mi reclutarono in un locale che aveva vinto il premio come miglior ristorante di Londra. Era di altissimo livello. Ci sono rimasta 4 o 5 mesi, non ricordo bene, fino a quando decisi di emigrare in Spagna.

La spinta per un nuovo cambio la ricevette grazie ad un’offerta di lavoro. Doveva trasferirsi a Madrid. Non ci pensò due volte. In quell’azienda che l’aveva contrattata, però, rimase solo un anno.

– Se non mi trovo bene in un posto vado via – afferma -. Sono convinta delle mie capacità. Sarà perché ho fatto tanti lavori e non mi sono mai persa d’animo. C’è sempre tanto da imparare. Le persone hanno fiducia in me. Se mi offrono un lavoro nel quale non ho esperienza, è perché credono in me. Ed allora mi dico: “Dimostriamo di saperlo fare”. Questo mi ha permesso di crescere professionalmente in vari settori. Si acquisiscono capacità che poi risultano utili. Ad esempio, nel 2001, lavorando a Londra come cameriera, dissi a me stessa che mai più avrei fatto quel lavoro perché è molto duro. Dopo 18 anni, mi è stato offerto di dirigere un ristorante, “Sottosopra”. Proprio perché ho fatto la gavetta, oggi so come gestire il personale. Ho trascorso un mese studiando ogni persona che lavora nel ristorante. E’ stato utile per comunicare con ognuno. L’importante è sapere cosa vuoi ottenere da loro.

Racconta che a Madrid, nell’azienda che l’aveva contrattata, si trovò molto bene anche se l’ambiente di lavoro era un po’ maschilista. Le ragazze impiegate erano tante ma nessuna svolgeva un ruolo di responsabilità fuorché lei. E ciò alimentò tante speculazioni. Sul suo conto dissero di tutto.

– Si fecero insinuazioni, ci fu chi inventò una mia presunta relazione con il Direttore – commenta –. Non resistetti. Andai via e decisi di aprire un mio show-room a Madrid.

E’ andò benissimo, fino a quando l’onda della crisi la travolse. Dopo quasi 11 anni fu costretta a chiudere, a voltare pagina ed iniziare una nuova tappa della sua vita

– Mi ero anche stancata – confessa -. A livello culturale non mi dava più soddisfazione. Mentre mi dedicavo allo show-room, svolgevo anche altri lavori. Ad esempio, quello di interprete per la Guardia Civile e per l’Interpol.

Non è mancata una breve tappa come attrice di cinema e di teatro.

– Mi è sempre piaciuto – assicura -. Mentre ero impegnata nello show-room, cominciai a studiare interpretazione e a lavorare come attrice per pubblicità. Ho fatto teatro, e partecipato ad un film indipendente.

I ruoli che le venivano offerti, a causa del suo particolare accento nel parlare, erano solo da straniera. Alla fine, sconfortata disse basta.

– Mai pensato di tornare in Italia?

– Ti dico la verità, quest’estate ci stavo pensando – confessa -. Mi sono trovata in un momento di crisi. Ma ho un figlio. Ha 12 anni. Da cinque anni sono separata dal padre, che vive a Madrid. Non potevo. Non me la sono sentita di lasciarlo. Ha un’età critica. Vive con il padre. Tra non molto gli nascerà un fratellino o una sorellina, non so. Starò qui, attenta alla sua reazione. Voglio essere presente. E poi mi hanno offerto questo lavoro nel “Ristorante Sottosopra”…

– Immagino che rappresenta un’esperienza nuova e, come lo sono tutte quelle che rappresentano un cambiamento, anche stimolante.

– Costruttiva senz’altro; è un’occasione di crescita – ci dice -. Io mi arricchisco. Richiede uno sforzo maggiore. Cresco apprendendo e dando. In un posto del genere non puoi solo ricevere. Devi anche dare. Si va a letto tardi e ci si sveglia presto. Devo dire la verità. Questo lavoro mi è stato offerto in un periodo particolare della mia vita. Avevo bisogno di rimettermi in gioco

– La scrittura è una tua passione. Ne vogliamo parlare?

– E’ la mia passione nascosta – sorride -. E in occasioni, mi provoca un po’ di confusione e smarrimento. Mi rendo conto che a volte scrivo in italiano pensando in spagnolo o viceversa, scrivo in spagnolo pensando italiano. Sto scrivendo un romanzo, ma sta ancora in alto mare. Avrò scritto un centinaio di pagine e non so se mai lo finiró. La storia che ho in testa è lunghissima. Non pretendo che piaccia a tutti.

Un romanzo, una promessa. Così come quella di averla presto tra i nostri collaboratori, convinti che riuscirà a sorprendere i nostri lettori e ad affascinarli.

Mauro Bafile

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