Lega blinda Siri, ma M5S lo attacca. Conte: “Decido io”

Il premier Giuseppe Conte, ai suoi lati i vice Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Governo
Il premier Giuseppe Conte, ai suoi lati i vice Luigi Di Maio e Matteo Salvini.

ROMA. – Il destino politico del sottosegretario leghista Armando Siri scuote profondamente l’alleanza di governo, al cui interno ormai si respira un clima di aperto scontro elettorale, a un mese dal voto europeo. Matteo Salvini lo difende a spada tratta ‘blindando’ il suo ruolo all’interno del governo. I Cinque Stelle, invece, continuano a chiederne la testa, non mollando un centimetro e ribadendo che non ci sarà “sulla legalità nessun dietrofront”.

Nel mezzo il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte che da un lato assicura che sarà lui a prendere la decisione finale, dall’altro fa sapere di aver bisogno ancora qualche giorno, annunciando che avrà un faccia a faccia con lo stesso Siri al suo ritorno dalla Cina.

Tutto fermo, dunque, sino al 29 aprile. Ma se la decisione finale non arriverà prima di domenica prossima, la polemica tra i Cinque Stelle e la Lega ha ormai raggiunto livelli mai visti prima, intersecandosi con l’altro fronte di scontro, quello sul decreto ‘Salva Roma’. Di prima mattina, dopo il durissimo scontro notturno in Consiglio dei Ministri, il sottosegretario agli Esteri, Manlio Di Stefano, alza il tiro chiedendo esplicitamente le dimissioni di Siri ma parlando anche di criminalità organizzata.

“Adesso – attacca Di Stefano – stiamo superando ogni limite, una difesa incondizionata che inizia a preoccuparci. Ogni giorno leggiamo dettagli che fanno tremare. Dalla corruzione alle mazzette, passando per legami con personaggi mafiosi”.

Un cenno alla mafia che provoca la reazione durissima del segretario federale: “Non accostate mai il mio nome e quello della Lega alla mafia. Chi parla di Lega – contrattacca Salvini – deve sciacquarsi la bocca perché con la mafia non abbiamo nulla a che vedere”.

In prima linea contro Siri anche Luigi Di Maio che chiede a Salvini “un ulteriore atto di fiducia”. “La Lega – aggiunge il capo politico 5S – dimostri la propria estraneità a questi fatti presunti allontanando Siri dal governo. Perché altrimenti io comincio a preoccuparmi”. Anche Danilo Toninelli pressa i leghisti osservando che “se Armando Siri facesse parte del M5s sarebbe già stato messo fuori dal governo, invece nella Lega continua a parlare”. Beppe Grillo, in una lettera al “Fatto” rincara le critiche al responsabile dell’Interno definendo Salvini un ministro “a sua insaputa”.

“Io ce la sto mettendo tutta – la replica del leader leghista – ma se Grillo ha qualche idea in più o ha i super poteri, il Viminale accoglie idee e proposte da parte di tutti”. Persino Silvio Berlusconi affila le armi contro Salvini, osservando che se non stacca la spina al governo diventa “corresponsabile di chi sta portando l’Italia al baratro”.

Scontro M5s-Lega anche sui migranti irregolari: Salvini dice che sono 90mila, cifra smentita dagli alleati che ricordano come nel contratto si parlasse di 500mila.

In mezzo a questo marasma di batti e ribatti, prende la parola, e soprattutto l’iniziativa, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Dopo aver fatto sapere che avrebbe parlato con Siri oggi, e incontrato al suo ritorno dalla Cina, decide di affrontare la questione davanti alle telecamere. Nel corso di una breve passeggiata dopo pranzo per un caffè fuori Palazzo Chigi, il premier mette i suoi paletti sulla vicenda, ribadendo che sarà lui a decidere dopo il faccia a faccia. Ma che per ora “nessuno può infangare il nome di Siri” per un avviso di garanzia.

“Lo ascolterò, lo guarderò negli occhi e prenderò le mie decisioni tenendo conto del principio di innocenza a cui come giurista sono molto sensibile. Tuttavia – sottolinea Conte – preciso che esiste un principio di etica pubblica, per cui è possibile prendere una decisione anche prima di una sentenza definitiva”. La replica di Salvini. “Io aspetto la magistratura. Siamo in un Paese civile dove non si è colpevoli o innocenti in base a un’occhiata. Né io né il premier – puntualizza – facciamo il giudice, l’avvocato o il magistrato”.

(di Marcello Campo/ANSA)