Ricchezza delle famiglie investita nelle case, Italia batte Germania

Un palo con un cartello "Vendesi". Sullo sfondo un palazzo di abitazioni. Mutui
Case in vendita.

ROMA. – La ricchezza delle famiglie italiane poggia ancora sul ‘mattone’. Nessun altro Paese destina agli immobili una fetta così alta di patrimonio. Un’altra porzione considerevole è conservata in depositi. Tipico atteggiamento da ‘formiche’, che, nonostante l’andirivieni delle crisi, non sembra passare di moda. E che nel confronto internazionale paga: l’Italia batte le altre grandi economie, anche se i divari si riducono e la situazione non è più così favorevole a livello pro-capite. Ma è comunque vinta la partita con la Germania.

Ad indagare su variazione e composizione del portafoglio degli italiani sono Istat e Banca d’Italia, che hanno firmato insieme un nuovo rapporto. Un’analisi ‘monstre’ che arriva a quantificare in quasi dieci miliardi la ricchezza delle famiglie, al netto dei debiti. Passività che non superano i 926 miliardi. Un ‘rosso’ molto meno profondo di quello che si osserva in altri Paesi.

Le case fanno la parte da leone, assorbendo circa metà della ricchezza (49%). Certo che prima del 2012 la quota era ancora più ampia (54%). In quell’anno “è iniziata l’ipertassazzione patrimoniale sugli immobili, tuttora in atto. Ma sarà certo una coincidenza”, scrive su Twitter il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa. Sull’erosione pesa sicuramente, lo evidenzia lo stesso studio, “la discesa dei prezzi sul mercato immobiliare”.

Sale invece il capitale fondato sulle attività finanziarie, sebbene ancora indietro rispetto ad altri ‘Big’. Ma nel 2017, ultimo anno per cui è disponibile l’aggiornamento, hanno fruttato 156 miliardi in più, compensando la perdite legate al valore delle ‘mattone’, nonché un aumento, seppure lieve, dei debiti. Un plus dovuto “alla dinamica positiva dei prezzi” relativi, in particolare, alle azioni.

E’ così che la ricchezza della famiglie alla fine del 2017, dopo tre anni di cali, è tornata a crescere. Ma allargando lo sguardo al passato, è evidente come si sia esteso il ruolo dei depositi (in cui finisce il 13% della ricchezza, era il 10% nel 2005), a scapito di azioni (dal 12% al 10%) e titoli (dall’8% al 13%). Tendenze che per il Codacons testimoniano come si investa “con estrema attenzione”, mossi da una sfiducia “alimentata da dissesti bancari e crisi finanziarie”. La pensa allo stesso modo l’Unione nazionale consumatori (Unc), secondo cui si preferisce “tenere fermi i risparmi in attesa di tempi migliori”.

Ma intanto quello che allarma i consumatori è la svalutazione del residenziale, da sempre, appunto, vera cassaforte degli italiani L’atteggiamento conservativo dell’Italia risente probabilmente del “ristagno ventennale dei redditi delle famiglie”. Di fronte allo stallo delle entrate, al blocco dei guadagni, la ricchezza accumulata, principalmente in abitazioni, risulta ‘extra large’, oltre otto volte superiore ai redditi, come non accade in nessuna delle altre realtà contemplate da Istat e Banca d’Italia, dagli Stati Uniti alla Francia.

A livello pro-capite, però, il primato è ormai svanito, l’America svetta. Tuttavia gli italiani battono ancora i tedeschi. Il rapporto fa anche il punto sulle imprese, banche escluse. La loro ricchezza nel 2017 è in cresciuta di 177 miliardi, anche grazie alla redditività dei brevetti.

Ma ancora più accentuato è stato l’aumento dei debiti, saliti a 200 miliardi di euro. Tuttavia il ricorso al finanziamento tramite titoli e prestiti viene giudicato “contenuto” nel confronto internazionale. Non a caso anche le società fanno perno sugli immobili, che coprono oltre un quarto del loro patrimonio. Insomma, non sembra poi esserci tanta differenza tra aziende e famiglie.

(di Marianna Berti/ANSA)