Consulta: “La prostituzione mai una scelta totalmente libera”

Alcune prostitute in via Salaria a Roma, durante i contolli della Polizia per contrastare il fenomeno della prostituzione.
Alcune prostitute in via Salaria a Roma, durante i contolli della Polizia per contrastare il fenomeno della prostituzione. ANSA/ CLAUDIO PERI /DBA

ROMA. – Prostituirsi non è mai una scelta totalmente libera. Per questo la Corte Costituzionale, nell’ambito dell’inchiesta escort, ha dichiarato non fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate dalla Corte d’appello di Bari sulla legge Merlin. E per questa ragione è dunque legittimo, e trova fondamento nella Costituzione, che lo Stato preveda e punisca il reclutamento e il favoreggiamento della prostituzione.

Secondo la Consulta anche nell’attuale momento storico, diverso da quello in cui fu concepita la legge Merlin, la scelta di “vendere sesso” è quasi sempre determinata da fattori -economici, sociali ma anche affettivi e familiari- che limitano e condizionano l’autodeterminazione dell’individuo. In questi casi il confine tra “decisioni autenticamente libere e decisioni che non lo sono” è spesso labile e sfumato.

Queste le motivazione con cui la Corte Costituzionale spiega perché a marzo sono state dichiarare non fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate dalla Corte d’appello di Bari sulla legge Merlin, nell’ambito del processo a Giampaolo Tarantini e Massimiliano Verdoscia sul caso delle escort presentate tra il 2008 e il 2009 all’allora premier Silvio Berlusconi.

I giudici di Bari, facendo propria l’istanza dei difensori dei due imputati, avevano deciso di sospendere il processo e di inviare gli atti alla Consulta per sottoporle i dubbi di legittimità, ammettendo come elemento di “novità”, rispetto al contesto in cui fu pensata la legge, l’esistenza oggi di una “prostituzione per scelta, totalmente libera e volontaria”, come quella esercitata dalle escort. E, come corollario di questa affermazione, non sarebbe quindi punibile “l’intermediazione”. Argomentazioni che però non hanno retto il giudizio costituzionale.

A oltre 60 anni dalla sua promulgazione, la Consulta salva la legge voluta da Lina Merlin che decretò la fine delle case chiuse. Secondo la Corte l’impianto della legge – che non configura la prostituzione come attività illecita, ma punisce tutte le condotte di terzi che la agevolino o la sfruttino – è in linea con la Costituzione: mira a tutelare i diritti fondamentali delle persone vulnerabili e la dignità umana dai pericoli connessi all’ingresso in un circuito dal quale sarà difficile uscire volontariamente e dai rischi per l’integrità fisica e la salute.

La legge individua nella prostituzione “una attività che degrada e svilisce l’individuo, in quanto riduce la sfera più intima della corporeità a livello di merce a disposizione del cliente”: si tratta – spiega la Consulta – di valutazioni che trovano giustificazione sul piano costituzionale. Non si può dire, per altro, violata l’invocata libertà di iniziativa economica, poiché la Carta la tutela se non compromette valori preminenti come la sicurezza, la libertà e la dignità umana. La previsione di un reato specifico come il reclutamento, e la scelta di non punire la prostituta in quanto soggetto debole, si spiega in ragione di questi valori.

Per quanto riguarda il processo di Bari, andrà valutata l’operatività del principio di offensività, che impone al giudice di escludere il reato in assenza di condotte concretamente lesive.

(di Melania Di Giacomo/ANSA)