Sea Watch: Carola scherza, Salvini nero. Scontro con le toghe

L'arrivo a Porto Empedocle del comandante della Sea Watch Carola Rackete a bordo della motovedetta della Guardia di Finanza
L'arrivo a Porto Empedocle del comandante della Sea Watch Carola Rackete a bordo della motovedetta della Guardia di Finanza, 1 luglio 2019. ANSA/PASQUALE CLAUDIO MONTANA LAMPO

ROMA. – Dopo giorni sul filo del rasoio Carola Rackete scarica la tensione e scherza: “forse è il caso di emigrare in Australia e tornare ad occuparmi degli albatros”. Ha invece poca voglia di sorridere il ministro dell’Interno Matteo Salvini, col dente avvelenato contro Carola (“ma vattene in Germania”) e contro la gip di Agrigento Alessandra Vella, che ha disposto la scarcerazione della capitana della Sea Watch ed ha smontato il decreto sicurezza bis.

“Togliti la toga e candidati con la sinistra”, sbotta il titolare del Viminale. L’Anm la difende e parla di “clima d’odio” alimentato dal ministro, mentre i togati del Csm chiedono l’apertura di una pratica a tutela per la gip, coperta da una valanga di insulti sui social. E Salvini è costretto ad incassare anche il no della procura di Agrigento al nulla osta per l’allontanamento dall’Italia della 31enne tedesca. Dovrà restare fino al 9 luglio, giorno in cui sarà interrogata dai pm che la indagano per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

La donna potrebbe però decidere altrimenti. “Ora – informa Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch – è qui, ma non è detto che ci resti nei prossimi giorni. Ora è giusto che abbia il suo tempo per riposarsi dal clamore dei media e preparare la sua deposizione”. Se tornerà in Germania, dunque lo farà da libera cittadina e non con l’accompagnamento coatto auspicato dal titolare del Viminale. Il portavoce del governo tedesco Steffen Seibert accoglie “con grande favore la liberazione” di Carola e definisce “inaccettabili le minacce contro chi salva vite in mare”.

Nell’ordinanza di 13 pagine con cui ha rigettato la richiesta di arresto della capitana, il gip ha negato la sussistenza del reato di resistenza a nave da guerra, ritenendo che “le motovedette della Finanza sono considerate navi da guerra solo quando operano fuori dalle acque territoriali ovvero in porti esteri ove non vi sia una autorità consolare”. Per l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale, poi, il giudice ha sostenuto che dal video esaminato “il fatto risulta molto ridimensionato nella sua portata offensiva” e che comunque il “reato risulta scriminato per avere l’indagata agito in adempimento di un dovere”.

Concetti che potrebbero fare giurisprudenza e vanificare così l’impegno di Salvini ad eliminare le navi umanitarie: 4 direttive e due decreti non sono riusciti finora a bloccare le ong, che in questi giorni hanno tre navi in mare. Il ministro definisce “scandalosa e vergognosa” la decisione, che “mi ha provocato tanta rabbia. Nessuno mi toglie dalla testa che quella di Agrigento è una sentenza politica. Ma avremo la fortuna di imbatterci prima o poi in un giudice che applicherà le leggi e non le disattenderà perché in quel caso si toglie la toga e si candida col Pd e viene in Parlamento. Fino a prova contraria i giudici devono applicare la legge”.

L’Anm insorge. “Ancora una volta – osserva – commenti sprezzanti verso una decisione giudiziaria, disancorati da qualsiasi riferimento ai suoi contenuti tecnico-giuridici, che rischiano di alimentare un clima di odio e di avversione, come dimostrato dai numerosi post contenenti insulti e minacce nei confronti del Gip di Agrigento pubblicati nelle ultime ore”.

Secca la replica del ministro: “con quello che stiamo leggendo sulle spartizioni di poltrone e procure a cura di qualche magistrato penso che siano gli ultimi che possano dare lezioni di morale a chiunque”. Si fanno sentire anche i consiglieri togati del Csm che chiedono l’intervento del Consiglio “a tutela dell’indipendenza ed autonomia della giurisdizione”. Per il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede “si può essere d’accordo o meno su una sentenza, ma non si dovrebbe arrivare ad attaccare il singolo magistrato, dicendogli di togliersi la toga e candidarsi”.

(di Massimo Nesticò/ANSA)