Lega per pace fiscale. M5S: “No a condoni e carcere per evasori”

Manifestanti in strada con uno striscione per richiedere l'abbassamento delle tasse.
Manifestanti in strada con uno striscione per richiedere l'abbassamento delle tasse.

ROMA. – Il fisco torna a dividere Lega e Movimento 5 Stelle. Mentre Bruxelles vede l’Italia nel 2019 quasi ferma, apprestandosi a confermare la previsione di un misero +0,1%, a Roma non è ancora definita la strategia del governo gialloverde in vista della sua seconda legge di Bilancio: tutti predicano il taglio delle tasse come ricetta per la ripresa ma i 5 Stelle vogliono una revisione degli scaglioni e una riduzione del cuneo fiscale, mentre la Lega insiste per la flat tax, con quoziente familiare, e sulla ‘pace fiscale 2’, che può dare una mano sul fronte delle coperture.

E subito riparte la battaglia sugli evasori: se il partito di Matteo Salvini è in pressing per riproporre uno strumento già indigesto al Movimento, quello della dichiarazione integrativa speciale, dai 5 Stelle subito mettono le mani avanti. “Con noi – fanno sapere – nessun condono passerà mai. Piuttosto bisogna intensificare la lotta, fino al carcere, contro i grandi evasori”. Proprio per evitare le accuse di nuovi condoni, i leghisti starebbero pensando a una versione ‘light’, che permetta sì di fare emergere redditi non dichiarati ma senza scudi penali o sui capitali all’estero.

Anche l’emersione del contante è al centro delle elaborazioni leghiste, dopo il messaggio lanciato nei mesi scorsi da Salvini sulle ricchezze detenute nelle cassette di sicurezza. Il nuovo pacchetto leghista non si fermerebbe comunque a una riedizione di rottamazione e saldo e stralcio: come spiega il sottosegretario Massimo Bitonci ci sarebbero anche nuove norme per ridurre il contenzioso e un ampliamento alle imprese delle norme pensate per venire incontro ai contribuenti in difficoltà (si salda pagando il 16% il 20% o il 35% e si cancellano non solo sanzioni e interessi ma anche il debito originario).

In più, sempre nella logica di spingere l’emersione, potrebbero rientrare la flat tax sui redditi incrementali e una spinta ai pagamenti tracciabili, ma senza inasprimento del tetto al contante. Si pensa piuttosto all’azzeramento delle commissioni per le piccole transazioni con bancomat e carte di credito sotto i 30 euro. Il tutto da inserire in un decreto fiscale collegato alla manovra, sempre che non arrivi l’input ad accelerare.

A inizio settimana, intanto, nonostante i mal di pancia a Palazzo Chigi, Salvini vedrà i sindacati al Viminale, e in quella sede potrebbe illustrare dettagli di questo piano. Le parti sociali già hanno visto anche il premier, Giuseppe Conte, e il vicepremier Luigi Di Maio e restano in attesa di vedere come si svilupperà questo segnale di apertura al dialogo, frutto, dicono, della mobilitazione degli ultimi mesi.

Le richieste sono chiare e partono da un no, secco, alla flat tax, perché bisogna privilegiare la riduzione della pressione fiscale su lavoratori dipendenti e pensionati. Un tema caro al leader M5S che, alle sigle minori, ha assicurato che “entro fine anno” ci si concentrerà “sul taglio del cuneo fiscale”. Su un punto però Di Maio e Salvini non fanno distinguo: non ci saranno scambi tra aumenti dell’Iva e calo delle tasse.

Un tema riacceso dopo le parole del ministro dell’Economia Giovanni Tria che, a Bruxelles, aveva ribadito la sua preferenza per una “riduzione della fiscalità diretta a favore delle imposte indirette”. Una preferenza, insistono al Tesoro, espressa “da economista”, mentre nel suo ruolo di ministro Tria resta impegnato a disinnescare gli aumenti Iva con altre misure, così come chiesto dal Parlamento.

(di Silvia Gasparetto/ANSA)