Il segreto del baule

Baule militare di inizio '900
“Adagiate il mio corpo inerme nel baule vuoto, dove sono sicuro, ci starà per intero, poiché è stato fatto su misura".

– Come osi ballare senza il mio permesso con la duchessa, mia promessa sposa! – grida furibondo, accecato dalla gelosia, il capitano, mentre l’orchestra continua a suonare il valzer nell’ampio salone reale del Quirinale.

Il militare sfodera la sua pistola e spara a meno di tre metri di distanza dal torace robusto del guerriero omaggiato, ma il corpo della donna gli fa da scudo ed è lei a cadere morta tra le sue braccia, macchiando di sangue l’uniforme di gala del glorioso esercito cosacco. Antonio Gastone[1], infatti, ancora giovanissimo aveva abbandonato l’agiata vita di Corte dei Savoia, dove sua madre era la dama di compagnia della Regina Elena, per arruolarsi nelle schiere dello zar contro il feroce esercito samurai. Vincono i giapponesi lo spietato combattimento, eppure il valore mostrato sul campo di battaglia è tale da fargli meritare la famosa Aquila Bianca, la Croce più ambita nella potente Russia imperiale. Ed è per questo che lo si festeggia ora al Palazzo del Re, nella sua Italia natia.

– Questo affronto si paga con una sola stoccata al tuo cuore vile! – replica infuriato Antonio, giusto nel momento in cui infilza la lama della sua spada con tale veemenza da far fuoruscire la punta insanguinata dall’altro lato del corpo inerme che piomba subito a terra annichilito.

Gli tocca fuggire, ora. Un breve soggiorno nella sua casa di Pavia per preparare un grande baule con le cose più preziose e, da lì, a Genova, dove s’imbarca, senza una meta precisa, sulla prima nave che salpa dal maestoso porto. Arriva in Brasile, e ivi si trattiene pochi giorni. Prosegue, quindi, il suo viaggio per una lunga tratta sulla costa cilena fino a Papudo, per poi inoltrarsi nella Pampa Argentina dei suoi sogni. Lì, nella Locanda di Chacharramendi[2], dove alloggia, è attratto dai campi aperti con migliaia di cavalli al libero galoppo, dai gauchos con i loro lazi nel tentativo di frenarli e dal bestiame al pascolo, senza limiti di spazio, tra l’erba fresca perennemente bagnata da gocce di rugiada che scendono dal cielo come lacrime di gioia. Molta quiete, però, per un uomo abituato alle avventure estreme, perciò di nuovo salta su un’altra nave e giunge all’estremo opposto del continente americano. Nell’affascinante Halifax, rimane quasi un anno, e da lì, poi, a Niagara dove resta stupito di fronte a un sinuoso fiume in piena le cui acque, all’improvviso, precipitano in un abisso per trasformarsi, a causa del salto strepitoso, in una densa schiuma bianca nel fosso dove approdano.

– Neppure questo fa per me – si dice un giorno in cui ininterrottamente cade abbondante la neve dal cielo grigio scuro, imbiancando il cappotto e il cappello che gli copre la testa intera, da cui a malapena s’intravvedono gli occhi semichiusi, il naso rosso per il freddo e le ciglia bianche per via dei fiocchi che vi si posano di continuo. – Meglio, chissà, un clima più mite. Può darsi, inoltre, che nel tropico incontri le avventure che qui scarseggiano. Ho bisogno di azioni che diano un senso a questa vita mia abituata alle emozioni forti.

Detto fatto. Attraverso il fiume San Lorenzo − senza avvilirsi per le distanze enormi − punta verso il sud e giunge nel Nicaragua. C’è rumore di sciabole lì, e ciò lo compiace: final-mente un pretesto per riscaldare il braccio. Aiuta José Santos Zelaya[3] sul campo di battaglia contro le montoneras[4] armate dagli yankees e, compiuta la missione, che gli fa ottenere, tra l’altro, il ben meritato titolo di Generale, prosegue il suo cammino. Prima Panama, poi Venezuela. Qui si ferma, e per sempre, poiché questa terra ammalia chi vi arriva così come una bella donna al suo corteggiatore.

Il suo aspetto elegante non passa inosservato. Difatti, non solo le donzelle dalle loro finestre coloniali guardano di sguincio l’uomo, immaginando le sue carezze dietro un cespuglio in mezzo all’erba, ma persino gli uomini cercano la sua amicizia, impressionati dalla potente mauser che funge anche da cara-bina. Bellissima la pistola e fine il tiratore. Si diffonde, così, come un fulmine, lungo tutto il territorio nazionale, la storia secondo cui sul volto fiero del Generale Zapata rimase impresso lo stupore allorquando, nel suo quartiere generale di Tumeremo[5], osservò la pallottola di quell’arma mentre centrava in pieno, frantumandolo, un mango bocadillo[6], quello più maturo, indicatogli da lui stesso, a quasi cento metri di di-stanza.

– Questo musiù[7] è audace – dicono quelli che lo hanno conosciuto. – Persino colto e raffinato. Gente di questo calibro serve al Governo per aiutare il Benemerito[8]. Per questo paese non ci sarà scampo se non verranno fermate le montoneras. Ci vorrebbe quest’uomo col suo coraggio e con le sue abilità nell’arte della guerra.

La sua fama, in effetti, arriva a Maracay[9], dove governa Gómez con i suoi Ministri. Il Generale, al principio, gli assegna compiti semplici, per calibrare il suo temperamento. Quando, però, Antonio gli dimostra fedeltà e competenza, lo invia a Guasdualito[10] per arrestare l’invasione di Arévalo Cedeño[11], il ribelle che cerca di destituirlo. Dopo quest’impresa, altri suoi atti di valore sono decantati, finché, per gelosie, oh triste mise-ria umana!, lo accusano di favoreggiamento dell’insurrezione di Emilio Lanza[12] e lo rinchiudono nella Rotunda[13]. Benedetta decisione! È lì che conosce i veri eroi, perlopiù giovani studenti, che lottano contro il tiranno per ideali a quell’epoca moderni, di avanguardia. In effetti, chi può sapere di Marx o di Russeau, di socialismo o di eguaglianza, di libertà e di fraternità? Soltanto le persone colte, i più sensibili, coloro che auspicano patrie libere. Così, quando esce dal carcere, non risponde neppure alle scuse poste da Gómez per il suo ingiusto arresto, dopo la scoperta del complotto ai suoi danni. Se ne va in Guayana[14], la sua terra amata, e di lì in avanti solo raramente si avventura per qualche sentiero un po’ lontano in compagnia di Furia, il vecchio stallone delle mille e una battaglia, e del mulo sabanero[15] sulla cui groppa va legato, immancabilmente, quello stesso baule portato dall’Italia quando intraprende la lunga fuga per tutto il continente americano.

– Chissà cosa conterrà quella cassa da cui il musiú non si separa mai? – Si chiede la gente che, per tale abitudine, sa che è in partenza.

Più di qualcuno si è lasciato sedurre dalla tentazione di andare a vedere in casa sua, di nascosto, cosa custodisse di così prezioso il Generale in quel baule di cedro somigliante a un cofanetto dalle dimensioni giganti, protetto da cinghie di ferro tutt’intorno terminanti in due cerchietti in ogni lato dove sono posti i lucchetti. Non osano, tuttavia, perché ben sanno che quell’uomo non perdona le intrusioni. Chi scherza con lui senza motivo è un uomo morto. Ne ha dato prova più volte, e le notizie corrono: si può perdonare la stoccata al nemico in un campo di battaglia, ma mai al codardo che non dà la faccia.

Quando muore, a Tumeremo, in un’infuocata giornata di giugno, è la figlioccia che, con lui ancora sul letto di morte in attesa della sepoltura, vede in un angolo della stanza quella strana cassa e si avvicina, finalmente, per sapere cosa contiene. È aperta. Vale a dire, non ci sono i lucchetti nei cerchi. Qualche arcano mistero avrà spinto la giovane verso il baule, perché perfino un occhio distratto avrebbe notato un foglio grande scritto a mano che sembra un testamento, e i cui desideri, in parte, vanno compiuti adesso. Per ogni oggetto ivi custodito, è data una breve descrizione:

“Voglio che quando muoia io sia vestito con la camicia da cosacco e al collo mi si appenda l’Aquila Bianca. Essa rappresenta il periodo della mia vita in cui ho avuto la prima autentica sensazione di uomo libero”.

“Con la pala arrugginita che mi accompagna sin dalla steppa dell’immensa Russia, ho sepolto molti compagni caduti in svariati campi di battaglia. Con quella stessa, voglio, che si scavi la fossa nella caliente terra di Guayana dove collocherete le mie ossa ora”.

“Con la striscia di legno che l’indio Piao, il mio fedele accompagnatore, ha tagliato dalla sarrapia[16], fatemi una croce su cui voglio che si scriva: Qui giace Antonio Gastone uomo di vita ed esperienza; / un immigrante italiano che ha seminato qui valori e indulgenza)”.

“Nella busta sigillata con ceralacca, vi sono quattro monete d’argento, che è tutta la mia ricchezza. Distribuitele tra i poveri, e date loro anche il valore della mia pistola, che sono certo vorrà comprare il nipote del Generale Zapata, perché il nonno gli avrà raccontato che l’arma è precisa se il polso è fermo”.

E infine:

“Adagiate il mio corpo inerme nel baule vuoto, dove sono sicuro, ci starà per intero, poiché è stato fatto su misura. Chiudete bene i lucchetti affinché il verme non entri subito a storpiarmi la barba bianca e la lunga capigliatura”.

Tutti i desideri dell’eroe vengono esauditi alla lettera, con una sola novità che è aggiunta nel tempo. A un lato della croce gli italiani immigrati, prima poveri ed ora quasi tutti benestanti, hanno innalzato un monumento che raffigura il Soldato pioniere.

È un soldato di pace, però, che al posto del fucile impugna un piccone e alla cintura, anziché la pistola agganciata alla culatta, vi è una vecchia borraccia piena di sudore[17].


[1] Il Conte Antonio Gastone Francesco Giuseppe Luigi Wenceslao Cattaneo di Sedrano nacque a Pavia il 23 novembre 1882 dal Conte Giovanni Maria e da Ifigenia Colli. Allievo del Collegio Reale Carlo Alberto di Moncalieri, laureato in Scienze Politiche e Sociali, cadetto nell’Accademia Militare di Modena, partecipa alla Guerra Russo-Giapponese e sarà decorato dell’Ordine dell’Aquila Bianca. Dopo la vendetta che si narra in questo testo, e la fuga dall’Italia, visita quasi tutti i paesi dell’America Latina e, nel 1907, l’allora Presidente del Venezuela, Juan Vicente Gómez lo invita a stabilirsi nel paese. Ricopre diverse cariche di Stato e, infine, il governo italiano lo nomina responsabile dei rapporti diplomatici fra l’Italia e il Venezuela durante la Seconda Guerra Mondiale. Muore alla veneranda età di 90 anni nel 1972. La storia narrata in questo capitolo, quindi, è abbastanza fedele alla realtà eccetto alcune pennellate frutto della fantasia dell’autore.

[2] La locanda, o meglio la Pulpería de Chacharramendi (si legga Ciaciarramendi), esiste ed è famosa nella Pampa, ma che vi abbia sostato il conte Cattaneo sarà sicuramente un’invenzione dello scrittore perché non è documentato neppure dall’ot-timo Horacio Cabrera Sifontes, biografo del personaggio.

[3] José Santos Zelaya López militare e politico nicaraguense è stato presidente dal 1893 al 1909. Membro del Partito Liberale, realizzò importanti riforme pubbliche nel campo dell’educazione e delle infrastrutture, ed è noto come il padre dell’attuale Stato del Nicaragua.

[4]Termine con il quale si indicano in America centromeridionale le formazioni mili-tari irregolari costituite solitamente da individui appartenenti a una stessa località, che offrono il proprio supporto armato per una determinata causa.

[5] Il Generale Anselmo Zapata, fu un uomo di fiducia prima di Cipriano Castro e poi del suo successore Gómez. Operava a Tumeremo, situato nello stato Bolívar, piazza in cui si organizzarono le truppe volontarie che riuscirono a frenare l’avanzata degli inglesi che dopo aver sottomesso l’Esequibo (si legga Esechibo) cercarono di inoltrarsi anche verso altri territori nazionali.

[6] Il mango bocadillo (si legga bocadiglio) è più piccolo del comune, non si sfilaccia quando si morde, ed ha un sapore simile all’albicocca.

[7] Nello spagnolo parlato in Venezuela, musiù significa straniero, di razza bianca, originario di paesi non ispanici. A Caracas, gli immigrati europei e la loro discen-denza erano, così, comunemente soprannominati. In ogni caso, con il passsar del tempo il termine venne ad assumere anche una carica spregiativa in bocca agli xenofobi o ai detrattori degli stranieri i quali, secondo loro, venivano ad usurpare i posti di lavoro dei nativi.

[8] Juan Vicente Gómez, generale dell’esercito e presidente del Venezuela in tre diverse occasioni dal 1908 fino alla sua morte nel 1935, ricevette dal Congresso, grazie ai suoi contributi allo sviluppo del Paese, l’onorificenza di El Benemérito, mentre tra gli oppositori, che denunciarono i suoi brutali metodi di governare, era noto come El Bagre (il pescegatto), in riferimento ai suoi grandi baffi.

[9]Maracay è una città del Venezuela capitale dello stato Aragua. Da questa città, anzi-ché da Caracas, governava con i suoi Ministri il Generale Gómez.

[10]Seconda città più importante dello Stato Apure, è un fondamentale snodo di frontiera tra il Venezuela e la città di Arauca in Colombia.

[11]Emilio Arévalo Cedeño è stato un celebre capo guerrigliero venezuelano degli inizi del secolo XX. Si è distinto per la sua ferrea opposizione al regime di Juan Vicente Gómez durante innumerevoli invasioni su tutto il territorio venezuelano.

[12] Uno dei tanti Generali della Repubblica che dal 1920 al 1930 insorse contro il dittatore Juan Vicente Gómez.

[13]La Rotunda è stata la prigione più famosa del Venezuela agli inizi del XX secolo. L’apice del suo successo si ha durante il governo del dittatore Juan Vicente Gómez, per via dei metodi di tortura e avvelenamento inflitti ai prigrionieri politici, e alle condizioni disumane alle quali erano sottomessi. Era nota come l’ultima dimora de-gli oppositori, perché, in generale, ne uscivano solo da morti.

[14] La Guayana venezolana è una delle dieci macroregioni politico-amministrative in cui si divide il Venezuela. È situata nella parte sudorientale del paese, a ridosso della Guyana e del Brasile e comprende gli stati venezuelani di Bolívar, Delta Amacuro, Amazonas e la zona della Guyana Esequiba, storicamente rivendicata dal Venezuela.

[15] Così detto perché è un mulo robusto che si carica per le lunghe escursioni nella savana venezuelana.

[16] La sarrapia (o Diphysa punctata) è un albero della famiglia Fabaceae, dalla quale si estrae la cumarina, composto aromatico.

[17] Effettivamente, nel 1960, con il contributo di diversi italo-venezuelani è stato eretto un monumento al Soldato Pionere, ma in realtà è un omaggio all’esercito venezuelano che con la costruzione di una strada d’accesso al villaggio di Santa Elena di Uairén, apparentemente fondato dal Conte Cattaneo, ha reso possibile l’inizio di uno sviluppo economico, sociale e culturale di quei territori molti dei qua-li sono ancora poco esplorati.