Spagna, due mesi per uscire dalla crisi politica

Era lo scenario peggiore; un risultato che nessuno immaginava e molti non desideravano. Ed invece è proprio quello che è accaduto. Pedro Sánchez, fino a ieri Presidente del Governo “in pectore”, non ha superato l’esame del Parlamento. La sua candidatura, l’unica possibile dopo le elezioni parlamentarie, è stata bocciata con 124 voti a favore, 155 contro e 67 astensioni. Sarebbe stata sufficiente la maggioranza relativa, ma la matematica gliela ha negato.

Artefice del naufragio di Sánchez è stato il partito di Pablo Iglesias. Astenendosi, “Podemos”, per la seconda volta, ha negato a Sánchez la possibilità di assumere la leadership del Paese e alla Spagna di avere di nuovo un governo progressista e orientato verso nuove conquiste sociali.

E così, anche in Spagna, la sinistra continua a farsi male. Pare sia il suo karma. In questi giorni, caratterizzati da febbrili negoziazioni volte ad assicurare la promozione di Sánchez a Presidente del Governo, sono venute a galla tutte le limitazioni dei partiti. Il “Partido Socialista Obrero Español”, da un lato, e il Partito “Podemos”, dall’altro, sono stati protagonisti di una non certo gratificante messa in scena. I negoziati, infatti, sono andati avanti tra reciproche accuse e profonde incomprensioni. “Podemos”, cosciente di essere l’ago della bilancia, ha puntato molto in alto. Ha posto l’asticella delle proprie ambizioni a livelli, stando ai negoziatori del Psoe, inaccettabili per il Partito Socialista; quasi sulla soglia del ricatto. Non sono mancati tentativi di conciliare le loro esigenze, ma nessuno è andato in porto. Il “Psoe”, alla fine, ha accusato “Podemos” di richieste inammissibili; “Podemos”, dal canto suo, ha rispedito ogni accusa al mittente, sottolineando che non era disposto ad entrare in un governo senza ministeri di responsabilità. Il risultato, lo conosciamo tutti.

Dal canto loro, il partito “Ciudadanos”, di Albert Rivera, confermava il “cordone sanitario” tendente a isolare il partito socialista; il “Partido Popular”, di Pablo Casado, rivendicava per sé la leadership dell’Opposizione; il partito xenofobo e razzista “Vox”, sottolineava la propria intransigenza; e partiti secessionisti e repubblicani mantenevano la loro strategia attendista. Nulla, quindi, di cui sorprendersi.

La “patata bollente”, ora, passa al Re Felipe VI. La prassi vuole che convochi nuovamente i partiti ad una ronda di conversazioni. Non tutto è perso. Infatti, dopo la bocciatura di Pedro Sánchez, stando a quando stabilito dall’Articolo 99 della Costituzione spagnola, il Re dovrà vagliare se vi è spazio per prolungare la XIII Legislatura. I partiti, in questo caso il “Psoe” per ovvie ragioni, avranno tempo due mesi per presentare un candidato. Se entro il 23 settembre non vi saranno novità, il Parlamento sarà sciolto e sarà pubblicato il “Real Decreto” attraverso il quale si convocheranno nuove elezioni. Queste, seguendo i tempi contemplati dalla Costituzione, saranno fissate a novembre.

Il “Psoe” e “Podemos” avranno tempo per limare asperità e chiarire incomprensioni. I negoziati potranno proseguire. Né il “Psoe” nè “Podemos”, nonostante i toni duri impiegati in questi giorni di febbrile attività, hanno chiuso completamente la porta a probabili accordi. Nonostante le ferite aperte, c’è ancora spazio per presentare un candidato “blindato” e in condizione di proseguire la Legislatura. Tutti se lo augurano. D’altronde, il ritorno alle urne dopo le vacanze estive sarebbe lo scenario meno conveniente per il Paese.

I seggi rappresentano un salto nel vuoto per tutti i partiti. I sondaggi di questi giorni non danno alcuna sicurezza; si sa quanto volubile sia l’opinione pubblica. Ma, oggi, sono l’unico punto di riferimento valido.

C’è chi scende e c’è chi sale. Stando ai sondaggisti, in una nuova ipotetica elezione scenderebbero “Podemos”, “Ciudadanos” e “Vox” e salirebbero “Psoe” e “PP”. Ma questi sondaggi non prendono in considerazione variabili importanti. Ad esempio, il verdetto che dovrà emettere il Tribunale riguardo al “procés”.

“Ci pentiremo, si pentirà tutta la sinistra”, ha affermato laconico il leader di “Erc”, Gabriel Rufián, in diretto riferimento proprio alla sentenza del “procés”.

Mauro Bafile