La Russia di Putin compie venti anni, tra le proteste

La giovane Olga Misik, arrestata mentre legge la costituzione russa in una piazza di Mosca.
La giovane Olga Misik, arrestata mentre legge la costituzione russa in una piazza di Mosca.

MOSCA. – Vent’anni e non sentirli. O forse sì, ma solo un po’. Tanti ne sono passati da quando Vladimir Putin, oscuro direttore dell’ex KGB, venne nominato premier da Boris Eltsin, quinto di una sfilza di possibili successori bruciati in un amen. Ma con Putin – su consiglio dell’allora onnipotente oligarca Boris Berezovsky – Eltsin trovò finalmente pace.

“È l’uomo giusto per guidare la Russia, con lui ti troverai bene”, scrisse a Bill Clinton il presidente uscente. Che pochi mesi dopo, il 31 dicembre del 1999, gli passò effettivamente le redini del potere. Mai profezia si rivelò più azzeccata. La Russia, in questi vent’anni, è tornata alla ribalta della geopolitica internazionale e ha moltiplicato il suo Pil entrando nel gruppo dei paesi che precede l’Occidente per ricchezza procapite (a parità di potere d’acquisto).

Un prezzo però lo ha pagato. Le proteste di questi giorni a Mosca – l’opposizione scenderà di nuovo in piazza con una manifestazione autorizzata – guastano l’anniversario dello zar e ci ricordano che non tutti, in Russia, sono entusiasti di sacrificare la libertà in virtù di quella stabilità che per il Cremlino, e una buona fetta di chi ha vissuto il caos degli anni Novanta, rappresenta il valore supremo.

Di Putin poi non ce n’è solo uno. C’è quello dialogante con l’Occidente degli inizi, che in Clinton e Blair (per un certo periodo persino in George W. Bush) aveva trovato i partner ideali, anche in nome della lotta al terrorismo islamico – ottima sponda per l’operazione di pacificazione della Cecenia.

Sono gli anni degli attentati: Mosca prima, il teatro della Dubrovka e la scuola di Beslan poi. Ma sono pure gli anni in cui Putin, sul fronte interno, dismette gli abiti da pecora e mostra i canini, abolendo le elezioni dei governatori delle regioni e ‘asfaltando’ gli oligarchi, concedendo loro il diritto di arricchirsi a patto che tengano il naso bel lontano dalla politica.

Chi si adatta, prospera; chi si ribella (come Berezovsky e Mikhail Khodorkovsky, padrone della principale azienda petrolifera del Paese) o finisce in galera o prende la via dell’esilio. La scommessa paga. Il boom dei prezzi dell’oro nero permette a Putin di migliorare gli standard di vita e, sullo scacchiere internazionale, prendono vita nuove alleanze – famosa e longeva l’amicizia con Silvio Berlusconi, artefice del patto di Pratica di Mare e l’istituzione del consiglio Russia-Nato.

Ma è un fuoco fatuo. I rapporti con l’Occidente peggiorano e nel celebre discorso di Monaco del 2007 Putin di fatto vara una nuova era: quella della Grande Russia. Il progetto subisce un rallentamento quando nel 2008 cede il posto al Cremlino a Dmitri Medvedev e per un turno si adatta a fare di nuovo il premier.

Ma tutto cambia nel 2012. Lo zar torna in sella alla grande, tra le proteste delle opposizioni che lo accusano di brogli, e si prepara alle Olimpiadi invernali di Sochi del 2014, le più sfarzose di sempre. Ed è allora che succede. A giochi in corso scoppia la crisi in Ucraina e Putin autorizza la guerra ibrida in Crimea, annettendo la penisola con una contestato referendum. Poi la guerra nel Donbass, le sanzioni, le contro-sanzioni, la tragedia del volo MH17 e, in ultimo, l’intervento in Siria. Non più guerra di cortile ma di sistema.

Nel 2018 vince ancora le elezioni contro un’opposizione ormai eviscerata e al contempo vara una stretta ancora più incisiva sui diritti civili. Quando si fermerà? Quando lancerà la sua personale operazione-successore? Nessuno lo sa: questa è storia dei nostri giorni.

(di Mattia Bernardo Bagnoli/ANSA)