Mossa di Salvini per fermare un governo con Pd, M5s fiuta il bluff

Il "bacione" di Matteo Salvini durante il suo intervento al Senato.
Il "bacione" di Matteo Salvini durante il suo intervento al Senato. ANSA/GIUSEPPE LAMI

ROMA. – Matteo Salvini fa la sua mossa per uscire dall’angolo in cui un’intesa di M5s e Pd per un governo di legislatura minaccia di cacciarlo. Propone a Luigi Di Maio un’intesa politica: votare insieme il taglio dei parlamentari e poi, come Beppe Grillo e Di Maio stesso vanno dicendo, andare a votare subito dopo.

E’ un modo per lanciare la palla nel campo M5s, togliere alibi a eventuali “inciuci”. Ma i Cinque stelle – e le opposizioni – fiutano il bluff. Non solo, calendario alla mano, il taglio dei parlamentari rischia di non passare a causa della crisi di governo.

Ma appare anche difficile, si ragiona in ambienti parlamentari, che il Colle avalli la “road map” di Salvini, secondo cui si potrebbe andare al voto a ottobre per eleggere 945 parlamentari e poi far entrare in vigore la riduzione degli eletti a 600 tra 5 anni.

Dal Quirinale non si sbilanciano. Ma diverse fonti politiche osservano: non si vede come Sergio Mattarella, presidente della Repubblica ed ex giudice costituzionale, possa permettere che una legge costituzionale così delicata possa essere messa nel cassetto per cinque anni, è evidente che non può far piacere a Mattarella.

L’articolo 4 della riforma costituzionale in teoria lo permette, perché prevede che se le Camere vengono sciolte entro sessanta giorni dall’entrata in vigore della legge, il taglio degli eletti si applica dalla legislatura successiva (quindi, in teoria, se si votasse a ottobre, dal 2024).

Ma il deputato Pd e costituzionalista Stefano Ceccanti scommette che il Quirinale non avalli un passaggio del genere: “Si apre un grave problema politico e costituzionale”, dichiara.

I Cinque stelle attendono di capire meglio dove la mossa di Salvini porterà. Ma intanto gridano al bluff. Tanto più che la Camera calendarizza il voto sul taglio dei parlamentari il 22 agosto, cioè in teoria dopo il discorso del premier Giuseppe Conte in Senato che dovrebbe aprire la crisi di governo.

Votare la legge prima non era possibile, sia perché le comunicazioni del presidente del Consiglio hanno rango fiduciario e quindi precedenza su tutto il resto, sia perché il ddl costituzionale deve ancora passare in commissione. Dunque, sia in ambienti M5s che in ambienti Pd si giudica la legge sostanzialmente “morta”.

A meno che, con un colpo di coda, martedì la Lega decida di confermare la fiducia a Conte. In quel caso si potrebbe approvare la riforma e poi andare a votare dopo la sua entrata in vigore, non prima di sei mesi. Circola perciò la voce che il leader della Lega potrebbe stringere un patto con Di Maio e ritirare la sfiducia a Conte. Una retromarcia clamorosa dalla crisi di governo. Ma fonti leghiste smentiscono.

In ambienti vicini al presidente del Consiglio spiegano che per ora non sembra cambiare niente: a meno di colpi di scena, martedì Conte sarà in Aula al Senato e, se la Lega non farà marcia indietro, prenderà atto – magari dopo il voto di alcune risoluzioni – del venir meno dei numeri per la fiducia e si presenterà al Quirinale per rassegnare le dimissioni.

Come ultimo atto da premier in carica, potrebbe designare il futuro commissario europeo. Ma al momento non ve n’è conferma. Quel che è certo, è che la mossa di Salvini sul taglio dei parlamentari mira a frenare il lavoro in corso tra M5s e Pd per un governo di legislatura. E’ un cantiere aperto.

Al Nazareno restano convinti che il “sentiero è molto stretto”. E Nicola Zingaretti prepara il partito allo scenario del voto a ottobre, mobilitando circoli e volontari. Ma il segretario Pd non chiude all’ipotesi. E mostra massima disponibilità nei confronti del Quirinale, in relazione agli scenari che potrebbero emergere dalle consultazioni.

Mercoledì in direzione, potrebbe emergere la volontà di una netta maggioranza del partito perché si esplori, anche andando oltre la proposta iniziale di Matteo Renzi, un tentativo serio d’intesa con il M5s. Lo invocano da Dario Franceschini a Goffredo Bettini e Lorenzo Guerini.

Fervono telefonate e incontri non solo con i “pontieri” pentastellati (si citano non solo Roberto Fico ma anche il capogruppo al Senato Stefano Patuanelli) ma anche con gli esponenti di Forza Italia che non si fidano di Salvini: la mossa del leghista non solo viene considerata una presa in giro ma, secondo fonti qualificate, la maggior parte dei parlamentari azzurri non vorrebbe andare al voto alle condizioni del leader leghista.

Circolano anche già nomi di possibili premier, una ridda infinita, da Conte a Raffaele Cantone, fino a Mario Draghi.

(di Serenella Mattera/ANSA)