Ecco i 42 sottosegretari. Conte: “Bene la squadra, al lavoro”

In una combo viceministri e sottosegretari del nuovo governo Conte con il premier (a sinistra),
In una combo viceministri e sottosegretari del nuovo governo Conte con il premier (a sinistra), Roma, 13 settembre 2019. ANSA

ROMA. – Non è “un governo contro qualcuno”: c’è un progetto politico e l’intenzione di essere operosi. Vuole mostrarlo da subito, Giuseppe Conte. Perciò nella notte tra giovedì e venerdì impone l’accelerazione che porta, dopo una lunghissima trattativa, ad approvare in otto minuti in Consiglio dei ministri la lista dei quarantadue nuovi sottosegretari: 21 M5s, 18 Pd, 2 di Leu e 1 del Maie.

La squadra è completa, giurerà lunedì. Ora il premier immagina il suo bis fatto di “ascolto, confronto e lavoro senza sosta”. Non sarà facile, a partire dalle “scarse” risorse della prossima manovra. Ma il primo scoglio è superato, fuori dal pantano di liti e mercanteggiamenti sulle deleghe in cui ci si stava infilando, con l’accusa di “poltronismo” di Matteo Salvini in sottofondo.

Sono le dieci e mezzo del mattino quando Conte, con Luigi Di Maio, Dario Franceschini e Roberto Speranza sigla un’intesa che arriva al termine di una trattativa lunga un’intera notte. Si tiene conto dei numeri risicati in Senato, con la conferma agli Esteri di Ricardo Merlo per il Maie. Si premiano nel Pd gli ex parlamentari, nel M5s molti sottosegretari uscenti. Si lasciano scorie tra gli scontenti e si disseminano indizi politici di quel che sarà.

Tra i dieci ministri e trentadue sottosegretari c’è un terzo di donne: 15 sono nati al Sud, 13 in Centro Italia e 11 al Nord. Ma Conte, che dopo la visita a Bruxelles e una visita ai terremotati del Centro Italia parlerà di Sud infrastrutture e autonomia alla fiera del Levante di Bari, sottolinea che il Nord sarà rappresentato: sarà tra due settimane tra le aziende nel settentrione.

La prossima settimana il premier si presenterà a Lecce per un confronto con Maurizio Landini. “Subito al lavoro”, sprona i suoi Conte. Il governo partirà dalla legge di bilancio e da un decreto sul clima. Tentando di schivare liti, propaganda e i continui stop and go dell’era gialloverde.

Il premier tiene per sé le deleghe ai Servizi e alla Disabilità. E porta a Palazzo Chigi il senatore M5s e professore tarantino Mario Turco con delega alla programmazione economica e agli investimenti: una scelta che sembra indicare la volontà di tenere presso la presidenza, dove mercoledì Conte vedrà i sindacati, una regia (e un presidio M5s) sui temi economici che sono in capo al Dem Roberto Gualtieri all’Economia.

Al ministero di via XX settembre il M5s conferma i due uscenti Laura Castelli (viceministro) e Alessio Villarosa, ma anche Leu, con Cecilia Guerra, ottiene di essere presente, al fianco dei due Pd Antonio Misiani (viceministro) e l’ex deputato Pierpaolo Baretta.

Il Pd riporta al governo tanti ex, dai franceschiniani Baretta e Marina Sereni, alla gentiloniana Lorenza Bonaccorsi, alla prodiana Sandra Zampa. E ottiene la delega all’editoria con Andrea Martella. Il patto includerebbe le telecomunicazioni per il Dem Gian Paolo Manzella, ma M5s fa sapere che non intende mollarle: l’Energia – è la tesi – potrebbe essere spacchettata e le tlc andare alla 5s Mirella Liuzzi che affiancherà al Mise il viceministro Stefano Buffagni.

Di Maio conferma molti uscenti: Ferraresi (Giustizia), Tofalo (Difesa), Sibilia (Interno), Di Stefano e Del Re agli Esteri, Crimi (dall’Editoria passa all’Interno).

Tanti gli scontenti, dalle ministre uscenti Trenta e Lezzi, fino ai parlamentari che a taccuini chiusi lamentano la scelta di Giancarlo Cancelleri e Laura Agea. Con Cancelleri, che si dimette da consigliere in Sicilia, si infrange la regola che impediva agli eletti di interrompere il mandato per altre cariche, con Agea si “recupera” un’ex europarlamentare.

Nel Pd invece il malcontento di corrente viene sopito (cinque i renziani Malpezzi, Morani e Margiotta di Base riformista, più Ascani e Scalfarotto), ma montano proteste “geografiche”. Il renziano Dario Nardella guida la rivolta dei toscani, che sono fuori dal governo. Si lamentano anche qualche lombardo, nonostante il milanese Matteo Mauri sia viceministro all’Interno, e i calabresi.

(di Serenella Mattera/ANSA)