Sette innocenti

La storia dei 7 siciliani raccontata sul Corriere della Sera.
La storia dei 7 siciliani raccontata sul Corriere della Sera.

Nelle montagne d’Abruzzo la lotta è strenua tra i partigiani che auspicano la patria libera dal giogo tirannico, e i nazisti che avanzano per contrastare le truppe alleate. Nonostante le forze disuguali dei combattenti, nei dintorni della Val di Sangro cominciano a retrocedere i tedeschi con la nefasta conseguenza, tuttavia, che ogni cosa è rasa al suolo sotto i loro stivali, tutto viene distrutto, come fece Attila quando passava con le sue orde diretto verso Roma. Un inviato di guerra segna con precisione ogni episodio, ogni dettaglio per non alterare la realtà storica. È poco più di un giovanotto lui, e alterna, durante il giorno, il taccuino al fucile, rubato a un soldato nemico caduto in battaglia.

− Fai attenzione, Gaetano − gli ripete il Comandante del gruppo clandestino ogniqualvolta scende, dopo il calar del sole, dalla montagna per portare i suoi articoli al giornale che solo può riceverli entro le otto. − Ci servi vivo. Non ti allontanare dal sentiero tra le boscaglie dove è di guardia la nostra gente. Ci sarà tempo per l’amore quando usciremo da quest’inferno. Vedrai, sarà tra poco.

Gli parla così l’uomo perché sa del suo debole per le ragazze delle campagne circostanti, alle quali con il pretesto di vederle di nascosto tra le sterpaglie per prelevare, al rientro del suo incarico, le razioni di cibo che le madri preparano per i combattenti, le passa in rassegna una alla volta approfittando dell’oscurità del posto. Soltanto nei confronti di una, Iolanda, avverte un rispetto speciale, poiché è convinto che sarà, un giorno, la sua compagna di vita e la vuole tenere illibata fino alla prima notte di nozze per ispezionare senza fretta il suo corpo da bella contadina. Si sposano, infatti, lo stesso venticinque aprile, giorno glorioso della Liberazione, ed il giornale per cui il giovane scrive, come regalo di nozze, lo invia, con una delle tante navi che fanno scalo in America, affinché, al dilettevole viaggio della luna di miele, unisca anche l’utile, con l’incarico di fare un’inchiesta sulla merce umana che per la fame fugge dalla patria.

Quasi trenta giorni trascorrono in mezzo al mare Gaetano e la sua taciturna moglie, raccogliendo storie, amare alcune, più giocose altre, tutte comunque melanconiche, piene di nostalgia, perché sebbene il corpo abbia voglia di fuggire alla ricerca di un miglior destino, l’anima ha le sue radici ed è difficile strapparle dalla terra atavica. Sbarcano a La Guaira[1] per proseguire, poi, verso Caracas dove li attende un elegante hotel del centro, a differenza degli altri passeggeri destinati ai “capannoni del pianto”, a Maripérez[2], o lasciati allo sbaraglio un po’ dovunque.

− È ora di prepararci per riprendere la nave − dice Iolanda al marito dopo quattro giorni trascorsi andando su e giù per la città alla ricerca di italiani con lo scopo di scrivere anche su quelli che già da un po’ sono sul posto in attesa di scoprire la promessa ingannevole di El Dorado.

− Non so cosa mi spinga a dirti che io rimango, che per me è impossibile fare marcia indietro − risponde alla giovane come un automa, come un allucinato. − Se vuoi, te ne vai tu da sola, ma io rimango. Non hai visto come maltrattano quella povera gente nella Plaza Bolívar[3], quando li cercano per contrattarli? Sembra un mercato di schiavi dove viene messo all’asta il braccio più robusto, il petto più villoso! Povera gente indifesa! Ah, ma ora basta! Presto ascolteranno la mia voce quei miserabili mercenari del sudore altrui, quei capimastri che vendono i propri fratelli per un piatto di lenticchie[4]. Ho deciso, Iolanda. Fonderò un giornale che sarà la voce degli umili, degli italiani vessati, di tutti quelli che sopportano impotenti gli abusi fisici e mentali. Come ci riuscirò? Non ne ho idea. Qualcosa, però, verrà fuori, di questo non ho dubbi.

Le settimane successive trascorrono frenetiche come quando il lupo si muove tra le montagne, d’inverno, in cerca del sostentamento per sé e per i suoi cuccioli. Di qua. Di là. Cercando come fare per affittare un locale. Cercando di trovare un mecenate che finanzi la carta.

− Bisogna fare in fretta, perché il tempo stringe − si dice consapevole di star finendo le lire che ha in tasca e, dunque, di dover lasciare l’hotel dov’è alloggiato.

Alla fine il miracolo si compie. Un giovane venditore, una domenica[5], appena spunta l’alba, con il suo fascio di giornali in testa, grida come un forsennato: “La bocia! … La bocia!… − poverino, si è esercitato così tanto insieme a Gaetano, ma non riesce a pronunciare bene quella parolina. − Italiano, compra La bocia de Italia che ora è qui per difendere i tuoi interessi! Se non hai i soldi, non importa! Per oggi, che s’inaugura, te la regaliamo!…”

Si esaurisce in un attimo, e un folto gruppo si accalca davanti alla porta del locale, a pochi passi dalla Plaza, facendo un gran frastuono tanto da far intervenire la polizia che crede si tratti di una protesta per qualche motivo grave.

− Uno per me, paesano!…

− Per favore, amico, regalami La Voce! È da quasi un anno che vivo in questa terra e non so nulla della mia Calabria bella…

Insomma, un successone. Il giornale diviene col tempo un santuario. Qualunque reclamo trova lì la giusta eco. La penna acida del Direttore fustiga senza pietà. Finalmente un respiro di sollievo per i senza voce, un punto di riferimento dove riversare la propria rabbia quando viene maltrattato al Consolato. O quando il padrone s’inventa qualsiasi scusa per non pagare completo lo straordinario.

Il temperamento di Gaetano, tuttavia, viene messo a dura prova un giorno del mese di febbraio[6]. La città si risveglia presa dall’esercito armato fino ai denti. Le radio, tutte, trasmettono “speciali” tra una canzone e l’altra.

− È stato sventato l’attentato contro il Presidente![7] − ripetono ogni tanto. − A breve verranno presi i terroristi, già identificati, perché scontino la propria temerarietà in una cella oscura, lì nei sotterranei[8], dove si pagano i peccati!

La sorpresa, in serata, è che al posto delle facce tenebrose, come la gente immaginava quei sicari, appaiono sullo schermo della televisione, ammanettati gli uni agli altri, sette italiani spaventati a morte, colpevoli, secondo la dichiarazione del capo della polizia, dell’attentato che per un soffio si porta all’altro mondo il Generale.

− Non è possibile − ripete a se stesso Gaetano quando viene a sapere della vicenda. − Che assurdità è mai questa! Chi può pensare che questi paesani semianalfabeti, lavoratori instancabili la cui unica preoccupazione è di mettere da parte un gruzzoletto per accelerare il rientro a casa, abbiano potuto avere l’ardire di voler assassinare il Presidente. Qualcosa non torna in questa storia. Bisogna indagare, e a fondo!

E lo fa a tutti gli effetti. Da quell’istante comincia a cercare i fili sciolti per ricomporre la matassa. Viene a sapere, così, corrompendo uno sbirro della Seguridad Nacional[9], che i veri colpevoli sono riusciti a eludere il cordone della polizia scappando verso le montagne senza alcuna possibilità di poter essere acciuffati.

− Perché, allora, compromettono questi poveri uomini, questi lavoratori onesti che cercano soltanto il pane per alleviare la fame dei propri cari lì in Sicilia, da dove sono arrivati carichi d’illusioni? − chiede il giornalista con un tono di tristezza nelle sue parole.

− Una spia, per altro sua paesana, ci ha fatto sapere che loro non sono amici del governo. Sono comunisti che parlano sempre male del Generale, insinuando che supporta i ricchi costruttori che fanno pingui negozi senza scrupoli − risponde l’uomo in confidenza. − Per questo, accusare loro, non solo rende attendibile la vicenda, ma mette in buona luce la polizia che, prima che fuggissero i veri colpevoli, aveva già annunciato l’assoluto chiarimento di questo caso.

Il tizio impostore che s’intasca il denaro offerto da Gaetano, quello stesso giorno si riunisce nel Comando con gli altri sbirri del suo stesso stampo, e commenta loro che il giornalista italiano de La Voce, alla ricerca di indizi sul caso dei sette arrestati, è molto vicino a scoprire la verità.

− Implementate, allora, immediatamente, il “Piano Eclisse”[10] − ordina tranquillo il Capo, inspirando il fumo nero del suo costoso “puro” cubano[11].

Il mattino seguente, la notizia si diffonde alla velocità del fulmine. Le radio non smettono di annunciare che i sette prigionieri italiani che hanno attentato contro il Presidente, fuggiti dai sotterranei con la complicità di una guardia, sono stati abbattuti nei pressi di El Junquito[12] quando hanno opposto resi-stenza all’intimazione dell’alt.

Gaetano, impotente, piange di tristezza. A nulla valgono le sue urla all’Ambasciata, i suoi colpi sul tavolo affinché perlomeno si reclamino i loro corpi.

− Ci abbiamo provato. Impossibile, ormai, insistere sull’argomento. Comprenderai che non possiamo rovinare i rapporti con il governo amico che tanto ci beneficia − è il commento finale del diplomatico che non lascia spazio ad ulteriori domande.

Il valoroso giornalista non si arrende. Prosegue con le sue indagini ostinate fino ad accumulare le prove inconfutabili dell’innocenza in un voluminoso fascicolo che consegna ai tribunali.

Sono ancora lì le carte. Con la speranza che un giorno venga pulito, davanti agli uomini e alla storia, l’onore dei sette immigrati i quali, morti per mano della barbarie come tanti altri, arrivarono in questa terra con le valigie rotte ma piene d’illusioni.


[1] Vedere Nota 2, Cap. V.

[2] Maripérez è un quartiere della Parrocchia El Recreo, nel nord di Caracas. A cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta, quando cominciavano ad arrivare a frotte i primi immigrati europei, quelli che non avevano parenti o amici che potessero ospitarli in casa, o farsi garanti nelle pensioni di accoglienza a pagamento, erano condotti in un immenso capannone costruito in questo quartiere dove poi si offrivano all’asta ai costruttori e agli imprenditori come manovali, oppure come mastri quelli che potevano dimostrare una qualifica determinata.

[3] La Plaza Bolívar di Caracas è uno dei luoghi più importanti e rinomati del Venezuela, situata nel centro storico della città. Vi sorge la statua equestre del Libertador Simón Bolívar, opera dello scultore italiano Adamo Tadolini. In quei terribili anni di immigrazioni massive, coloro che non finivano nei capannoni di Maripérez perché ospitati nelle pensioni o nelle case dei parenti, si riunivano in quella famosissima piazza per offrire anche loro agli imprenditori del posto la loro forza lavoro. Spesso venivano umiliati dovendo mostrare le loro dentature, o erano obbligati a spogliarsi delle camice per dimostrare le muscolature delle braccia.

[4] Spesso, effettivamente, i capimastri che andavano a prelevare la forza lavoro nella Plaza Bolívar erano gli stessi connazionali italiani, già sistemati, che si disimpegnavano come uomini di fiducia degli imprenditori creoli o stranieri, oppure avevano un’attività artigianale propria nel campo delle costruzioni, o in qualsiasi altro, e che perciò richiedevano manodopera per ampliare le loro botteghe.

[5] Appena fondata e per molti anni, La Voce d’Italia fu settimanale e si metteva in vendita la domenica nelle edicole dei quartieri dove risiedevano maggiormente gli italiani. Era anche distribuito durante la settimana da un caratteristico personaggio locale che girava a piedi per le vie principali della città. Oggigiorno circola un’edizione digitale quotidiana al seguente indirizzo web: www.voce.com.ve.

[6] Questa storia è stata narrata nei dettagli dallo stesso giornalista Gaetano Bafile, direttore de La Voce d’Italia, nel libro Inchiesta a Caracas, edito dalla casa editrice Sellerio (1989).

[7] Effettivamente, il 25 febbraio 1955 vi fu un attentato contro il Generale Marcos Pérez Jiménez ma la polizia politica non riuscì a catturare i veri responsabili. Per non dare l’impressione, verso l’opinione pubblica nazionale e internazionale, di un corpo di sicurezza inefficiente, inventa alla fine un complotto a danno di sette innocenti immigrati siciliani.

[8] “I sotterranei” (subterráneos) erano le celle di rigore, senza luce e con un filo d’aria appena per respirare, dove gli sbirri della dittatura rinchiudevano e torturavano i sospettosi nemici del regime.

[9] Con questo nome era conosciuto l’organismo della polizia politica venezuelana, fondato il 4 agosto 1938. In seguito al colpo di stato del 18 ottobre 1945 fu riorganizzato dalla Giunta Rivoluzionaria del Governo, e cominciò ad essere utilizzato per esercitare una forte repressione contro l’opposizione politica del paese. Diventò un corpo spietato contro i nemici del dittatore Marcos Pérez Jiménez, sotto il comando del famigerato Pedro Estrada.

[10] Il “piano eclisse” consisteva nel far scomparire d’immediato, senza lasciare tracce, un nemico del regime.

[11] Pedro Estrada era un fumatore accanito di sigari cubani, sempre accesi tra le sue labbra, finanche nelle riunioni di stato.

[12] El Junquito (si legga el hunchito) è una località a ovest di Caracas da cui dista oltre 20 km a 1750 metri sul livello del mare. È caratterizzato da varie attrazioni turistiche come passeggiate a cavallo, ristoranti tipici e parchi. Gaetano Bafile nella sua inchiesta scoprirà che in quel posto furono condotti, e poi trucidati dagli sbirri, i sette innocenti siciliani.