Elezioni in Spagna: ora un governo progressista

Egregio Direttore

Ti ringrazio per lo spazio che mi concedi. Alcune righe che spero possano diventare un elemento costante della preziosa attività di informazione che il tuo giornale svolge per la nostra comunità. Ti scrivo dalla Spagna, da Madrid, dove vivo e lavoro da sei anni, dove ho famiglia (una tipica famiglia trans-mediterranea: moglie spagnola, figlia con doppio passaporto) e dove l’integrazione di noi immigrati è stata sempre più facile che altrove, ad esempio il mondo anglo-sassone. Difficile trovare un paese più simile all’Italia della Spagna.

Eppure, ti scrivo da una Spagna in evoluzione. Una serie di cambiamenti, all’interno di alcune grandi continuità, stanno trasformando, sempre più velocemente, il tessuto sociale del paese. Luci e ombre convivono. Vorrei cominciare dai tre temi più importanti: l’esclusione sociale, la frammentazione territoriale, e la polarizzazione politica. Tutti ugualmente importanti: quando uno entra in crisi, anche gli altri entrano in fibrillazione.

La Spagna è un paese dove le diseguaglianze sono in aumento. Certo, un fenomeno che riguarda tutto l’Occidente. Ma che poi si traduce in modo diverso, caso e per caso. E secondo l’indicatore europeo sulla povertà e l’esclusione sociale (AROPE), la Spagna è il settimo peggiore della UE: 2,5 milioni di persone vive in condizioni di povertà severa (sono il 5,4% della popolazione), oltre 10 milioni è a rischio povertà, e quasi la metà degli spagnoli fa fatica ad arrivare a fine mese. Con le regioni del sud, tradizionalmente più povere e agricole, molto più esposte di quelle del nord.

La Spagna è anche un paese dove la frattura centro/periferia, si sta allargando sempre più. Se la fine del terrorismo basco aveva acceso una speranza di maggiore coesione, la questione catalana è riesplosa in tutta la sua complessità e gravità. Anni di ipocrisie e di indottrinamento nazionalista stanno minando il tessuto sociale della Catalogna, una delle regioni più ricche, ma con un complesso d’inferiorità identitaria ancora irrisolto. Anzi, che si sta incacrenendo. Ma la logica dell’azione-reazione non perdona: e in un paese come la Spagna, dove una vera omogeneità nazionale non è mai stata pienamente raggiunta, a un’azione centrifuga radicale corrisponde ora un’azione centralista sempre più forte ed estrema.

Ma per fortuna, la Spagna di oggi è ancora un paese aperto e cosmopolita, che continua a godere di un mito positivo: la Spagna è ancora sinonimo di edonismo, spensieratezza, facilità delle relazioni e di una burocrazia un po più agile di quella italiana. Insomma, un paese di opportunità. E i dati lo confermano: gli italiani iscritti AIRE sono oltre 300.000, un flusso crescente. Secondo i dati della Seguridad Social, sono oltre 130.000 gli italiani che qui lavorano in maniera stabile, dei quali oltre il 20% come autonomi. Eppure, l’immigrazione non sono solamente “i cervelli in fuga”: è anche quella schiera di “invisibili” – italiani e non – che lavorano nei bar, nei ristoranti, nei call center o nella filiera dell’agro-alimentare in Andulusia o a Murcia.

Queste tre fotografie spiegano il risultato delle elezioni spagnole di domenica 10 novembre. Un voto che non ha semplificato il quadro politico, non ha contribuito a dare maggiore stabilità, ha visto un forte aumento della complessità territoriale spagnola e, non da ultimo, il crollo di un centro più nazionalista che liberale e l’avanzata rumorosa di un’estrema destra a metà fra il post-franchismo e il neo-lepenismo. Insicurezza e identità stanno caratterizzando la Spagna: insicurezza economica e sociale; vecchie e nuove identità; cambio generazionale; spinte migratorie. Un paese complesso che ha scelto una soluzione facile e, allo stesso tempo, pericolosa: localismo e polarizzazione.

In qualità di neo-Segretario del circolo PD di Madrid, non voglio certo dare lezioni ai nostri compagni del PSOE. Anzi, complimenti e congratulazioni per le vittorie: come ricordato da Pedro Sánchez, in tutte e tre le elezioni del 2019 il PSOE è stato il partito più votato. Il mio è soprattutto un auspicio: è giunto il tempo in cui i leader dei partiti costituzionalisti diano vita a un nuovo spirito di rigenerazione politica e sociale per tutta la Spagna, con generosità verso le asimmetrie e le peculiarità storiche e geografiche del paese, con lungimiranza e giustizia nei confronti di un’economia che rallenta e di una società più povera e impaurita. Ma la spinta propulsiva di questa nuova fase politica non può che nascere dalla formazione di un governo progressista centrato sul PSOE. Noi del circolo PD di Madrid ci faremo trovare sempre a fianco di questo nuovo percorso riformista. Entusiasti di condividerlo e, nel nostro piccolo, dare una mano.

Ma ci piacerebbe fare di più. Noi italiani, come tutti gli altri cittadini europei residenti nella UE, siamo un po cittadini di serie B. Non possiamo votare per scegliere i nostri rappresentanti politici nel paese in cui siamo residenti, in cui paghiamo le tasse, in cui usufruiamo di servizi pubblici come scuola, sanità, polizia, giustizia. Dentro la UE, ci piacerebbe far sentire più alta la nostra voce. Come giustamente ricordato su questo giornale, gli immigrati sono una risorsa economica sociale e politica, non un corpo estraneo da criminalizzare come gridato da Vox. Ecco, noi speriamo che nell’agenda di un nuovo governo progressista vi sia anche la possibilità di allargare la partecipazione elettorale di noi immigrati guidando, Italia e Spagna, il fronte progressista europeo. Sarebbe un bel gesto. Riformista.

Abrazos!

 

Michele Testoni

Professore di Relazioni Internazionali al IE di Madrid e Segretario del circolo PD “Sandro Pertini” di Madrid (partitodemocraticomadrid@gmail.com)