Mostre: Gio’ Ponti e l’architettura da amare

Villa Planchart: una delle opere di Gio' Ponti a Caracas.
Villa Planchart: una delle opere di Gio' Ponti a Caracas.

ROMA. – Profeta della leggerezza, della smaterializzazione delle facciate degli edifici, disegnatore di ambienti urbani e domestici in cui far entrare la natura, teorizzatore di una casa ‘esatta’ perché concepita senza spreco di spazi e ‘adatta’ alle esigenze del vivere quotidiano, cercatore versatile di vie nuove, architetto-artista definizione a lui tanto cara.

Questo ed altro è stato Gio Ponti, il grande maestro dell’ architettura che ha attraversato quasi interamente il Novecento lasciando un segno profondo del suo passaggio. Una personalità geniale che il Maxxi pone al centro dell’ attenzione con la mostra “Gio Ponti. Amare l’ architettura”, fino al 13 aprile 2020, “omaggio doveroso – ha detto la presidente Giovanna Melandri – a un protagonista messo ai margini per troppo tempo”.

La retrospettiva è il frutto del lavoro di un team di curatori, Maristella Casciato, senior Curator of Architectural Collections al Getty Research Institute di Los Angeles; Fulvio Irace, critico e storico dell’architettura; Salvatore Licitra, responsabile Gio Ponti Archives, e Francesca Zanella, presidente del Centro studi e Archivio della Comunicazione dell’ Universita di Parma.

Modelli originali, molti dei quali restaurati ed esposti per la prima volta, progetti, disegni fotografie, libri, riviste, classici del design strettamente collegati ai suoi progetti architettonici: il mondo del progettista è illustrato in otto sezioni che evocano i suoi concetti-chiave.

E’ il modo per avvicinarsi all’inventore di edifici iconici come il Grattacielo Pirelli a Milano o la Concattedrale di Taranto, al cantore di una idea dell’abitare in cui lo spazio viene considerato fluido, dinamico, colorato, al creatore per i grandi marchi dell’arredamento di mobili, poltrone, sedie, divani, posate, ceramiche, lavabi fino alla carrozzeria di un’ automobile chiamata Diamante.

“Gio Ponti, un esempio dell’orgoglio italiano per decenni sottovalutato, è stato riscoperto prima all’estero che da noi – fa notare Fulvio Irace -. Questa mostra è anche una scommessa sulla sua attualità. Negli anni Settanta con le sue torri residenziali colorate che utilizzano la prefabbricazione spinta voleva dimostrare che i tristissimi casermoni grigi che hanno invaso le periferie delle grandi città erano dovute solo alla pigrizia degli architetti”.

Ponti era un ottimista, ha sempre guardato al futuro, senza nostalgie. “La mia è una vita perseguitata dalla fortuna”, era solito dire con il suo entusiasmo contagioso, ha osservato il curatore. Ritenere necessario, è l’ altro aspetto messo a fuoco dalla mostra, un confronto continuo dell’architettura con la natura.

Nelle sue prima case realizzate a Milano negli anni Trenta aveva previsto terrazze con vasche di cemento che potessero ospitare alberi e cespugli con l’obiettivo di ottenere facciate ricoperte di vegetazione durante la fioritura. Nella Milano del dopoguerra i suoi quartieri furono chiamati Fiume Verde, all’ interno dei complessi di uffici mise un paesaggio naturale che definì il ‘bosco lombardo”.

Architetto, designer, art director, scrittore, poeta, critico, Ponti aveva una visione globale, rifiutava di essere confinato in un settore. Fondatore nel 1928 della rivista Domus, ancora oggi punto di riferimento fondamentale, sosteneva l’ idea di una casa che oltre ad essere progettata dovesse anche essere divulgata e comunicata.

Con un uso ‘luminoso’ degli spazi, lui che aveva sempre vissuto in nemmeno 90 metri quadri. Morì a 88 anni e fino a 80 aveva continuato a progettare, anche palazzi con rivestimenti di plastica, dimostrando a quell’ età di non voler guardare indietro ma di accettare sfide nuove.

“I giovani non devono copiare Ponti – dice Irace – ma si può imparare dal suo atteggiamento a mantenere questa attitudine vibrante ad essere sempre in tensione”. Il suo Pirellone era la risposta ai grattacieli americani. “Lui piega la forma a scatola e la fa diventare un esagono, per mostrare la trasparenza dei fianchi, il tetto che galleggia, come l’ aureola di un angelo”.

La Concattedrale di Taranto, del 1970, è un altro “gesto grandioso”: alla periferia della città ha costruito una enorme vela, quasi una pala d’ altare, traforata da losanghe che per lui erano “le nicchie per gli angeli”. “Amare l’ architettura” è anche il titolo del libro-breviario del grande architetto, con le risposte a tante domande. La materia più bella? Il cemento. Il colore? Il bianco. E ancora, l’ architettura nasce da dentro, è ordine contro una storia di disordini, è cresciuta in altezza, si è assottigliata e alleggerita.

Tra i modelli, indicava i classici del mondo antico, Palladio, e tra i moderni Le Corbousier e, soprattutto, Pier Luigi Nervi che – dice nel volume – “ha i segreti dell’architettura di domani, fa profezia delle forme”. Passato e futuro legati, dunque, con gli architetti a fare da cerniera: “Intermediari fra quello che fu il mondo di ieri e quello di domani: conquistare questo, nella misura di grandezza di quello”.

(di Luciano Fioramonti/ANSA)