Il fallimento di due decenni di “chavismo” in Venezuela

A vent’anni dalla tragedia di Vargas e dal referendum che sancì la nuova Costituzione, è evidente che il Venezuela vive una crisi economica che non ha precedenti nella sua storia e in quella dell’America Latina. Il bilancio di due decenni di “chavismo” non poteva essere più negativo. Il fallimento di un modello economico che dietro la falsa parvenza di “socialista” cela un contenuto profondamente demagogico e populista, è nei fatti. Il tentativo di nascondere gli indici economici s’infrange contro la quotidianità. La dura politica repressiva e quella delle “porte girevoli”, com’è stata battezzata dall’autorevole “Foro Penal”, che determina una rotazione nelle carceri di prigionieri politici, solo evita le manifestazioni di piazza ma non la crescita della rabbia nei confronti di chi avrebbe il dovere di assicurare un crescente benessere nella popolazione.

Il fallimento del modello economico populista che ha dominato la scena politica nazionale, in mancanza di statistiche ufficiali, può essere raccontato attraverso gli indicatori di istituzioni internazionali di indiscussa reputazione e delle informazioni rese note dagli organismi di categoria. Le prime si caratterizzano per il loro orientamento conservatore, al momento di rendere pubbliche statistiche e proiezioni; le altre, per la prudenza e il timore che, nell’illustrare la vera dimensione della crisi, possano essere non credute.

 

Il Fondo Monetario Internazionale considera il Venezuela l’anello più debole dell’economia latinoamericana. Stima devastante, come scrive in uno dei suoi ultimi “Report”, “la profonda crisi umanitaria e l’implosione economica”. Dopo le correzioni di rito dei principali indici che rappresentano l’andamento dell’economia, sostiene che la contrazione del Prodotto Interno Lordo sarà del 35 per cento a fine del 2019 e di un altro 10 per cento nel 2020. Dal 2013, la contrazione del Pil sarebbe stata del 95 per cento. Un fenomeno mai accaduto nella storia dell’America Latina. Non è tutto.

Sempre allarmanti sono le notizie che arrivano dal fronte dell’inflazione. Alla fine dell’anno in corso, l’iperinflazione dovrebbe attestarsi attorno al 200mila per cento. E tornerebbe a crescere il prossimo anno fino a raggiungere il 500mila per cento. Le previsioni dell’inflazione, dal 2017 ad oggi, sono andate riducendosi progressivamente. Sono passate dai 10 milioni per cento, prima; al milione per cento, poi; e al 200mila per cento oggi. In parte, l’iperinflazione è andata diminuendo grazie al fenomeno della “dollarizzazione” dell’economia. Il bolívar, la valuta nazionale, è considerata nel Paese e nei circuiti finanziari, poco meno che carta straccia. Il “Petro”, dal canto suo, stenta a decollare nonostante gli sforzi del governo. A ridurre la pressione sui prezzi hanno contribuito la politica restrittiva al credito e la riduzione della spesa pubblica.

La Cepal coincide con l’FMI nel considerare il Venezuela l’anello più debole dell’economia regionale. E stima la contrazione del Prodotto attorno al 25,5 per cento; una stima senz’altro inferiore a quella dell’FMI ma non per questo meno preoccupante.

Dalla trincea delle organizzazioni di categoria, in linea con l’FMI e la Cepal, giungono notizie allarmanti. Ci descrivono una congiuntura economica apocalittica e la distruzione del tessuto produttivo con profonde ripercussioni sull’occupazione. Ormai, tutti coincidono nel parlare di “industricidio”.

Nel 1999 esistevano circa 13mila industrie e occupavano oltre il 75 per cento della loro capacità di produzione

Conindustria, l’organismo imprenditoriale che raggruppa gli industriali, da anni denuncia la distruzione di un settore che era all’avanguardia tecnologica. Dopo 20 anni di “rivoluzione chavista”, stando a Conindustria, avrebbe chiuso l’82 per cento delle aziende produttive del Paese. Queste, nel 1999, erano circa 13mila e occupavano oltre il 75 per cento della loro capacità di produzione. Oggi sopravvivono alla crisi appena 2mila 600 e non si sa quante riapriranno dopo le feste natalizie. Quelle ancora produttive, ha denunciato Adan Celis presidente di Conindustria, occupano appena il 19 per cento della loro capacità installata. Inoltre, considera che per recuperare il tessuto industriale e modernizzarlo tecnologicamente per renderlo competitivo, saranno necessari almeno 20 miliardi di dollari.

Per quel che riguarda la povertà, poi, bisogna rifarsi a “Encovi”, lo studio periodico del tessuto sociale venezuelano che realizzano assieme le più prestigiose università del paese. Non vi sono altre statistiche o indagini con la stessa credibilità. Queste ci mostrano una popolazione allo stremo. Nel 2018, per effetto della crisi economica, la povertà estrema colpiva il 61,2 per cento delle famiglie. La povertà, l’87 per cento. Le famiglie “non povere”, dal 2014 – data d’inizio dell’indagine Encovi – al 2017, sono passate dal 51,6 per cento ad appena il 13 per cento.

Gli analisti dei fenomeni sociali considerano che il Venezuela è una enorme pentola a pressione vicina all’esplosione. L’emigrazione, e le conseguenti rimesse, sono una valvola di sfogo ma l’indifferenza del governo, la sua incapacità o disinteresse nel contrastare la crisi, potrebbero provocare il prossimo anno situazioni incontrollabili. La repressione, seppur brutale, potrebbe essere insufficiente per disinnescare la bomba sociale. La sua esplosione, oggi, troverebbe impreparata l’Opposizione, dilaniata da faide interne e ora travolta dallo tsunami della corruzione.

Bafile Mauro