“Ius sanguinis” e “ius soli”, un dilemma inesistente

Un giovane rivolge lo sguardo ad un grosso schermo con orari

Per correggere un’ingiustizia si corre il rischio di commetterne un’altra ugualmente grave. Per il momento sono solo voci di corridoio. Ma il pericolo è latente. Attorno allo “ius sanguinis”, lo “ius soli” e lo “ius culturae”, per il momento, c’è tanta confusione. La proposta del Segretario Generale del Partito Democratico, Nicola Zingaretti, ha per obiettivo cancellare un’odiosa discriminazione. E cioè, concedere la cittadinanza ai figli di emigranti nati in Italia, a prescindere dallo “status” legale dei genitori. Sembra una cosa ovvia. Eppure, non lo è. La concessione della cittadinanza, in Italia, si basa sul concetto dello “ius sanguinis”.

La nozione dello “ius soli”, molto di più di quella dello “ius culturae”, ha immediatamente riscosso l’adesione delle correnti progressiste e il rifiuto di quelle xenofobe e razziste. Non è mancata, comunque, qualche perplessità.

La proposta del Partito Democratico interpreta il desiderio di una grossa fetta della società italiana, quella che in ripetute occasioni non ha fatto mancare la propria solidarietà ai tanti disperati che solcano il mediterraneo per fuggire alle guerre, alla fame e alla certezza della morte. E mostra il volto umano del partito.

Nessuno dovrebbe mettere in dubbio il diritto che ha un bambino nato nel Belpaese ad essere cittadino italiano e quindi europeo, a prescindere dalla nazionalità, dalla religione e dallo “status” legale dei genitori. Dovrebbe essere considerato un fatto scontato. Ma non è così. La politica dell’odio ha creato una matrice d’opinione ostile; una matrice di opinione le cui radici affondano in un substrato razzista, che alimenta la paura verso il “diverso”.

Ma bisogna sommare senza sottrarre. Voci di corridoio, sempre più insistenti, indicano che l’approvazione dello “ius soli” significherebbe l’automatica cancellazione dello “ius sanguinis”. Se così fosse, si starebbe commettendo una grande ingiustizia nei confronti dei tanti, tantissimi figli d’italiani nati all’estero. Si starebbe privando i loro genitori del diritto di trasmettergli la propria cittadinanza. Eppure, l’uno non dovrebbe entrare in conflitto con l’altro. Tra “ius soli” e “ius sanguinis” non  esistono contraddizioni.

Il dibattito, tra sommare o sottrarre, si svolge proprio quando dai rapporti della “Fondazione Migrantes” e dell’Istat emerge una inquietante realtà: cala il numero degli immigrati mentre cresce quello dei giovani italiani che si trasferiscono all’estero alla ricerca di un lavoro e di una migliore qualità di vita. Negli ultimi 10 anni, stando all’Istat, è emigrato quasi un milione di italiani. 816mila, ad essere precisi. Di questi, tre su quattro hanno una istruzione media alta.

Cancellare con un colpo di spugna lo “ius sanguinis” vuol dire negare alla vecchia e alla crescente nuova emigrazione, il diritto di trasmettere la propria cittadinanza ai figli. E’ un grosso torto verso quei giovani che, nati all’estero, hanno profonde radici italiane trasmesse in famiglia attraverso le tradizioni e la cultura; a quei giovani che conoscono l’Italia forse anche meglio dei coetanei che vi vivono; a quei giovani che hanno nonni, zii e cugini che visitano regolarmente; a quei giovani che aspirano a studiare nelle università italiane.

La responsabilità della politica è trovare il giusto equilibrio, saper conciliare lo “ius sanguinis” con lo “ius soli” e lo “ius culture”, tenendo conto delle peculiarità dell’Italia che è stato e continua ad essere un paese di emigrazione così come di immigrazione.

Mauro Bafile