Pensioni: Dal 27 via a confronto, 62 anni insostenibili

Una coppia di pensionati a passeggio. (investireoggi.it)

ROMA. – Partirà lunedì 27 il confronto tra Governo e sindacati sulla previdenza, dopo la tornata delle elezioni regionali in Emilia Romagna e Calabria. Al momento la ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo, si limita a dire che per il Governo la priorità è la costruzione di un sistema  previdenziale equo e flessibile che superi la riforma Fornero ma il confronto appare già in salita data la scarsità delle risorse disponibili.

I sindacati nei giorni scorsi hanno chiesto di trattare su un’uscita dal lavoro a 62 anni con 20 di contributi ma l’ipotesi appare impraticabile perché avrebbe costi più alti della stessa Quota 100 che va a esaurimento (che prevede la necessità anche di 38 anni di contributi). Un’ipotesi che secondo l’ex ministra Elsa Fornero è un “esercizio di irresponsabilità” dato che sotto il profilo dei conti pubblici sarebbe “insostenibile”.

Per domani Cgil, Cisl e Uil hanno convocato le segreterie unitarie e questo sarà uno dei temi principali insieme al fisco. Una maggiore flessibilità rispetto allo “scalone” che si avrebbe una volta esaurita Quota 100 (67 anni per la vecchiaia, 42 anni e 10 mesi per l’anticipata oltre a tre mesi di finestra mobile, ndr) potrebbe essere introdotta con l’innalzamento dell’età anagrafica a 64 anni sempre mantenendo i 38 di contributi come ipotizzato dall’esperto di previdenza Alberto Brambilla, ipotesi al momento bocciata dai sindacati.

Ma si potrebbe ipotizzare anche un rafforzamento dell’Ape sociale (la possibilità di avere un anticipo pensionistico a 63 anni ma a fronte di condizioni di disagio come la disoccupazione o il lavoro gravoso) o l’introduzione di una sorta di Opzione donna anche per gli uomini. In pratica, chi volesse ritirarsi dal lavoro in anticipo rispetto all’età di vecchiaia senza aver raggiunto i 42 anni e 10 mesi di contributi potrebbe accederé alla pensione ricalcolando l’assegno interamente con il método contributivo.

Anche per questa opzione ci dovrebbe essere un’età minima ma non necessariamente molto bassa perché l’importo sarebbe strettamente legato ai contributi versati. Tra le altre ipotesi potrebbe esserci, per chi ha già interamente il calcolo contributivo, la riduzione dell’importo limite (adesso a 2,8 volte il minimo) per accedere alla pensione tre anni in anticipo rispetto all’età di vecchiaia.

La flessibilità comunque nella prossima riforma dovrebbe essere compensata con qualche tipo di penalizzazione nel caso di lavori non gravosi mentre potrebbe essere introdotta una distinzione per i lavori più faticosi dato che la speranza di vita per coloro che sono impegnati in queste attività è più bassa rispetto al resto dei lavoratori.

La ministra dovrebbe nominare una Commissione di esperti che studino la materia ma è evidente che non si possano archiviare le due riforme che hanno reso il sistema previdenziale italiano sostenibile: quella messa a punto dal Governo Berlusconi nel 2010 che ha legato il pensionamento all’aspettativa di vita e quella contenuta nel Salva Italia del 2011 (la riforma Fornero) che ha parificato l’età pensionabile per uomini e donne, ha introdotto il contributivo pro-rata per tutti e una stretta sulle pensioni anticipate.

La Ragioneria dello Stato nel suo ultimo documento sulle tendenze di lungo periodo del sistema pensionistico e socio sanitario del resto è chiara:  “considerando l’insieme degli interventi di riforma approvati a partire dal 2004 – si legge – si evidenzia come, complessivamente, essi abbiano generato una riduzione dell’incidenza della spesa pensionistica in rapporto al Pil pari a circa 60 punti percentuali di Pil, cumulati al 2060”.

Se si guarda al 2020 si vede che la spesa a normativa vigente è al 15,8% (sarebbe stata al 15,3% senza Quota 100) ma sarebbe stata ben oltre il 17% senza gli interventi del 2010 e del 2011.

(di Alessia Tagliacozzo/ANSA)