Coronavirus, i connazionali finalmente a casa: “Ora siamo al sicuro”

Una delle famiglie italiane in arrivo a Pratica di Mare da Wuhan.
Una delle famiglie italiane in arrivo a Pratica di Mare da Wuhan. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

ROMA. – Un piccoletto arriva a stento al finestrino del bus, lo sguardo curioso e un fiore nella mano destra; un altro ragazzino ha la felpa delle tartarughe Ninja e la mascherina più grande di lui: sembra quasi farsi pregare dalla mamma che gli tende la mano per entrare nella tenda dove devono misurargli la febbre; le due bimbe con i codini e gli zainetti colorati, invece, non fanno una piega vedendo quel signore lì accanto, con tutte quelle protezioni per evitare ogni contatto che sembra uscito da un film di fantascienza.

Alle 10 esatte del mattino il Boieng 767 dell’Aeronautica Militare con a bordo 6 bambini e 50 adulti rimpatriati dall’epicentro del coronavirus tocca terra a Pratica di Mare. L’evacuazione degli italiani da Wuhan, iniziata 30 ore prima, finisce così: con la paura che lascia spazio al sollievo.

Tranne per un 17enne di Grado. Aveva il biglietto anche lui, doveva tornare con gli altri ma all’aeroporto aveva 37.7 di febbre: dopo un breve passaggio in ospedale è ora in un appartamento con due signore italiane, in costante contatto con l’ambasciata. Lorenzo, Petra, Michael, Paolo e tutti gli altri invece l’aereo l’hanno preso e 13 ore dopo scendono dalla scaletta.

Un po’ frastornati: c’è la tensione accumulata in Cina, con le strade della città deserte e il timore di essere i prossimi; c’è l’agitazione vissuta prima di partire, dove a stabilire se avevi diritto o meno a salire sul volo per casa è stato il termometro; c’è la stanchezza di un viaggio lungo a bordo di un aereo senza neanche i finestrini per potersi distrarre guardando la terra dall’alto.

Le parole di Paolo Ghiddi, dipendente del Gruppo System di Fiorano, il paese del modenese col circuito della Ferrari, danno voce e forma a questo stato d’animo. “Mi sembra di rinascere. Ora sono al sicuro. Abbiamo passato una settimana di apprensione, ma adesso siamo più tranquilli”.

Tutti insieme salgono sul bus che dalla pista li porta alle tende di biocontenimento per le nuove visite. Hanno le mascherine, gli zainetti e i giubbotti in mano, in questo febbraio che sembra già primavera. Due ore per misurare, ancora una volta, la temperatura, la pressione e la frequenza cardiaca.

C’è chi, nell’attesa, rassicura i familiari che dovranno aspettare ancora 15 giorni prima di vederlo, chi chiede una bottiglia d’acqua, chi scatta foto. Petra Vidali si limita a mandare un messaggio ai genitori. La 24enne veneziana stava seguendo un master internazionale alla Huazhong University di Wuhan e ha accettato di tornare solo per tranquillizzare la famiglia, sostenendo che attorno alla vicenda si è creato un panico eccessivo.

“So solo che sta bene – dice il papà – ma ancora non l’ho sentita”. Anche Lorenzo di Bernardino sostiene che forse con la paura del contagio si è esagerato. E che la Cina gli è rimasta nel cuore. “Ci tornerò presto, mi sono trovato bene. Questa è stata solo una piccola disavventura”.

I 56 italiani stanno tutti bene. Almeno questo dicono i primi esami. “Per il momento non ci sono problemi, devono ancora terminare tutti i controlli sanitari, ma stanno bene” conferma Stefano Verrecchia, il capo dell’Unità di crisi della Farnesina che ha gestito tutta l’operazione rientro ribadendo che la questione, se c’è, è psicologica e non medica.

“Hanno avuto molta pressione, c’è stanchezza ma non mi pare siano provati”. Pochi minuti prima delle 13 gli italiani sono a bordo di due autobus militari che lasciano l’aeroporto; gli autisti hanno tute, mascherine e occhiali protettivi, come i militari dell’Esercito che li accolgono al Centro olimpico della Cecchignola, la loro nuova casa per i prossimi 14 giorni.

Dovranno rimanere sotto “osservazione sanitaria”, spiegano i sanitari, che è un modo di dire che non potranno uscire senza dire ‘quarantena’. L’unico che non ha la mascherina, quando scendono dal bus, è un bimbetto che non avrà neanche un anno. A coprirgli la bocca ci pensa il marsupio nel quale è infilato, attaccato al petto della mamma.

(di Matteo Guidelli/ANSA)