Da sarto ad avvocato

Università Centrale del Venezuela, cerimonia di laurea.
Università Centrale del Venezuela, cerimonia di laurea.

La miseria galoppa a briglie sciolte per le terre italiche, un tempo sfavillanti come i raggi del sole di un’estate tropicale. I cavalli vanno e vengono per i campi silvestri in cerca del pasto che non trovano e, al loro seguito, avanzano i puledri i quali, nonostante il formicolio che trapana le loro pance vuote, non arrestano la folle corsa a tutta lena che alla fine solo aumenta la voglia di stoppia fresca spazzata via dal vento settembrino.

Giovanni il muratore osserva con sconforto il cielo avaro che non dà cenno alcuno che cadrà la manna, come avvenne miracolosamente quella volta quando scese in abbondanza per alimentare il popolo d’Israele nel deserto. Anche Vincenzo, il figlio, guarda spesso verso il cielo, ma solo a notte fonda, con la speranza di vedere una stella cadente che gli consenta di esprimere il desiderio di diventare un poeta, un intellettuale o un matematico famoso. Ha appena cinque anni, e sogna di diventare grande: di corpo, di spirito e di mente. Ahimè, però, la guerra non dà tregua, e così, come il cavallo cerca il pasto spazzato via dal vento, anche il puledro sogna ma, come afferma il poeta, i sogni, spesso, sono solo sogni. Così, man mano che gli anni passano tra polveri da sparo e fuochi di cannoni, Vincenzo, che nel frattempo si diletta nella lettura dei classici suscitando lo stupore del maestro quando glieli commenta con precisione e buon’analisi, è costretto ad imparare un mestiere per attenuare il formicolio costante dello stomaco.

– Suggerisco che faccia il sarto da grande – commenta, infatti, un giorno, il padre buono, in presenza di tutta la famiglia. – È un mestiere leggero e, pertanto, adatto al suo fisico fragile e delicato. Il maestro insiste che il ragazzo debba proseguire gli studi in un liceo classico o scientifico ma, come si fa? Da dove usciranno i soldi per pagargli una pensione a Cosenza o nei paraggi, dove vi sono scuole di questo tipo? No. Non si può. Parlerò domani con il mio amico Celestino perché lo accetti come apprendista nella sua bottega.

Così trascorrono i mesi e gli anni, e Vincenzo diventa un sarto esperto richiesto non solo nel suo piccolo paese, ma anche nei dintorni. E poi, quando raggiunge l’età che dal volto scompaiono gli odiosi brufoletti dell’adolescenza e la voce non è più rauca come quella dei galletti di primo canto, allo stesso modo di altri giovani, anch’essi vittime dei gas tossici sprigionati dalle bombe che cadevano alla rinfusa sulle teste innocenti della gente, s’ammala di pleurite con gravi conseguenze per lui e per tutta la famiglia. Primo, perché è difficile procurarsi la medicina, la famosa penicillina, che ne garantisca la guarigione. E poi, per quel pregiudizio che si diffonde come un’eco quando si lancia un grido tra le lingue strette di montagna, secondo cui, a chi è affetto da questo male, sono precluse due cose che, a buon conto, portano ad una stessa conclusione: scartato come soldato della patria e, pertanto, potrà aspirare soltanto a quelle femmine passate inosservate agli occhi d’altri giovani che, camicie al vento, osano mettere in mostra i loro petti ampi e robusti.

– Non sarà il mio caso! – grida Vincenzo disperato, sicuro invece che per quel suo portamento d’attore gli sarà riservato il privilegio di vezzeggiare le donne più leggiadre che s’incroceranno lungo il cammino della vita. – Padre, ti supplico, aiutami a cercare quella medicina. Ti giuro che saprò ricompensare il tuo aiuto mille volte tanto.

E così fu. Il padre chiede un prestito, paga gli interessi e il giovane guarisce in men che non si dica. Il giorno che gli tocca presentare le prove per il servizio militare, non solo risulta idoneo alla visita medica, ma mostra anche una destrezza motoria assai notevole laddove non riescono i compagni di leva più robusti. S’arruola, dunque, nella gloriosa Fanteria dell’Esercito in una città prossima alle Alpi e, quando finalmente termina il suo periodo di soldato della repubblica, il padre gli parla con il cuore in mano.

– Figliolo – gli dice. – In questi paesini di provincia dove, nonostante sia scampato il pericolo delle bombe, è ancora duro tirare avanti e non c’è spazio per coloro che non si rassegnano alla torpidezza e all’ozio. Gli uomini con voglia di progresso sono in partenza. Se ne vanno ovunque in cerca di fortuna. Anch’io ho deciso di farlo in un posto dell’America che chiamano Venezuela. Dicono che laggiù cercano muratori esperti per costruire i grandi grattacieli; per fare i ponti che colleghino da una sponda all’altra le rive dei fiumi e dei laghi sconfinati; per realizzare le dighe che porteranno l’acqua fino alle terre aride ora tappezzate di cardi e di cespugli; per erigere le statue agli eroi di quella patria che varie volte hanno varcato le montagne ghiacciate delle Ande con l’unico proposito di abbattere il giogo oppressore di altri popoli. Ti prenderai cura di tua madre e anche dei tuoi fratelli che ancora hanno bisogno della nostra protezione. Vedrai che in poco tempo arriverà l’abbondanza in questa casa.

Vincenzo ascolta senza batter ciglio, ma, in cuor suo, mentre il genitore sogna con le ville e i castelli del Venezuela fiorente in cerca di immigrati onesti, non si rassegna affatto all’idea che debba essere lui stesso a intraprendere l’avventura in quella terra tropicale, dove il mar dei Caraibi bagna le sue coste dagli aspri scogli e dalle belle spiagge dal color dell’oro. Comunque, se ha già deciso così, bisogna rispettare la sua volontà di andarci per primo, per evitare l’affronto alla rispettabilità paterna.

Soltanto due o tre anni dopo, Vincenzo osa scrivergli la seguente, laconica nota: “Padre, oggi compio ventisei anni e ti chiedo un regalo che mi farà felice: voglio che mi prepari le carte perché possa anch’io tentare la fortuna in quella terra dove tu dici che dimora Iddio”.

Soddisfatto il desiderio, Vincenzo si propone di realizzare al più presto due obiettivi: gestire i guadagni in comune con il padre per accelerare l’acquisto della nuova casa nel paesello nativo, in modo che questi possa riprendere il suo posto accanto alla moglie, perché, nei tropici, la vita è dura per il cavallo vecchio lasciato a briglie sciolte. E l’altro, aprire un buon negozio, una boutique di lusso per gente raffinata che apprezzi l’abito su misura fatto da mani esperte che curino i dettagli.

Entrambe le cose si realizzeranno in un tempo relativamente breve. Il padre ritorna. Il giovane rimane da solo sperimentando come, in queste terre vergini, cosparse di ricchezza, l’oro scorre a rivoli impetuosi quando il lavoro è duro e si fissano obiettivi che, oltre a beneficiare colui che se li pone, fanno progredire la patria che, in questo modo, potrà rivaleggiare con altre realtà in via di sviluppo. Certo, prospera il negozio grazie al sudore della fronte, ma non per questo Vincenzo si priva di ciò che rende felice una persona giovane come lui. È solito, infatti, sedurre le tante giovincelle che assiduamente visitano la boutique in cerca di novità. Finché un giorno, d’improvviso, decide di far sul serio. Arriva al negozio una mulatta slanciata e assai elegante. Una scultura vivente – pensa – fuggita da un museo beffando il guardiano insonnolito. Rimane prima senza fiato, attonito, ma poi reagisce, avviando con lei un’amena conversazione del più e del meno, fino a farla parlare di cose intime e riservate che in genere non si raccontano alle persone appena conosciute. Eppure, lei le racconta, a dimostrazione che prova gusto a chiacchierare con l’italiano, stranamente colto e raffinato, al contrario di altri che sui volti abbrustoliti dal sole mostrano rozzezza, sgarbo e un’espressione di angoscia tipica di chi ha lasciato, in un’altra dimensione, affetti, ricordi e la vita stessa.

– Hai detto di essere dentista? Non sono mai andato in visita da uno – afferma il giovane con un sorriso a trentadue denti, chissà con il pretesto di mostrarle la bianca dentatura perfettamente in ordine. – Anzi, scommetto che non mi troveresti alcuna carie. Sai che. Domani, nel tuo studio, potrai controllare con tutte le minuzie che vorrai.

Ci va davvero e vi ritorna anche il giorno dopo, quello successivo e l’altro ancora. Finché riesce ad ottenere da María del Carmen – così si chiama la ragazza − l’appuntamento tanto agognato in un ristorante di lusso nella Gran Avenida di Sabana Grande[1]. Seduti uno di fronte all’altro, Vincenzo non riesce ad esprimere a parole il discorso che aveva imbastito in testa per dichiararle il suo amore. Così, dopo averla fissata a lungo negli occhi, riesce a dire soltanto, controllando il tremolio della voce:

– Avvisa i tuoi genitori che domani ho intenzione di visitarli a casa per formalizzare il nostro fidanzamento.

Rimane ammutolita María del Carmen. In fondo, però, prova gioia perché, sebbene non immaginasse che il sarto appena conosciuto potesse arrivare così lontano, anche lei cominciava a sentire uno strano brulichio nello stomaco che, in particolar modo la notte, quando restava da sola nella sua stanzetta, non la lasciava in pace. Presto, però, si tramuta in angoscia dal momento che i genitori s’infuriano per quell’assurda pretesa della figlia di voler contrarre matrimonio con uno sconosciuto, straniero tra l’altro, proveniente sicuramente da qualche stalla dove, per la miseria, avrà mangiato la crusca insieme ai porci.

– Questa famiglia, figlia sconsiderata, si rispetta – sancisce il vecchio sicuramente discendente da qualche stirpe dell’antica oligarchia. – Guarda un po’ quali grandi ambizioni tu perseguiti! Pretendi un sarto come padre dei tuoi figli? Se fosse almeno, che ne so, un erudito, un professionista…

– Lo diventerò – giura a se stesso Vincenzo, dopo che la giovane gli racconta la reazione dei genitori che si rifiutano di conoscerlo. – Sarò avvocato, e anche un erudito. Ti prometto che per te farò qualsiasi cosa per evitare che niente e nessuno possa ostacolare la mia ansia di amarti per sempre, per il resto della mia vita.

Si sposano, finalmente, e per alcuni anni non tornano a vedere i parenti di lei, finché un giorno Vincenzo si azzarda a comporre il numero di telefono che ricordava a memoria per averlo usato tanto in passato.

– Pronto – risponde calma la voce di un venerando anziano.

– Buonasera, suocero – dice a sua volta l’immigrato con una tranquillità di spirito che non rivela rancori, né altri risentimenti, poiché davvero non li cova la sua indole di convinzione cristiana. – La settimana prossima mi laureo e vorrei che fosse lei a mettermi al collo la tanto bramata medaglia di avvocato[2]. Ho superato una sfida con me stesso per diventare degno della sua stima, perché sarebbe inconcepibile per la mia morale che ai miei figli si privi della gioia di abbracciare i nonni.

L’uomo si presenta all’appuntamento concordato. Gli colloca la medaglia e, con le lacrime che gli scivolano dagli occhi, dice con evidente turbamento:

– Figliolo, la sfida superata non è soltanto perché tu ti senta degno del mio apprezzamento. Ho anche chiaro, adesso, che la tua perseveranza è un esempio dell’ennesimo contributo a questa terra da parte di coloro che giunti dall’Europa millenaria vi restano per sempre a seminare con onore i loro nomi di famiglia. Che bello sarà, inoltre, in questo caso, quando tra altre storie, i nipoti del futuro potranno gridare ai quattro venti la storia dell’immigrato antenato che, per amore di un’orchidea di questa patria[3], da umile sarto è diventato un colto avvocato.

Null’altro dice. Chiama la figlia. Li abbraccia entrambi con la devozione di un padre ravveduto e piange insieme a loro, di allegria, finché l’Aula Magna rimane vuota, libera dal trambusto.


[1] Vedere Nota 6, Cap. IX.

[2] In Venezuela è usanza che il giorno della laurea, in una cerimonia pubblica che di solito si tiene nell’Aula Magna dell’Ateneo, oltre alla consegna del diploma il Retto-re mette al collo dei neolaureati una medaglia che rappresenta il simbolo della facoltà. Su richiesta formale dell’interessato detta medaglia potrebbe essere anche consegnata da un parente o da una personalità illustre previa autorizzazione del Con-siglio Universitario.

[3] L’orchidea è il fiore nazionale del Venezuela. Si tratta, dunque, di una metafora che sta ad indicare le belle donne del paese.