Di Maio vola da Haftar, il generale bombarda Tripoli

Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio durante l'incontro a Bengasi con il generale Khalifa Haftar. Immagine d'archivio.
Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio durante l'incontro a Bengasi con il generale Khalifa Haftar. Immagine d'archivio. (ANSA/EPA) (ANSA/ UFFICIO STAMPA LUIGI DI MAIO)

ROMA. – Per la Libia si lavora a un cessate il fuoco permanente, quando ancora la tregua raggiunta a fática lo scorso gennaio si sfalda giorno dopo giorno. Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, arriva così a Bengasi proprio mentre il generale Khalifa Haftar sferra l’ennesimo attacco su Tripoli e la sua periferia sud, causando feriti e panico tra la popolazione e la chiusura, per ore, dell’aeroporto di Mitiga, l’unico funzionante della capitale libica.

“La risposta alla crisi libica non può essere in alcun modo militare. Non possono essere le armi o i bombardamenti. La strada da seguire deve essere quella del dialogo e della diplomazia”, ha quindi insistito Di Maio con Haftar, all’indomani della tappa a Tripoli – sotto attacco dal sedicente Esercito nazionale libico (Lna) del generale dal 4 aprile – dove il titolare della Farnesina ha incontrato il premier del governo di accordo nazionale Fayez al Sarraj e il ministro dell’Interno Fathi Bashaga.

Ad entrambi gli interlocutori Di Maio ha ribadito che “l’Italia non accetta alcuna interferenza straniera” in Libia e che “bisogna lavorare con impegno per un cessate il fuoco permanente”: lo stesso obiettivo della comunità internazionale messo nero su bianco ieri in una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ma con l’astensione della Russia. Mosca e Ankara restano infatti, nonostante gli impegni presi alla conferenza di Berlino di gennaio, i principali sponsor degli attori in campo, la prima accusata di schierare mercenari al fianco di Haftar, la seconda già a Tripoli con uomini e mezzi.

Con il generale, Di Maio ha affrontato anche il tema del blocco delle esportazioni del petrolio dopo che le sue truppe hanno chiuso i terminal della Cirenaica, costringendo di conseguenza i pozzi del sud a fermare l’estrazione di greggio.

Anche l’Eni ha già dimezzato da 300 mila a 160 mila barili la sua produzione giornaliera. Il blocco priva così la stessa popolazione libica di introiti per decine di milioni di dollari al giorno, ma ha inevitabilmente messo nelle mani di Haftar il coltello dalla parte del manico. Su questo punto, il generale non ha dato rassicurazioni di alcun genere mentre ha fatto sapere, attraverso l’ufficio stampa del Lna, di apprezzare “gli sforzi italiani” e di aver discusso con Di Maio di come “proteggere i confini marittimi e prevenire l’infiltrazione di elementi terroristici e gruppi criminali”.

Tornato nel pomeriggio a Roma, il titolare della Farnesina ha detto di aver trovato in Haftar “una sincera apertura”, in particolare nei confronti del Comitato militare congiunto 5+5, unico risultato concreto della Conferenza di Berlino, come strumento per poter arrivare a far tacere le armi e avviare un processo democratico. Il Comitato si è riunito la settimana scorsa a Ginevra sotto l’egida dell’Onu e un secondo round di colloqui è previsto per il 18 febbraio. “Ritengo importante che rispetto all’ultima volta che sono stato lì a dicembre si sia capito che serve una discussione”, ha sottolineato il ministro.

La verifica degli impegni presi da tutti gli attori a Berlino sarà al centro di una riunione dei ministri degli Esteri a margine della riunione sulla sicurezza di domenica a Monaco, mentre lunedì a Bruxelles si discuterà dell’eventuale rilancio dell’operazione Sophia per il controllo del rispetto dell’embargo Onu sulle armi. L’Italia preme per “rafforzare anche la componente navale”, ha detto il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, a Bruxelles per la Nato. Sulla sorveglianza navale nel Mediterraneo restano però contrarie Austria e Ungheria, mentre sembra possibile un’intesa sul rafforzamento della missione con mezzi aerei e satellitari.

(di Laurence Figà-Talamanca/ANSA)