Caccia agli europei in India: “Sono degli untori”

Replica di un elefante con mascherina in una strada di Chennai per sensibilizzare ai cittadini sul coronavirus.
Replica di un elefante con mascherina in una strada di Chennai per sensibilizzare ai cittadini sul coronavirus. (El Pais)

NEW DELHI.  –  Appestati, untori, diffusori del virus: gli europei, e in particolare gli italiani, fanno ormai paura in India. E in molti temono che possa scattare una “caccia allo straniero”, rendendo sempre più difficile la vita di quelli che vivono o lavorano nel Paese.

“Dobbiamo stare attenti”, raccontano alcuni, sottolineando che “tra gli indiani, soprattutto i memo istruiti, si è diffusa la convinzione che il virus che ha sconvolto la vita quotidiana con la proclamazione del lockdown totale, la chiusura di tutte le frontiere interne ed esterne, sia stato portato da noi. In particolare dagli italiani”.

Tutto è cominciato quando, in coincidenza con le notizie dell’esplosione del contagio nel nord Italia, il 3 di marzo un turista italiano, purtroppo morto qualche giorno fa, si è sentito male e, dopo essere stato ricoverato in un ospedale di Jaipur, è risultato positivo al Coronavirus. Nel sud del paese, in Kerala, c’erano già stati sporadici casi, ma quelle notizie non avevano creato allarme e neppure la necessaria politica di precauzioni.

In un montare di diffidenza, da quel momento i turisti che viaggiavano nel paese si sono visti rifiutare l’accesso agli alberghi, già prenotati, o sono stati bloccati e messi in quarantena obbligatoria, per disposizioni degli stati che stavano visitando. Tra palesi rifiuti e minacce, un gruppo di turisti tedeschi ha trascorso alcune notti sul bus, prima di rientrare nella capitale e ripartire precipitosamente con uno degli ultimi voli, prima delle chiusura dei cieli.

Turisti britannici arrivati in un resort di Goa sono stati di fatto rinchiusi nelle loro stanze per due settimane. E poi rispediti in patria senza neppure avere potuto avvicinarsi alla spiaggia.

Ma gli italiani hanno avuto, e hanno tuttora, i problema maggiori. Mentre alcuni media arrivavano a definire il Covid-19  “il virus italiano”, alcuni parlamentari del Bjp hanno chiesto che Rahul Gandhi, rientrato da un viaggio in Europa a fine febbraio, venisse sottoposto al test del Covid-19, e altri, in parlamento, hanno domandato a gran voce che persino Sonia Gandhi, che non si è mai allontanata dal paese, venisse costretta al test.

Carlo Pinton, operatore turistico che vive a Gurgaon, la città satellite alla periferia di Delhi è tra i pochi a sentirsi ancora ben accolto: “Io e mia moglie non abbiamo problemi, ma lo dobbiamo ad un lasciapassare speciale, la piccola che è entrata nella nostra famiglia da qualche mese, dopo una lunghissima attesa. Una bimba indiana di sei anni, che viveva in un orfanotrofio, e che abbiamo finalmente potuto adottare”.

Per gli altri le cose sono diverse: “Per la prima a volta da quando vivo in questo paese, e sono dieci anni”, racconta da Delhi un’altra italiana, “mi accorgo che i vicini di casa si scansano quando mi incontrano lungo le scale, mentre i negozianti, dai quali vado a fare la spesa da tempo, mi porgono la merce con precauzioni che non usano con nessun altro”.

(di Rita Cenni/ANSA)