La partita geopolitica dietro la ricerca del vaccino

La partita geopolitica per il vaccino
La ricerca del vaccino ha generato una partita geopolitica il cui esito sarà di fondamentale importanza per gli equilibri futuri. FOTO La Scienza in rete

In questi giorni difficili, la notizia del positivo avanzamento della ricerca del vaccino ha infuso un cauto ottimismo all’interno della malandata opinione pubblica mondiale. Infatti, negli Stati Uniti, la School of Medicine di Pittsburgh ha appena presentato la sua proposta di antidoto contro il nuovo Coronavirus; un cerotto grande quanto la punta di un dito con 400 micro-aghi fatti di zuccheri e proteine virali, da apporre sulla pelle per stimolare in fretta una reazione del sistema immunitario. I primi dati sugli animali sono promettenti, e vista la situazione di emergenza, i ricercatori, tra cui spunta il nome dell’italiano Andrea Gambotto, hanno avviato la richiesta per la sperimentazione umana alla Food and Drug Administration (FDA).

Il Pittsburgh Coronavirus Vaccine, è un vaccino che si rifà ad un approccio classico dell’immunologia: somministrare una sufficiente quantità di pezzi del patogeno per stimolare la reazione del sistema immunitario in modo da allertarlo preventivamente contro il virus vero e proprio. Se questa pare essere una condizione normale per l’innesco di un vaccino, la formulazione dello stesso è meno familiare: niente iniezione ma un cerotto che da un lato presenta la bellezza di 400 aghi fatti di zuccheri e proteine. Una sorta di gancio indolore. Nel giro di qualche giorno gli aghi si sciolgono nella cute e rilasciano gli antigeni che inducono una reazione immunitaria.

Il cerotto ha diversi vantaggi. Innanzitutto induce una reazione immunitaria nella pelle, più forte di una puntura, e lo fa con una dose di vaccino inferiore. In secondo luogo può essere riprodotto con gli stessi standard di efficienza e sicurezza su ampia scala. La tecnologia di produzione dell’antigene e di purificazione esiste già su scala industriale. I micro-aghi, infine, si conservano bene a temperatura ambiente, rendendo meno difficoltosa la distribuzione nel mondo, senza tenerli a freddo.

In una situazione del genere, anche la minima speranza potrebbe far tornare il sorriso e quel cauto ottimismo dei primi giorni. I numeri del Covid-19 in Italia fanno ben sperare ma fino a quando un vaccino non sarà trovato, sarà inevitabile continuare a convivere con questo mostro che non ha fatto altro che ricordarci quanto i Paesi, ormai, siano interdipendenti tra di loro.

In uno scenario da film distopico, con strade vuote, guanti in lattice e mascherine si colloca la corsa al vaccino. Non ci sono solo gli Stati Uniti in questa partita che sembra avere come unica caratteristica la corsa contro il tempo, e non solo per motivi sanitari. Sono ben 35 i progetti in corso, nei diversi centri di ricerca del pianeta. Tuttavia non si sa che cosa stiano facendo i governi per irrobustire sia la competenza negoziale che la comune visione strategica da mettere in campo quando il primo vaccino sarà scoperto e testato sugli umani. In questo assordante silenzio si colloca una partita geopolitica dagli esiti imprevedibili.

Il sovranismo sanitario

Date le circostanze inedite in cui si trova il globo a causa del virus, saper maneggiare la partita potentemente geopolitica delle condizioni di accesso al vaccino, quando i primi prodotti saranno validati dalla ricerca, dovrebbe far parte del pacchetto di emergenza che la comunità internazionale farebbe bene a predisporre.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato un progetto per monitorare i prezzi dei vaccini, così da permettere ai Paesi poveri di ottenere sconti e di estendere la copertura vaccinale.

Risulta evidente, però, un chiaro istinto sovranista nella vicenda. Un sovranismo sanitario che sta facendo scuola sul fronte geopolitico. Il livello di competizione sembra superare quello di cooperazione e vede in Donald Trump il suo principale sostenitore. Il Tycoon ha offerto un miliardo di dollari alla tedesca CureVac, la quale sta sperimentando un vaccino che sembrerebbe promettere bene. Una casa farmaceutica che annovera tra i maggiori finanziatori proprio Bill Gates. L’Unione Europea si è interposta tra la casa, restia a cedere alle lusinghe americane, e lo stesso Presidente, offrendo finanziamenti pressoché illimitati per sostenere la ricerca.

La sciocca offerta sottolinea tutta l’ignoranza del Presidente in materia di proprietà intellettuale e di opportunità esclusive nel settore farmaceutico. Sicuramente, anche senza l’intervento di UE e del governo tedesco, la casa farmaceutica tedesca si sarà fatta delle grosse risate quando avrà ricevuto l’offerta del Presidente Trump.

Perché? La montagna di profitto che una casa farmaceutica prevede di guadagnare dalla proprietà intellettuale di un prodotto si aggira comunemente attorno a diverse decine di miliardi di dollari. Figuriamoci per il vaccino contro il Covid-19. Inoltre è bene ricordare che i vaccini garantiscono entrate decennali con scarsi oneri fiscali.

Il sovranismo sanitario, però, non ha dei risvolti solamente economici. Si tratta anche di prestigio internazionale. Al tempo della globalizzazione, la competizione del futuro si gioca sul capitale umano dei singoli Paesi. Vincerà chi riuscirà a massimizzare l’investimento in tal senso, dalla promozione dell’impresa attraverso la creazione di una base industriale nuova, più moderna e competitiva. In questo senso la misura saranno le biotecnologie, l’intelligenza artificiale e la capacità di collezionare e analizzare dosi massicce di dati. Infine, importante sarà anche la trasformazione del vecchio Stato sociale in una nuova rete di solidarietà, diffusa nella società e incanalata sui reali bisogni della popolazione.

Nello specifico, erigersi a salvatori della specie umana trovando un vaccino risponde a tutti i criteri su cui si svolge l’ormai lunghissima competizione globale su chi sarà lo stato più virtuoso. Si tratta di Smart Power, in questo caso Potere Medico, il quale esiste da quando la penicillina ha salvato il mondo.

Risvolti economici, politici e di prestigio internazionale. Si tratta di una competizione geopolitica in piena regola. La rivalità politica è destinata ad accendersi in maniera inequivocabile attorno al controllo strategico del vaccino da parte della prima potenza che saprà ottenerlo. Chi saranno i maggiori competitor? Cina, USA, Unione Europea, Russia, Israele. Anche l’Italia, prima nazione occidentale colpita e prima ad adottare misure di contenimento draconiane ed efficienti, riveste un ruolo importantissimo.

Quando il primo vaccino sarà pronto, all’inizio sarà in quantità limitata e potrebbe essere monopolizzato da questa o quella potenza. Superare il sovranismo e soprattutto l’interesse economico che vi si cela dietro, sarà fondamentale.

Il costo del vaccino e l’importanza di un brevetto

L’accessibilità economica è uno dei parametri che, almeno dal 1977, l’OMS ritiene importante per far approvare un farmaco essenziale, oltre ovviamente il suo valore terapeutico. Però, come spesso accade “fatta la legge, trovato l’inganno”. Da diversi anni a questa parte, le aziende sovvengono a questa regola attraverso l’introduzione di un “modello di prezzo basato sul valore”, il quale consiste nella decisione di fissare dei prezzi tanto più elevati quanto più il farmaco sia necessario alla cura e a salvare la vita delle persone. Uno sviluppo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità farà bene ad osteggiare.

Le conseguenze, in caso contrario, sarebbero davvero inquietanti. La scoperta del vaccino contro il coronavirus potrebbe scatenare una guerra sul costo del prodotto.

Appare chiaro che arrivare a detenere il brevetto di un vaccino che batte un virus che ha messo in ginocchio il mondo, vorrebbe dire avere in mano una vera e propria arma “geo-strategica”, il cui utilizzo, per quanto etico e pacifico possa essere, determinerà un potere enorme in termini di influenza. Quando il vaccino ci sarà, tra qualche mese o a fine anno, la popolazione il cui Paese avrà il brevetto avrà la priorità nell’accesso, ma contestualmente si aprirà la corsa per acquistare le forniture da parte di altri Paesi. E qui entrerà la geopolitica e il grande teatro delle alleanze. I Paesi alleati, o strategici, della potenza che deterrà il brevetto saranno i primi a servirsene.

Un’arma geopolitica ma non come un drone o un F35, bensì qualcosa di più potente e che potrebbe salvare le sorti non di una guerra ma di una nazione. I cinesi hanno messo in piedi un team di 1000 ricercatori, militari, gli Stati Uniti hanno convogliato tutti i laboratori sulla ricerca di un vaccino nel più breve tempo possibile, cercando di “comprare” anche la concorrenza.

L’OMS si è mossa in questa direzione, cercando di anticipare il contravvenire di alleanze e di “ricchi vs poveri” nella corsa al vaccino, dichiarando che lo stesso “deve essere messo a disposizione di tutti, non solo degli abbienti”. Un richiamo che anticipa la battaglia geo-strategica che seguirà all’euforia della scoperta della cura.

La competizione geopolitica può essere anche salutare, da un certo punto di vista, purché tutti i successi siano condivisi con il mondo. Le più grandi aziende farmaceutiche, si sono incontrate due settimane fa e hanno affermato di lavorare assieme ma l’azzardo di Trump potrebbe indurre qualche malintenzionato a credere che se da un lato si fanno queste affermazioni, dall’altro invece si stia conducendo una battaglia senza esclusione di colpi.

L’ultima chance per i governi è quella di tessere da ora una strategia di salute pubblica comune che consenta di negoziare con le aziende in tutta sicurezza e in una posizione di forza. La trasparenza e le buone intenzioni sono importanti ma non sufficienti. Il Covid-19 ci ha fatto scoprire vulnerabili e ha sottolineato come la solidarietà sia l’unica strada da intraprendere per sopravvivere. E ciò non vale solo per l’economia ma anche, e soprattutto, per la salute.

Donatello D’Andrea