Ansie e paure, diventare mamma nell’era lockdown

La foto postata dall'associazione di Neonatologia del Niguarda con il bimbo con il pannolino arcobaleno.
La foto postata dall'associazione di Neonatologia del Niguarda con il bimbo con il pannolino arcobaleno. (ANSA)

ROMA. – Durante la Festa della Mamma, che per la prima volta ricorre mentre l’Italia è in piena emergenza pandemica, poco si sente parlare nel dibattito pubblico delle future mamme e dei nuovi nati che verranno alla luce nel mondo del Coronavirus. Poco più di 30 mila donne, si stima, in attesa spesso del primo figlio.

Eppure nei prossimi giorni ci sono neomamme che andranno a partorire necessariamente da sole, senza il conforto dei compagni in sala parto (all’avanguardistica Humanitas di Milano i papà potranno seguire il lieto evento a distanza con un tablet) o l’aiuto pratico di madri, sorelle, zie che magari vivono in altre Regioni e a causa del lockdown non possono raggiungere la loro familiare incinta.

Mamme che dovranno eseguire il tampone il giorno stesso del parto, col rischio di venire trasferite su due piedi in un punto nascita Covid, differente dalla struttura di riferimento, con tutto quello che questo comporta anche a livello di stress emotivo: l’organizzazione messa a punto in nove mesi potrebbe repentinamente cambiare in tutto un altro film.

Ad esempio, a Roma, il Gemelli ha creato uno dei due hub della Capitale per le nascite (l’altro è al Fatebenefratelli) nell’area Covid, dove, ci spiega il primario Antonio Lanzone, “si svolgono i parti e l’assistenza a pazienti affette da Coronavirus o sospette affette. Finora ci sono stati cinque parti di questo tipo, meno che nelle zone più colpite come a Bologna dove sono stati una quindicina, e una quarantina al Sacco di Milano.

La procedura attuata è semplice: si fanno test rapidi con il tampone con responso entro 4-12 ore e se positiva la mamma va in isolamento, il papà viene allontanato e si aggiungono problematiche relative soprattutto alla gestione del post parto”.

Ma infezione a parte, come vivono le neo mamme queste gravidanze che si sono trasformate di colpo in una vera impresa?

“Non è la gravidanza che avevo immaginato – racconta Luisa, 40 anni, impiegata di Roma, al settimo mese e alla prima esperienza come mamma -. Purtroppo tanti aspetti belli, anche banali come andare in un negozio a scegliere fasciatoi e tutine, sono venuti meno. E poi tante difficoltà: sono giorni che non riesco a rintracciare l’ostetrica, il mio ginecologo non sa ancora dirmi quale sarà l’ospedale in cui partorirò. Mia madre vive in un’altra regione e non può raggiungermi. Il mio compagno è presente, anche perché è in smart working, ma devo ammettere che alla fine mi sento piuttosto sola e la felicità iniziale a volte viene ricacciata indietro da un senso di angoscia”.

L’ultimo dato relativo alle nascite risale a febbraio quando l’Istat ha certificato 435 mila nuovi nati nel 2019, un numero mai così basso in Italia e rinforzato, si sa, dai parti delle donne immigrate (un quinto del totale). Save the Children ha stimato la perdita di 134 mila nascite in dieci anni parlando di “smottamento” demografico.

Chi sta affrontando una gravidanza ora cerca soprattutto di concentrarsi sugli aspetti organizzativi perché, ci dice Silvia, 43 anni, direttrice marketing a Milano, “quello che sarà molto complicato, sarà soprattutto il dopo, almeno il primo mese. E’ vero che è previsto un buono babysitter ma con il lockdown io non ho potuto neanche fare dei colloqui ed è difficile in questo momento dare fiducia a una persona che si occupi del tuo neonato quando ancora non è del tutto chiaro quali misure protettive dovremo attuare nei suoi confronti”.

Si cerca di frequentare i corsi pre-parto online il più possibile, per scambiarsi informazioni e magari fare un po’ di rete. Anche qui c’è qualche limite. “La stessa ostetrica – continua Silvia – mi ha detto che quello che spiegava in 4 ore, ora lo riduce in una. Ho un po’ il timore di perdere qualche passaggio importante”.

A Roma, in una Italia ormai frammentata in Regioni da cui non si può entrare né uscire, c’è Anna Claudia Massolo, pediatra del Bambino Gesù ed anche lei futura mamma alla 35/ma settimana. Come gestirà il nascituro?

“Il neonato meno persone vede e meglio è. Si devono igienizzare continuamente le mani e attuare al massimo le misure di precauzione che stiamo imparando a conoscere in questi giorni. Il face shield? Non so, mi lascia perplessa per ora, lo usano in Tailandia, chissà non arrivi anche da noi. L’essenziale rimane che i contatti siano più che ridotti e che si mantenga una distanza di due metri almeno rispetto al neonato.

La mia festa di famiglia, quel momento che avevo immaginato con amici e parenti di ritorno dall’ospedale, non ci sarà. All’inizio mi dispiaceva molto, come anche il fatto di aver dovuto annullare le vacanze in montagna. Ma poi ho completamente rielaborato la percezione del mio diventare mamma e ho pensato: non lascerò che il virus mi rovini questa gioia. Piuttosto, visto che mi impone di passare più tempo con mio figlio, mi darà la possibilità di godere ogni singolo attimo con lui, assaporare ogni sua piccola evoluzione”.

Le mamme coinvolte lo sanno, ma non lo dicono: il rischio di una trasmissione del virus dalla donna al feto non è provata come non è smentita. “Non lo sappiamo con certezza”, spiega Lanzone, “ci sono dei casi in cui il virus è stato riscontrato nella placenta. Proprio per questo dobbiamo attuare policy molto stringenti”.

I casi di “gravide” contagiate non sono comunque molti: “Fortunatamente le donne in attesa si erano messe, non dico proprio in quarantena, ma in una specie di isolamento fin da subito. Questo le ha evidentemente protette”.

(di Nina Fabrizio/ANSA)