Architettura italiana a Buenos Aires: Villa Buschiazzo, da Bolivar al “pop”

Architettura a Buenos Aires, Palazzo Buschiazzo al centro di una singolare vicenda
Architettura a Buenos Aires, Palazzo Buschiazzo al centro di una singolare vicenda

BUENOS AIRES – Nei giorni del virus maledetto distrarsi fa sicuramente bene, e poco importa quale sia l’argomento. C’e’ spazio per tutto, quindi è legittimo porsi domande apparentemente assurde. Per esempio: cosa c’entra la dilagante architettura italiana di Buenos Aires con il “socialismo bolivariano”?

Strano quesito, risposta scontata: niente. Eppure, con molta fantasia e poco rigore storico, è possibile trovare un nesso. In città c’è infatti un luogo dove il nome di un noto architetto ligure ha finito per intrecciarsi, ovviamente in modo del tutto casuale, con il movimento politico creato da Hugo Chávez.

Vediamo. All’angolo tra le strade Carlos Pellegrini e Juncal, non lontano dall’Obelisco che segna il centro della capitale argentina, spicca una palazzina di quattro piani. Lo stabile ha una lunga scalinata che porta al salone principale (4×7 metri) ricoperto di boiserie con al centro un grande lampadario. E’ in stile francese e ha un’aria molto signorile, anche se è incuneato, quasi “divorato”, dai prorompenti edifici circostanti, problema che condivide con molti palazzi antichi di Buenos Aires. Non un bel vedere.

L’edificio è opera di Juan Antonio Buschiazzo, nato a Savona nel 1845 trapiantato in Argentina a 4 anni. Il padre, capomastro, ebbe evidentemente una forte influenza su Juan Antonio. Prima di laurearsi in architettura, il ragazzo aveva già costruito, tra l’altro, la sede del Museo Storico Sarmiento. Fu prolifico il Buschiazzo, negli anni in cui Buenos Aires cresceva. A lui si attribuiscono, tra l’altro, il bel “barrio” di Saavedra, oggi molto di moda, il mercato di San Telmo e i due cimiteri più importanti della città: Chacarita e Recoleta.

L’architetto ligure, padre di molte opere pubbliche, disegnò per i notabili della città varie case di prestigio quali, appunto, il palazzetto di Pellegrini e Juncal, che ha accompagnato le vicissitudini della vita politica argentina.

La “casona”, proprietà di una facoltosa famiglia, venne poi donata allo Stato, che nel 1958 ne fece la sede del Consiglio Supremo della Difesa. Finita l’ultima dittatura militare, fu lì che si svolsero alcune udienze dei processi contro il regime e sulla guerra delle Malvinas. Ancora qualche anno ed ecco il momento in cui il destino, postumo, del palazzetto s’incrocia con quello del socialismo latinoamericano: il villino venne scelto dal presidente Nestor Kirchner quale sede di un organismo dell’Unasur, raggruppamento regionale voluto dal collega e amico Chávez.

In passato, nel corso degli anni, il kirchnerismo ha spesso dato ampio spazio a diverse forme di devozione e simbolismo politico. Alcune opere pubbliche della città si rifanno appunto al nome dei Kirchner: per esempio, l’enorme edificio che per anni ha ospitato la sede della posta, battezzato nel 2012 appunto “Centro Cultural Nestor Kirchner”.

 Anche nel villino di Buschiazzo il “kirchnerismo” ha lasciato il segno. Su un grande muro antistante il patio centrale dell’edificio, a pochi passi da un bellissimo “lapacho” – tra gli alberi più diffusi in città – vennero anni fa disegnati i ritratti dei leader del socialismo latinoamericano: oltre a Chávez e a Nestor e Cristina Kirchner, i presidenti di Bolivia (Evo Morales), Ecuador (Rafael Correa), Brasile (Lula), oltre al “lider maximo” cubano Fidel Castro.

 Dopo la vittoria alle presidenziali del 2015, Mauricio Macri scelse di cancellare l’ingombrante mural. Anche palazzo Buschiazzo venne quindi travolto dalla politica: non più sede dell’Unasur, fu scelto dal governo Macri quale “segreteria per l’Economia Creativa” preposta alla gestione di progetti “del tutto autonomi e svincolati dalla politica’”, almeno a quanto ha sempre assicurato il “macrismo”.

A questo punto si pose la questione del muro “bolivariano” all’esterno del palazzo. I volti degli ex presidenti sudamericani sembrarono davvero fuori luogo nel nuovo contesto, ma come cancellare un dipinto così marcatamente politico senza creare polemiche e senza d’altra parte lasciare il muro del tutto vuoto?

Esclusi ritratti di politici “contemporanei” (il macrismo sottolineava di “non fare queste cose”), la pensata fu quella di dipingere lunghe strisce in tre colori (rosso, celeste, giallo), simili a coriandoli svolazzanti. Scelta artisticamente discutibile, ma netta dal punto di vista politico: si è voluto appunto “de-ideologizzare” il palazzo, eliminando così eventuali tentazioni relative al culto della personalità. Per un po’ il muro ha quindi avuto uno stile del tutto incerto: come definirlo? Neutro, slavato, decaffeinato, pop?

Rimane il fatto che dalle parti del Rio de la Plata la strada che da Bolivar porta ad una neutralità multicolore può essere molto breve. Le sorprese però non finiscono qui. Dopo il ribaltone alle elezioni presidenziali di ottobre, nelle quali il peronista Alberto Fernandez ha mandato ko Macri, tutto è nuovamente cambiato

Il palazzo di Juncal e Pellegrini è infatti tornato peronista, diventando in questo modo protagonista di una curiosa capriola politica. Verso la fine dell’anno, i coriandoli pop sono stati cancellati facendo tornare alla luce i volti del mural precedente: Chavez, i coniugi Kirchner, ecc. Chi passa quindi oggi davanti al Palazzo trova la grande immagine –identica- che c’era prima.

Ormai da qualche settimana però i lavori sono stati interrotti: il risultato è che i mesi passano e il muro si sta lentamente scrostando. Ed è sicuro che il restauro non sarà completato in tempi rapidi, appunto per l’emergenza sanitaria che ha messo all’angolo la “grieta”, la crepa che spacca in due il paese tra peronismo e anti-peronismo. Questi sono giorni difficili per tutti e anche in Argentina non c’è spazio per gli scontri politici. Tanto meno ideologici.

Martino Rigacci