Scovati 101 boss della ‘Ndrangheta con reddito di cittadinanza

Un fermo immagine tratto da un video della guardia di finanza mostra il Nucleo Speciale di Polizia Valutaria, controllo accesso abusivo ai sistemi informatici.
Un fermo immagine tratto da un video della guardia di finanza mostra il Nucleo Speciale di Polizia Valutaria, controllo accesso abusivo ai sistemi informatici. ANSA/GUARDIA DI FINANZA

REGGIO CALABRIA. – Boss e gregari delle maggiori cosche di ‘ndrangheta del Reggino in odore di indigenza e, in quanto tali, beneficiari del reddito di cittadinanza. In 101, una sorta di vera e propria “carica” ma di altro genere, hanno per mesi indebitamente fruito del sussidio statale destinato a chi è privo di sostentamento.

A sollevare il velo sulla vicenda è stata l’operazione denominata “Mala Civitas” condotta dalla Guardia di finanza di Reggio Calabria e coordinata dalla Procura reggina che ha portato alla denuncia degli indebiti percettori e di ulteriori 15 sottoscrittori delle richieste irregolari di sussidi di indigenza.

Nelle maglie dei finanzieri che hanno esaminato la documentazione e fatto i necessari riscontri, sono finiti elementi di spicco delle cosche di Gioia Tauro o delle ‘ndrine reggine dei Tegano e Serraino ma anche capibastone della Locride appartenenti ai Commisso-Rumbo-Figliomeni di Siderno, Cordì di Locri, Manno-Maiolo di Caulonia e D’Agostino di Canolo.

Tutti sono stati segnalati all’Inps per l’avvio del procedimento di revoca dei benefici ottenuti e il recupero di somme già intascate per circa 516 mila euro. L’erogazione del sussidio, se l’indagine non avesse portato a scoprire la truffa, avrebbe comportato fino al termine del periodo di concessione un ulteriore esborso per altri 470 mila euro.

Ad essere radiografata è stata inizialmente una platea di oltre 500 persone con alle spalle anche pesanti condanne passate in giudicato per reati riferibili ad associazione di stampo mafioso. All’indagine sono state interessate le Procure di Reggio Calabria, Locri, Palmi, Vibo Valentia e Verbania.

Tra i presunti indigenti elementi di spicco e semplici gregari che sono risultati essere organici alle maggiori cosche della provincia di Reggio Calabria con diramazioni anche in altre realtà del Paese e ruoli gerarchici diversificati all’interno delle loro consorterie.

Tra quanti non lesinavano di attaccarsi alla mammella statale, adducendo particolari stati di difficoltà economica, anche i figli del narcotrafficante Roberto Pannunzi, detto “Bebè”, unanimemente considerato dagli investigatori italiani e statunitensi come uno dei più grandi broker mondiali di cocaina. Proprio lui, un personaggio dipinto come il “Pablo Escobar italiano” e legato a doppio filo alla ‘ndrangheta calabrese, che non mancava di vantarsi di pesare i soldi anziché contarli.

Nell’elenco di nuovi poveri è risultato anche il figlio maggiore Alessandro, sposato con la figlia di uno dei maggiori produttori mondiali colombiani di cocaina, condannato in via definitiva per l’importazione di svariati quintali di stupefacente in Italia.

La vicenda dei boss con il reddito di cittadinanza ad esponenti della criminalità organizzata calabrese ha scatenato, come era prevedibile, una ridda di reazioni bipartisan. Non solo da destra, Forza Italia e Fratelli d’Italia in primis, ma anche dalla maggioranza M5s e Italia Viva che non hanno mancato di prendere posizione per stigmatizzare l’accaduto.

(di Clemente Angotti/ANSA)