Sequestro

Sequestro, foresta di bamboo.
Sequestro, foresta di bamboo. ( Foto Foto di Thanapat Pirmphol da Pixabay)

– Tutti a terra e con le mani aperte dietro la schiena! – grida uno degli incappucciati che con il suo fucile da guerra punta al cuore dei tre peones[1] incaricati di sorvegliare la porta nord della tenuta. – Questo è un sequestro! Al primo movimento sparo! E tu, Alberto Bofantini, non ti nascondere! Hai un minuto di tempo per uscire con le buone, altrimenti apriamo fuoco contro tutti!

La tenuta si chiama Sant’Anna, come la patrona di Altomonte, il paese calabrese culla di Alberto e dei suoi antenati.

Il padre era mezzadro in una fattoria e, con il suo lavoro, riusciva almeno a placare la fame che, invece, tormentava molti abitanti di quel villaggio e di tanti altri nei dintorni. Le sventure, tuttavia, iniziano quando Fulvio riceve la chiamata alle armi e la sua morte lascia senza sostentamento la moglie, malata di un terribile male che non ha cura, e il figlio unico che, ai principi degli anni ’30, era prossimo alla maggiore età. Questi, da orfano di guerra, per fortuna, si salva dalla disgrazia, già toccata al padre, di essere reclutato dal regime tirannico, evitando, così, che su una nuova lapide di marmo − accanto ad altre già fissate nel vecchio monumento ai caduti – apparisse anche il suo nome tra quelli dei “gloriosi soldati morti in battaglia che non hanno né avranno la consolazione di una croce che li ricordi”.

Alberto, perciò, libero dagli impegni con la Nazione in guerra, chiede un visto per cercare fortuna in Nord America. E se lì non fosse possibile, gli andrebbe bene anche nel Sud, Brasile o Argentina preferibilmente, dove sa che troverebbe molti altri calabresi, alcuni addirittura del suo paese.

– Ma nemmeno m’importa – dice finalmente al funzionario che lo riceve – se dovesse essere un posto ancora più lontano. Ho sentito dire che anche l’Australia è una terra generosa che accoglie le persone intraprendenti disposte a non sfuggire ai luoghi inospitali, dove, per piantare il seme del progresso, bisognerà convivere con uomini primitivi e con animali selvatici di ogni specie.

– Mi dispiace, amico – risponde l’uomo senza alzare lo sguardo dal mucchio di carte sparse su un lungo tavolino. – L’unico posto che ho disponibile è per il Venezuela; lì richiedono persone che sappiano lavorare i campi. La terra la regalano, se ti può interessare. Non credere, però, che la troverai a due passi dall’area abitata. No. Per arrivarci bisognerà varcare difficili paludi invase da feroci caimani; attraversare boschi inesplorati ricoperti di rovi dove dimorano serpi di ogni tipo; percorrere la pianura immensa, deserta perché disabitata dalla gente ma gremita di uccelli, di molti altri animali e anche di fantasmi che, nel contrapunteo[2], competono con il mitico Cantaclaro[3], abitante solitario della zona. La nave partirà tra una ventina di giorni, avrai pertanto il tempo sufficiente per presentare i documenti al consolato di Roma. Ti suggerisco, in ogni caso, di pagare subito il biglietto per garantirti il viaggio. Domani potrebbe essere già tardi.

A La Guaira[4], in effetti, trova un funzionario del Governo che, dopo aver radunato gli italiani trasportati su quella nave come un branco di maiali puzzolenti, li porta a dormire in un capannone adiacente al porto e il giorno dopo li carica su un autobus sgangherato che nessuno sa dove sia diretto. Trascorrono venti ore, o giù di lì, prima di arrivare in una catapecchia, dove scaricano Alberto, e la sua valigia rotta per lo sbattimento, senz’altra spiegazione all’infuori di rassicurarlo che si sarebbe presentata in quel posto una persona per fornirgli indicazioni su come rintracciare il terreno che gli corrisponde.

– Eccoti la pala, una zappa, il piccone e un’accetta – gli dice il signor tizio quando un gallo della savana annuncia l’alba. – Ti do anche un martello, due machetes affilati, una busta grande con chiodi e diversi tipi di semi per avviare la coltura. Qui vicino c’è un fiume che ti potrà servire per l’irrigazione. Attento a non inoltrarti da quel lato opposto, perché entreresti in territorio colombiano e, in tal caso, non ci faremmo responsabili di ciò che ti potrebbe accadere. Metti pure delle stecche, se vuoi fare un recinto, ma ti avverto che non ho il filo spinato. Ci sono abbastanza canne di bambù, ad ogni modo, che puoi incrociare una accanto all’altra fin dove tu ritenga di dover fissare il confine.

Quando Alberto rimane da solo in mezzo al suo terreno, avverte una frustata invisibile che gli scuote tutto il corpo. Vorrebbe fuggire, ma dove? Vorrebbe urlare, ma come potrebbe l’eco propagare le sue pene se sono così distanti le montagne? Alla fine si calma, e lascia spazio alla serena riflessione dopo tanta angoscia:

– Come faccio a falciare tutta quest’erbaccia piena di cardi? Potrò recidere, soltanto con questa piccola accetta, gli alberi alti e massicci come i giganti della Patagonia?

Meglio non pensarci.

– Per ora – continua quindi nel suo monologo con l’animo più sereno ­– mi rincuorano almeno i cori di migliaia di cicali che non s’arrestano neanche per un istante; il gracidio di rane saltatrici nascoste in mezzo all’erba umida e profumata; lo scricchiolio delle foglie secche che non si sa se sia causato dalla brezza che viene dalle Ande o dagli animali che saltano da un ramo all’altro; gli odori di terra fresca che alleviano l’ansia di stare qui, io da solo, in questi posti pieni di misteri; il cielo azzurro che a tratti sfuma in un soave colore avorio, come i petali dei gigli o degli anemoni che abbondano anche nei boschi della mia Calabria amata.

Inizia, dunque, a lavorare senza sosta. Il sudore scorre dalla fronte fino ai piedi scalzi, come quando un acquazzone inzuppa il corpo intero. Nulla lo distoglie da quell’enorme sforzo: né il sangue che talvolta schizza abbondante per le spine dei cardi, che graffiano senza pietà le braccia e i fianchi, né i calli delle mani che, allo scoppiare, producono piaghe simili alle stigmate di un santo miracoloso, e neppure gli ostacoli che frappone la natura quando l’uomo s’incapriccia a voler violare la sua millenaria formazione.

Spuntano, così, in tempi relativamente brevi, belle parcelle seminate di mais, altre di banani allineate con tale precisione che l’occhio, da lontano, confonde il sentiero, tra una fila e l’altra, con un tunnel senza fine dapprima di un colore grigio molto chiaro, ma, che poi, man mano che si avanza, diviene sempre più scuro fino a diventare di una tonalità completamente nera come il carbone. Col passare del tempo, che corre veloce come un viandante quando va di fretta, aumentano le stecche verso il nord ed anche verso il sud. Così pure i prati affinché, senza limiti di spazio, pascolino le mucche, i torelli da monta ed altri animali come capre, pecore, maiali e vigorosi cavalli allenati per le corse.

Il sogno, finalmente, diventa realtà. Una tenuta immensa, ricca di alberi da frutto e diverse centinaia di capi di bestiame, che si riempie di allegria, inoltre, quando Alberto decide di sposarsi con una giovane di Apure[5], bella come il sole quando al tramonto comincia a svanire dietro le montagne. E, ancor di più, quando lei gli regala sette figli, sette robusti giovanotti che, tutti insieme come un unico uomo, continuano a far prosperare l’opera avviata dalle mani callose del padre emigrante. In questo modo, dunque, la Tenuta Sant’Anna procede con il vento in poppa, finché, in quel fatidico giorno dell’anno che conclude il secolo, i quattro incappucciati arrivano per catturare Alberto che ha superato da poco la soglia degli ottant’anni.

Lo portano via bendato e con le mani legate con due grosse strisce di carta gommata. Avanzano tutto il giorno in mezzo alla boscaglia, tra gli arbusti e i canti del turpial[6], fino a giungere in una baracca accuratamente nascosta tra gli alberi frondosi, così intense le chiome da occultare la luna e le stelle del cielo colombiano, ma che, dal caldo, comunque, il prigioniero immagina sereno. Pur sentendoli vicini, i rapitori non fanno domande, non gli dirigono la parola e, tra loro, parlano di cose futili che non riguardano il suo sequestro. Soltanto alcuni giorni dopo, in sua presenza, per la prima volta si mettono in contatto con la famiglia.

– Il vecchio è vivo e sta bene – risuona una voce al telefono il cui tono fa supporre che, chi parla, stia coprendo la bocca dietro un panno. – Se lo volete sano e salvo a casa, preparate due milioni di dollari. Niente scherzi, però, se avete a cuore la sorte di quest’uomo.

Non danno il tempo al primogenito di replicare. Gli trema il corpo, la lingua gli si blocca nella bocca rinsecchita per mancanza di saliva, in testa i pensieri gli si accavallano come una molla che rimbalza da un estremo all’altro senza alcun controllo. Attimi dopo, ecco che esce dalle sue labbra una domanda proferita ad alta voce perché arrivi nitida all’udito di tutti:

– Da dove prenderemo due milioni di dollari se tutta la tenuta non vale più di uno?

Si accordano, infine, dopo vari contatti con i sequestratori, su una cifra e, consegnata la valigetta colma di biglietti in un luogo solitario in mezzo al bosco, alcuni giorni dopo viene trovato Alberto abbandonato nei pressi dell’Arauca[7]. Abbraccia la moglie senza che dai suoi occhi di uomo coraggioso scorra una sola lacrima. Poi i figli, di due in due, li stringe al suo ampio petto, ancora vigoroso. Juan, l’ultimo, gli prende il braccio con forza e, senza poter nascondere l’angoscia che è disegnata sul volto bruciato dal sole tropicale, mormora a bassa voce queste terribili parole che partono dal più profondo del suo animo ferito:

– Padre, ci hanno rovinato!

– No, figliolo – risponde il vecchio con lo sguardo perduto in un punto indistinto di quell’immensa savana. – Gli uomini laboriosi sono come le formiche che ricostruiscono subito i propri nidi quando vengono distrutti per qualsiasi motivo. Tutti all’opera, dunque.


[1] Vedere Nota 2, Cap. XI.

[2] Il contrapunteo è la forma di sfidarsi di due cantautori su un tema determinato, improvvisando i versi. Di solito, la sfida avviene davanti ad una folla la quale alla fine decreta il vincitore. Tipica della savana venezuelana, questa tradizione si è ormai generalizzata su tutto il territorio nazionale.

[3] Cantaclaro è il nomignolo che lo scrittore venezuelano Rómulo Gallegos dà a Florentino Coronado, il protagonista del suo quarto romanzo dall’omonimo titolo. Questi personifica, attraverso i suoi canti e la sua lingua, l’atmosfera magica, fantastica ed esoterica del Llano, fatta di superstizione, miti e leggende.

[4] Vedere Nota 2, Cap. V.

[5] Vedere Nota 1, Cap. XVII.

[6] Vedere Nota 7, Cap. XXII.

[7]Arauca è un affluente di sinistra del fiume Orinoco. Nasce nelle Ande, nella Colombia Centrale e, per un tratto del suo corso, costituisce il confine tra i due paesi.