“Lavoro e welfare al tempo del coronavirus”

Un lavoratore della costruzione con la mascherina. (ANSA)

Negli ultimi cento anni si possono contare sulle dita di una mano i grandi sconvolgimenti capaci di incidere in scala planetaria su economia e società: la grande depressione economica del 1929; la disastrosa seconda guerra mondiale e – più recentemente – il crollo del muro di Berlino con la caduta dei regimi totalitari dell’est Europa e la crisi economica e finanziaria del 2008.

Il “quinto dito” è senza dubbio la pandemia, che ancora oggi sta sconvolgendo il mondo con il suo impatto devastante sulle prospettive di crescita e sviluppo dei prossimi anni, e – parallelamente – con le sue ricadute inevitabili e permanenti sul mondo del lavoro e l’organizzazione dei servizi socio-sanitari.

Secondo Giorgio Benvenuto, uno dei leader storici del sindacalismo italiano, “la pandemia a cui assistiamo comporterà un cambiamento che sconfiggerà la finanziarizzazione dell’economia e più in generale la globalizzazione così come l’abbiamo conosciuta finora.”

Per Benvenuto “anche il cosiddetto sovranismo verrà sconfitto da quanto sta avvenendo. Si sta aprendo un vuoto. E in questa situazione riprendono forza i valori della solidarietà e dell’attenzione alla persona. Valori da tempo annullati rispetto alle esigenze del mercato e del profitto.”

Dagli Stati Uniti alla Svezia, passando ovviamente per l’Italia ed il Brasile, ci siamo tutti resi conto contemporaneamente e drammaticamente di quanto sia ineludibile per ogni Stato il mantenimento (e, in molti casi, il rafforzamento) di un sistema pubblico di salute e servizi sociali capace di fare fronte a rischi comuni e imprevedibili.   E’ la caduta dello “Stato anoressico”, come lo ha definito l’intellettuale svedese Daniel Suhonen. Erano stati proprio i paesi scandinavi a implementare con successo il welfare state, divenendo un riferimento internazionale per le politiche di protezione sociale;  la crisi economica e finanziaria degli ultimi decenni aveva messo in crisi questo modello, che viene invece oggi riproposto come l’unico in grado (sia pur con le dovute correzioni e aggiornamenti) a prevenire e affrontare crisi sistemiche come quella che oggi si è abbattuta sull’intero pianeta.

Un’altra grande “rivoluzione culturale” è quella che investe il mondo del lavoro.   Abbiamo scoperto il lavoro agile, lo “smart work”, mettendo in moto un meccanismo produttivo maggiormente flessibile dove il lavoratore non lo si giudica perché è sempre presente ma perché dà dei risultati.   Un cambiamento radicale di paradigma con conseguenze positive sulla produttività ma anche sulla sostenibilità ambientale dei grandi agglomerati urbani; basti pensare ai milioni di lavoratori delle grandi metropoli che lavorando in casa hanno smesso di inquinare le strade con le loro automobili o di saturare i mezzi pubblici spesso vicini al collasso.

Ma i vantaggi non finiscono qui. Pensiamo alla pubblica amministrazione e prendiamo un esempio ben noto a noi italiani all’estero, i consolati.   Il lavoro agile potrebbe davvero contribuire a ridurre drasticamente quella cosa primitiva che sono le code agli sportelli e forse eliminare definitivamente quell’altra fila, virtuale ma altrettanto insopportabile, per il riconoscimento della cittadinanza italiana.   Ovviamente tutto in maniera graduale e articolata, ma possibile e praticabile.

Sarebbe ovviamente irrealistico pensare che lo smart working si possa applicare a tutti i tipi di lavoro, e non tutte le attività si possono svolgere a distanza. La scuola è uno dei casi più evidenti. Ritenere che l’educazione possa essere affidata completamente alle piattaforme online significa pensare solo ai costi e non alla didattica. L’insegnamento non potrà mai essere ridotto alla trasmissione di nozioni attraverso la mediazione di un computer.   Per educare una persona, per formare la sua coscienza e il suo carattere non si potranno mai eliminare i rapporti interpersonali.

In conclusione: sappiamo che questa pandemia accelererà cambiamenti già visibili prima ma che tutti pensavamo graduabili nel tempo; se non si avranno visioni lunghe, tutte le difficoltà ricadranno sugli strati più deboli della società, oltre ad alimentare pericolosi arretramenti anche sul piano della democrazia sostanziale.

Fabio Porta

Ex parlamentare e Presidente del Comitato italiani nel mondo della Camera dei Deputati, Presidente dell’Associazione di Amicizia Italia-Brasile