Istat: al Nord la speranza di vita scende di due anni

Anziani in una casa di riposo.
Anziani in una casa di riposo. (Frame video ANSA)

ROMA. – Prima del Coronavirus l’allungamento della speranza di vita era dato per scontato. Anche nel 2020 il peso della popolazione over-65 sarebbe cresciuto in tutto il Paese. La pandemia cambia le carte in tavola. Dimostra che il fenomeno conosciuto come invecchiamento della popolazione non è cosa automatica. Almeno al Nord, nelle Province più colpite, dove si scende dagli 84 agli 82 anni.

A fare i conti è l’Istat. E sono calcoli basati su uno scenario “moderato”. Non è escluso che le perdite siano più attenuate, come non si può mettere la mano sul fuoco su eventuali peggioramenti delle stime. L’ipotesi pessimistica vede, infatti, la riduzione arrivare fino a 5 o 6 anni. E’ il caso di Bergamo.

Si torna ai livelli d’inizio millennio, bruciando un ventennio di avanzamenti frutto dei progressi di cui aveva potuto beneficiare la fetta della popolazione più avanti nell’età. E’ questo quello che succede quando si registra un’impennata della mortalità che supera il 40%.

Un’ondata che però non tocca tutte le aree allo stesso modo. Ma si abbatte su specifiche porzioni del territorio. Tanto che, circa l’85% del rialzo appare concentrato in 37 Province del Nord, a cui si aggiunge quella di Pesaro-Urbino. Qui i decessi a marzo sono addirittura raddoppiati, rileva lo studio firmato tra gli altri dallo stesso presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo.

Posto che, come reso noto dall’Istituto, a livello nazionale la forchetta sull’incremento dei decessi va dai 47 mila ai 94 mila, “il panorama provinciale appare decisamente diversificato”. Quasi la metà dei casi in più, stimato per quest’anno, ricadrebbe su Bergamo, Milano, Brescia, Cremona e Torino, mentre in altre realtà ci sarebbe addirittura una riduzione dei morti. E il “maggiori decremento” riguarderebbe Roma.

Anche la speranza di vita vede un’Italia divisa in due. Da una parte il Nord e dall’altra il Centro-Sud, con alcune Province della Sicilia per cui si evidenzierebbe perfino un miglioramento. Almeno se si fa il conto alla nascita. Guardando a quel che resta da vivere a chi ha computo i 65 anni “le criticità appaiono più nette”, tutto il Nord e buona parte del Centro vedono una contrazione di due anni. L’attesa di vita passa dai 21 ai 19 anni.

Ecco che la “marcata incidenza della mortalità” sulla popolazione in età più avanzata porta con sé “anche un significativo allentamento di quel fenomeno, noto come invecchiamento demografico, che identifica la crescita della componente anziana”, riassume l’Istat. Processo questo che “tradizionalmente era stato visto, almeno sino ad ora e stante le dinamiche demografiche da tempo in atto, come qualcosa di ineluttabile”.

Nelle simulazioni al netto del Covid si vede in effetti “come la quota di ultra 65enni sul totale dei residenti fosse destinata ad aumentare di altri 0,3 punti percentuali a livello nazionale, segnalando un incremento in pressoché tutte le Province”.

La situazione cambia al lordo delle ripercussioni dovute al virus. E in diverse aree del Paese al posto del segno “più” comparirebbe il “meno” (circa un ventina nello scenario ‘moderato’). Un ringiovanimento che si potrebbe dire ‘indesiderato’, che non viene dal rimpolparsi delle coorti di popolazione in tenera età ma dalla limatura delle classi che stanno più avanti.

In ogni caso una “perdita di futuro” ovvero di “anni-vita”. Quelli che si sarebbero vissuti se le aspettative fossero rimaste immutate. Nelle zone falcidiate dalla pandemia la riduzione del “patrimonio demografico”, perché di questo si tratta, si collegherebbe tra il 5% e il 10%. In termini assoluti “la popolazione residente nella Provincia di Milano perderebbe, per effetto del Covid “più di 5 milioni di anni-vita”.

(Marianna Berti/ANSA)