Roma Club Madrid, una passione che non frena la pandemia

"Roma Club Madrid Daniele De Rossi", una passione che accomuna
"Roma Club Madrid Daniele De Rossi", una passione che accomuna
Alessio Lupino e Francesca Bruni

MADRID – “Roma Club Madrid”, presto di nuovo insieme rispettando le distanze che suggerisce la prudenza. Di nuovo insieme, anche se la “nuova” normalità impone regole di convivenza difficili da rispettare. Torna il calcio e, con esso, le domeniche vissute con passione. Il “Roma Club Madrid Daniele De Rossi”, come altri che sono nati in Spagna per iniziativa di tifosi del calcio nostrano che non hanno voluto lasciare in soffitta la passione per la squadra del cuore, si appresta a riprendere le attività. Seppur in sordina. Bisogna ammetterlo, anche se a malincuore, difficilmente le domeniche sportive torneranno ad essere come in passato. La pandemia ha segnato un prima e un dopo.

– Innanzitutto, a cambiare sarà senz’altro il numero dei partecipanti alle nostre riunioni – riconoscono con rammarico Alessio Lupino e Francesca Bruni, presidente e vicepresidentessa del “Roma Club Madrid Daniele De Rossi” -.  Ad esempio, giusto per farci un’idea, non potremo più accogliere i turisti. Insomma, quei tifosi della Roma che vengono in vacanza in Spagna e non vorrebbero perdersi la partita. Se prima nel “Naranja Café”, il locale che ci ospita da anni, potevamo riunirci in 30, 40 persone, ora, non potremo essere più di quindici: 5 per tavolino. Un numero molto, troppo ristretto. Quindi, la prima cosa che cambia è un po’ lo spirito che ci accomuna: stare tutti assieme a vedere la partita. In passato, ci affollavamo davanti allo schermo. Ora non si potrà più. Non ci sarà più il contatto fisico, gli abbracci dopo una azione emozionante o un gol. Cambierà molto il significato dello stare assieme.

Francesca confessa che sarà molto difficile controllare l’entusiasmo.

– È come con i calciatori – ci dice -. Sanno che dopo un gol non possono abbracciarsi esultanti. Ma come si fa a controllarsi? Lo stesso, probabilmente, accadrà tra noi. Ci lasceremo trasportare dall’entusiasmo e dimenticheremo ogni prudenza…

– È vero – ammette Alessio -. Ma – aggiunge – sono sicuro che poi, alla fine, prevarrà il buon senso, anche se… -indugia – le emozioni sono difficili da controllare.

– Com’è nata l’idea di creare un club di tifosi della Roma?

– In realtà – fa memoria Alessio -, assieme ad un altro gruppo di amici si era già creato un altro gruppo, un club. Ma a Barcellona. Erano i tempi di Ranieri e la Roma quasi, quasi vinceva lo scudetto. Poi mi sono trasferito a Madrid. Qui qualcosina era stata messa in piedi, ma nulla di ufficiale. Uno dei soci fondatori, Pietro Saccetta, aveva fatto i primi passi nell’aspetto burocratico. Renato Spizzichino ed io l’abbiamo contattato. Ci siamo incontrati. L’idea, nel fondo, era la stessa che avevo portato avanti a Barcellona: riunire i tifosi giallorossi di Madrid. Solo dopo mi sono reso conto che erano davvero tanti. Più di quelli che immaginavo. Abbiamo iniziato. In 10 o 15 – confessa -. Siamo cresciuti piano, piano. Adesso tra chi vive nella capitale e chi comunque è socio, ma vive fuori Madrid, siamo più di 60. Siamo cresciuti tanto, bisogna riconoscerlo. Non volevamo vedere la partita a casa da soli, ma avere una “tana” dove incontrarci e trascorrere una classica domenica romana.

– “Naranja Café” è stata sempre la vostra “tana”?

– All’inizio ci ritrovavamo nel “James Joyce” – commenta Alessio -. È un pub irlandese. Lo spazio, in realtà, c’era.  Ma non era intimo come è, invece, il “Naranja Café”. Era uno spazio condiviso con altra gente che vedeva altre partite. Ad esempio, tu eri in una sala vedendo Roma-Manchester e, in quella accanto, c’erano i tifosi del Manchester vedendo la stessa partita. Poi, in un’altra ancora, c’erano i tifosi della Juve. No, no, non era l’ambiente ideale per un club dalle caratteristiche del nostro. All’inizio ci siamo appoggiati al “James Joyce” per riunire un po’ il gruppo. Poi abbiamo scoperto il “Naranja”, uno spazio molto intimo, uno spazio proprio nostro. Ecco, si avvicina al concetto di quello che deve essere un Club di tifosi. Quando entri siamo noi e basta. Con adesivi, sciarpe, bandiere…

– Come è cominciato il tam-tam, per farvi conoscere? Come siete riusciti a far circolare la voce dell’esistenza di un club di tifosi giallorossi?

– La prima persona che abbiamo contattato è stata lei – afferma Alessio riferendosi a Francesca che sorride -. Conosceva un ristorante al quale pensavamo che forse potevamo appoggiarci all’inizio. Francesca è stata una delle prime persone che abbiamo reso partecipe della nostra iniziativa. Ma, dove è stato fatto maggiormente il tam-tam è stato sulla pagina Facebook di “Italiani a Madrid”. Molti hanno cominciato a scriverci. Poi, naturalmente c’erano gli amici che già venivano a vedere la partita con noi.

– Sì – interviene Francesca – è stato un passaparola tra amici e amici di amici… E poi anche tra chi veniva a Madrid per pochi giorni e chiedeva dove si poteva vedere la partita della Roma… Adesso abbiamo iniziato ad “esistere” anche nei social network. Ad esempio, su Instagram. Abbiamo parecchie richieste.

La domanda è spontanea: tutti romani o anche altri tifosi distribuiti nell’intera geografia regionale italiana? La risposta è altrettanto spontanea e immediata.

– Non solo italiani – ci dice Francesca -. Ad esempio, abbiamo un ragazzo boliviano, un altro “madrileño”, che ha fatto l’Erasmus anni fa a Roma e si è innamorato della Roma…  C’è, poi, un ragazzo di Puerto Rico. E, quindi, i turisti, ma non solo italiani. Parlando dell’Italia, i nostri soci sono del nord, centro e sud. Siamo ben differenziati, ma con un’unica passione… È un’occasione per stare insieme – prosegue -, al di là dei colori dalla squadra. Ci sono tifosi di altre squadre che non hanno il proprio club. E quindi vengono a vedere la partita della Roma con noi per stare insieme, per trascorrere una giornata diversa…

– L’idea, non mi era riuscita bene a Barcellona ed invece qui sì – interviene Alessio -, era quella di formare proprio un gruppo di amici. Non solo condividere i 90 minuti di gioco, ma avere anche la possibilità di chiacchierare, di stare assieme, di essere amici. Volevamo costruire, al di là della partita, una rete di amicizie. Ecco, questo è stato lo spirito che ci ha mosso. Ed è quello che ci ha permesso di crescere.  Chi viene, è accolto come parte della famiglia. Organizziamo aperitivi, usciamo insieme, celebriamo compleanni, ci invitiamo a vicenda. Trascorriamo il Natale insieme, il Capodanno… pranzi… Sono tutte iniziative spontanee che ci permettono di stringere sempre più dei vincoli di amicizia.

– La Roma è una passione che ci permette di andare anche oltre quella che è la sfera del calcio – afferma convinta Francesca -. Il bello è trascorrere la classica domenica sportiva. Stare insieme. Vedere la partita insieme. Bere qualcosa insieme.

Non più solo per “maschietti”

La conversazione si svolge in video-conferenza, una consuetudine messa di moda dalla pandemia. Ascoltare Francesca parlare con tanto entusiasmo della Roma e del calcio ci ricorda, chissà perché, la canzone “La partita di pallone” interpretata da Rita Pavone, quando gli spalti erano orfani di donne. D’altronde, in passato, il calcio era considerato uno sport per uomini. Tant’è così che solo di recente il calcio femminile ha fatto breccia in un ambiente, per tanti versi, maschilista. Come è nata la passione per la Roma in Francesca? Glielo chiediamo.

– Sono una femminuccia che è cresciuta con maschietti – ci dice sorridendo e divertita -. Ho sempre sentito tantissimo questa passione, grazie ovviamente a mio fratello e mio padre. Ambedue amanti del calcio e della Roma. Sono cresciuta con questa passione e continuo a portarla dentro. Fino a due anni fa, ero abbonata in curva. Sono stata due anni a Madrid ed ero ancora abbonata perché non esserlo mi sembrava un tradimento. Come posso non essere abbonata in curva? Mi dicevo: “continuo a pagare l’abbonamento… metti caso ch’io ritorni…”

– Come mai sei qui a Madrid?

Sorride. La sua storia è quelle di tante ragazze irrequiete per le quali non esistono frontiere. Non dimenticano le proprie origini ma desiderano ampliare le proprie conoscenze. E non hanno paura di farlo.

– Teoricamente per studiare – risponde -. Ho fatto un master. Dovevo restar 9 mesi ed invece sono trascorsi già 5 anni… a Madrid.  È passato un po’ di tempo. Ovviamente, Roma mi manca tanto.  Mi mancano le domeniche e i mercoledì pomeriggio allo stadio con gli amici. Comunque, alla fine abbiamo saputo rimpiazzarle bene. Sinceramente da quando c’è questo club mi sento come a casa.  Cioè, la domenica andando al “Naranja” è come se stessi andando alla curva sud.  Lo spirito è quello, sempre quello.

Dal canto suo, Alessio confessa che lo ha mosso a recarsi in Spagna, 12 anni fa, “lo spirito da nomade”. È lo stesso spirito che lo ha convinto a lasciare Barcellona per “metter tenda” a Madrid.

– Non mi piace stare molto tempo in uno stesso posto – confessa -. Sono sempre stato amante della lingua spagnola. Quindi, la decisione di venire in Spagna, a Barcellona, è stata naturale. Poi da Barcellona, per ragioni di lavoro, mi sono trasferito a Madrid, dove vivo da circa 4 anni.

– Vi trovate bene nell’ambiente “madrileño”? …

Il “si” convinto, netto, senza ma e senza se di Francesca è immediato. Alessio, dal canto suo, commenta che, “alla fine, prevale sempre lo spirito mediterraneo”.

– Non è come andare in Svezia – sottolinea.

– È quanto più di simile ci sia con l’atmosfera italiana – interviene Francesca -. Chiaro, le differenze sono tante, a volte anche molto sottili. Ma la realtà spagnola è molto simile alla nostra.

È diventata un po’ la domanda di rito. Noiosa, a volte meccanica. Eppure, inevitabile:

– Come è cambiata la vostra quotidianità con la pandemia?

Risponde Francesca. E lo fa senza nascondere delusione amarezza.

– Tanto, perché non ho più lavoro – confessa -.  Avrei ricominciato a marzo. Sono fonico nell’industria televisiva. Lavoro su contratto a progetto. Quello della televisione è un mondo un po’ particolare. Sicuramente difficile, molto chiuso e anche abbastanza maschilista. Non so quando tornerò a lavorare. Suppongo che verso agosto o settembre.

Non nasconde, comunque, la soddisfazione per l’ibernazione, se così si può chiamare, alla quale il mondo è stato obbligato dalla pandemia.

– L’ambiente ha avuto un po’ di tempo per respirare – si sofferma, accennando appena un sorriso -. La natura, per recuperare quel che è suo. Questo nostro ritorno alla quotidianità mi fa paura. Temo che ci riprenderemo il mondo con prepotenza. Quindi – aggiunge -, a livello emotivo non l’ho vissuta male. Pensavo, appunto: “che bello la terra sta respirando”. Il lavoro? Pazienza…

Dal canto suo, Alessio commenta:

– Ciò che realmente mi ha cambiato, è stato l’aver preso coscienza dell’importanza della quotidianità. Mi mancava svegliarmi ad una certa ora, andare in palestra, andare al lavoro… Insomma, ho capito quanto importante sia avere una routine da seguire.

Ma, spiega subito dopo, la cosa che più gli è mancata, in questa quarantena obbligata, “è stato il contatto con gli amici”.

– Avere gli amici vicino e non poter andarli a visitare è un qualcosa che ti fa soffrire moltissimo… Ho notato che il mondo a livello tecnologico è avanzato tantissimo.  Lo considero un aspetto positivo. Finalmente abbiamo cominciato a capire l’importanza dello smart-working. Non significa stare letto a poltrire, come credeva qualcuno, ma produrre da casa. È anche, come diceva Francesca, un modo per permettere al mondo di respirare.  Evitare che ci sia troppa gente in strada, ridurre la contaminazione, fare in modo che circolino meno automobili nelle città. L’economia può funzionare anche così. La tecnologia deve essere un aiuto, un supporto.

Passione e tecnologia

A proposito di tecnologia e mondo virtuale, ci vengono in mente le numerose video-conferenze alle quali abbiamo assistito. È stato un modo per superare l’isolamento della quarantena; per non chiuderci a riccio e per socializzare. Insomma, una finestra aperta al futuro che cambia. Ed allora chiediamo:

– Avete pensato ad organizzare un incontro virtuale tra tutti per stare assieme ed assistere ad una partita?

Lo sguardo di Alessio e Francesca tradisce sconcerto.

– Si, per vedere una partita nostalgica, forse – esita il presidente del “Club Roma Madrid”.

– Comunque – afferma Francesca -, mancherebbero le emozioni. Se si conosce già il risultato… No – sostiene, ora categorica -, non sarebbe lo stesso…

Roma Club Madrid, sempre in crescita

Alessio ci segnala che fin dalla sua nascita il “Club Roma Madrid” non ha fatto altro che crescere in numero di soci. Era una sua meta. La quarantena, e la “nuova” quotidianità, ci dice con rammarico, “obbligherà a rivedere mete, progetti e strategie”.

– Quest’anno – spiega – avevamo fatto veramente un gran gruppo, soprattutto grazie a Francesca e al suo ragazzo che è il nostro designer… Avevamo creato magliette nuove, sciarpe, adesivi. Avevamo cambiato anche il nome e il logo, chiamandolo “Club Roma Madrid Daniele De Rossi”. Avevamo tantissimi progetti in mente… questo stop ci ha bloccati un po’.

Una breve pausa, un lungo sospiro. Quindi, prosegue:

– Non ci sarà più la fame di crescere. Non ci sarà, semplicemente perché non si può.

Per concludere, chiediamo

– Perché un club intitolato a Daniele Rossi?

Alessio e Francesca non hanno dubbi.

– Era la persona che più ci rappresentava.

E ragioni non mancano, De Rossi è stato il giocatore con il maggior numero di presenze in giallorosso dopo Francesco Totti. Non è tutto, con la Roma ha vinto due Coppe Italia e una Supercoppa. Ha indossato anche la maglia azzurra. Nel 2006 si è laureato Campione del Mondo; è stato medaglia di bronzo ai Giochi Olimpici del 2005; ha giocato la finale del Campionato Europeo del 2012 e si è piazzato al terzo posto alla “Confederation Cup” del 2013.

In questa lunga quarantena, anche il “Roma Club Daniele de Rossi” ha voluto manifestare la propria solidarietà con tutto il personale sanitario che, mettendo a repentaglio la propria sicurezza, si è impegnato senza sosta nella lotta contro la covid – 19. Lo ha fatto il 29 maggio con una iniziativa tanto semplice quando simpatica.

In collaborazione con il Dott. Riccardo Caruso, medico chirurgo e membro del Club che da diversi anni lavora presso il presidio ospedaliero, e con il fondamentale contributo della pizzeria italiana “That’s Amore” hanno offerto agli infermieri dell’“Hospital Universitario Sanchinarro” autentiche pizze napoletane. È stata una “pausa pranzo” un po’ particolare. E una manifestazione di vicinanza, apprezzamento e riconoscenza a chi ha lavorato per salvaguardare la salute pubblica.

Mauro Bafile