Il padre del piccolo pemón

Vista di uno scorcio della foresta amazzonica.
Vista di uno scorcio della foresta amazzonica. (Foto di Mario Schwammborn da Pixabay)

Rodolfo ama la natura. Sin da piccolo costringeva il padre, le domeniche, a portarlo molto presto a Los Corales, la spiaggia solitaria distante poche miglia da Macuto[2], la località balneare dove i Piccato hanno da sempre la loro casa al mare. Voleva rimanere da solo, senza cibo, senz’acqua per placare la sete, nonostante il sole gli flagellasse il corpo, poiché, in quei paraggi, non c’era una palma, neppure un uvero[3] in grado di filtrare i raggi che cadevano dal cielo come frecce infuocate.

– Vieni a prendermi verso sera quando la brezza infuria al calare della bruma e le palme da cocco dondolano come le barchette in balia del mare burrascoso – era solito dire al padre ogniqualvolta si ripeteva il rito. Si distendeva, allora, supino sulla sabbia gialla, apriva le braccia parallele al mare e, con gli occhi chiusi verso l’infinito, rimaneva immobile, imperturbato persino al passaggio del paguro che gli camminava addosso o alle zanzare che, quali invitate a un banchetto, gli succhiavano il sangue indisturbate. È probabile che la mente, in quei momenti, a nulla pensasse, fosse in bianco. Il godimento, se si dà fede ai racconti odierni degli amici, consisteva nel sentirsi al centro dell’universo, l’unico abitante del pianeta, un dio egoista fatto uomo che non aveva bisogno di simili o di rivali per mantenere l’equilibrio della specie umana.

Adulto, poi, continua fedele alle sue avventure per scappare dal fumo e dai rumori della città frenetica. Nonostante ciò, però, assolve con serietà il ruolo dapprima di impiegato nella fabbrica di scarpe che gestisce il padre, e poi di direttore quando i genitori decidono di tornare a Monteprandone di Ascoli Piceno, da dove erano partiti quarant’anni prima per stabilirsi a Caracas. Rodolfo, in effetti, ristruttura tutto. Cambia le prime macchine obsolete, sostituendole con altre nuove che, programmate, disegnano e tagliano automaticamente i pezzi. Rafforza, insomma, l’impero costruito all’inizio su fondamenta impastate da lacrime e sudore, e si guadagna il riconoscimento di “imprenditore dell’anno” quando aveva appena compiuto venticinque anni. Rinnova, inoltre, le sue escursioni verso le località remote del Venezuela e dell’America, facendosi assemblare un modello esclusivo di fuoristrada Blazer con ruote a trazione integrale e altri accessori che garantiscono la sicurezza dei suoi percorsi.

Non porta passeggeri quel veicolo speciale. Difatti, ha un unico sedile, un modo elegante per lasciar intendere ai suoi amici che, in città, senza problemi, va con loro ovunque, ma non così quando sente il richiamo della foresta, quando il suo spirito richiede quella sana pace che trova soltanto tra le pinete folte e le piante rampicanti cariche di muschio, sui cui rami svolazzano i colibrì mettendo in mostra il loro impareggiabile equilibrismo.

– Mi dispiace, amici – ripete loro sempre allo stesso modo quando insistono, tra il serio e il faceto, nel volerlo accompagnare. – Non sono luoghi, quelli, dove il curioso può andare tranquillamente. Se la pelle non emana l’odore che allontana il gattopardo, se il cunaguaro[4] avverte che si ha timore del suo ruggito, se l’aquila arpia intuisce che i passi incerti sulle foglie secche spaventano i bradipi e i conigli, a causa dei quali non escono dalle tane, poveri quelli che invadono il loro territorio! Neppure le ossa degli scheletri si ritrovano, perché sono il cibo prelibato dei perros sabaneros[5].

A tal proposito, il viaggio che sta organizzando per quel venerdì di novembre, giorno in cui si festeggia la Madonna patrona di Maracaibo[6], è per l’appunto a Canaima, un luogo nei pressi del Salto El Danto[7]. Esce la sera tardi, come il pipistrello che aspetta l’oscurità, poiché non ama esibire il suo Blazer in piena luce del sole. Il viaggio va liscio, perché conosce bene il cammino. Giunto a Santa Eléna, il villaggio fondato da un ardito italiano[8], comincia l’avventura, la vera odissea fino al posto dove ha deciso di accampare. Il sentiero è di terra e sembra un tunnel per la fitta vegetazione che lo copre. A tratti, piccoli torrenti infestati da caimani interrompono la marcia ed è d’uopo allora testarne la profondità per poter raggiungere la riva opposta. Gli scimmiotti saltano in branchi sul tetto del veicolo e sembrano giocherellare come quando un bambino, in sella alla sua bicicletta, si fa trascinare sulla salita afferrato al gancio di un camion. Le are rosse, i parrocchetti golabruna e i piapoco[9], tra gli arbusti sempreverdi e i morichales[10], si sentono schiamazzare con tanta vivacità da far pensare che sicuramente i maschi stanno marcando il territorio, perché i nidi d’amore sono già pronti. E poi, alla fine del tunnel, la magica visione, un quadro dalla bellezza impareggiabile, una cascata d’acqua che scende dal tepuy[11] fino a precipitare in un abisso schizzando molta schiuma prima di proseguire il suo viaggio lungo il fiume.

Rodolfo rimane stupefatto, come la prima volta, come sempre quando il paradiso si palesa davanti ai suoi occhi. Scende dal fuoristrada. Sistema le sue cose a riparo dalle sorprese che non mancano mai da quelle parti e inizia la passeggiata senza una meta fissa tra la fitta vegetazione che, sulla costa, si sfiora con l’acqua che arriva quieta. Il frastuono del Salto, invece, annulla ogni rumore, sia del fiume le cui onde si accavallano in una lotta senza sosta, sia del bosco che in segreto occulta gli abitanti del posto. Sa, infatti, che nelle piccole spianate protette dagli alberi giganteschi, sorgono gli accampamenti degli indios che mai nessuno ha visto da vicino, ma soltanto dall’alto quando qualche elicottero della Guardia ispeziona il luogo. Avanza, quindi, inspirando profondamente l’aria come se volesse accumulare nei polmoni anche le riserve per quando tornerà nel mondo dove prevale il fumo delle fabbriche. All’improvviso, però, gli appare una figura che emerge lentamente dalle acque trasparenti, e che scompare, a tratti, tra la schiuma bianca prodotta dalla corrente vorticosa.

– È una donna, non c’è dubbio – dice a sé stesso cercando di vedere meglio con quei suoi occhi penetranti, azzurri come il cielo aperto.

Si avvicina guardingo, riparato dalle erbacce che sono più alte dei gambi del mais.

– Com’è bella – mormora tra i denti al vederla per intero, già fuori dall’acqua, completamente nuda, con i seni piccolini ma sodi come boccioli di rose quando cominciano a fiorire, e la nera capigliatura che raggiunge quasi i glutei rotondi e appetitosi.

Una strana forza lo spinge a uscire dal suo nascondiglio e si lascia andare senza che quella giovane, peraltro, scappi o cerchi di coprire le sue parti intime. Anzi. Piuttosto gli sorride. Con il braccio disteso, poi, lo invita ad avvicinarsi e lo prende per mano.

– Cosa mai succede? – si chiede. – È questa un’allucinazione? Un miraggio? O è solo un sogno?

No. È proprio realtà. Se ne convince quando lei lo accarezza, quando preme le labbra succulenti sulle sue, quando si stringono i loro corpi in una spirale di braccia e, sul ventre di lei, umido per le gocce d’acqua che il sole non ha asciugato ancora, la bestia si scatena come un serpente che, all’improvviso, drizza la testa per colpire la presa. Fanno l’amore una, due, tre volte, finché esausto Rodolfo si lascia cadere sul filo di battigia che lambisce il fiume e lei allora fugge per il bosco come uno scoiattolo tra i rami di un albero rigoglioso.

– Aspetta! – grida il giovane disperato. – Dimmi chi sei, da dove vieni…

Non risponde. Scompare nell’intricata selva come un filo di fumo sperso dalla tramontana. D’allora, quasi ogni settimana torna nel posto l’italiano, con la speranza di rincontrare quell’india così disinibita ma altrettanto taciturna, poiché neanche una parola aveva proferito mentre si scambiavano le carezze d’amore. Rodolfo azzarda persino a inoltrarsi nel bosco, incurante degli schiamazzi frequenti delle scimmie, delle civette, dei gufi e forse anche di uomini armati di frecce che lo tengono sotto tiro. Nulla da fare. Di lei, nessuna traccia.

Quando finalmente sembra rassegnato all’idea che quell’avventura fosse stata solo un premio al suo incondizionato amore per la natura, dopo quasi due anni dall’indimenticabile avvenimento, ecco che torna ad apparire la donna, nello stesso luogo, giocherellando nell’acqua con un bimbo stranamente dai capelli quasi biondi e dagli occhi a mandorla.

Si avvicina ansioso.

– Sì, è tuo figlio – gli dice la donna prima che lui potesse aprire bocca. – Le regole dei Pemones non consentono il riconoscimento ai padri che non vivono nella tribù. Mi dispiace. Va’ via. Non fare domande. Rispetta la nostra pace.

Rodolfo se ne torna a casa afflitto. Soffre in silenzio, sebbene dimostri un’apparente serenità nei suoi affari da imprenditore. Mai nessuno s’accorge che un dolore atroce gli tormenta l’anima. Finché un giorno scompare senza lasciare traccia della sua esistenza. I giornali parlano di sequestro. La polizia sospetta un attentato per rubargli il Blazer, anch’esso sfumato nel mistero. Insomma, un caso precipitato nel buio più profondo, e la famiglia distrutta poiché, oltretutto, era figlio unico.

Alcuni anni dopo, un tedesco, arrivato a Canaima in cerca di un masso di oltre 30 tonnellate per una scultura dalle enormi dimensioni, rivela che, nella Quebrada de Jaspe[12], in territorio pemón, si è imbattuto in un uomo bianco che andava a caccia con una cerbottana insieme ad un’india molto bella, e ad un bambino biondo e riccioluto.


[1] Vedere Nota 8, Cap. I.

[2] Macuto è una cittadina del Venezuela situata nello stato Vargas, nel litorale centrale, ai piedi della Cordigliera della Costa. È una località turistica famosa per le sue spiagge.

[3] L’uvero è un albero legnoso che può raggiungere gli 8 metri di altezza, con grandi foglie rotonde dalle venature rosa, e corteccia soffice e giallognola. Produce grossi grappoli di piccoli frutti purpurei, carnosi, succosi e dolci.

[4] Vedere Nota 10, Cap. I.

[5] Il perro sabanero è un canide selvatico originario del Sudamerica che ha il suo habitat nei boschi.

[6] Maracaibo è il capoluogo dello stato Zulia noto al mondo per il famoso Lago de Maracaibo, dove sorgono i principali giacimenti petroliferi del Venezuela. Il 18 novembre si festeggia la Madonna (Virgen) della Chiquinquirá (si legga cichinchirà) patrona della città, una delle Vergini più adorate del paese.

[7] Il Salto El Danto è una cascata situata nel settore orientale del Parco Nazionale di Canaima nello Stato Bolívar.

[8] Santa Elena de Uairén è una cittadina di frontiera situata a sudest dello stato Bolívar a circa 20 km dal Brasile. Anche se non vi sono attestazioni ufficiali, molti considerano che il villaggio sia stato fondato negli anni Trenta del secolo scorso dal Conte Antonio Gastone Cattaneo, il protagonista del Capitolo II di questa raccolta.

[9] Il piapoco è un uccello tipico del Venezuela simile al tucano.

[10] Vedere Nota 3, Cap. XVII.

[11] Il tepuy è un tipo di montagna a cima piatta che si trova solo nell’altopiano della Guayana e, nello specifico, sul territorio venezuelano al confine tra il Brasile e la Guyana. Esso è generalmente isolato e non collegato in catene montuose. Nella lingua dei pemónes, la parola significa “casa degli dei”.

[12] Quebrada (si legga chebrada) de Jaspe (si legga haspe) è il nome che riceve un fiume e una serie di cascate della Gran Sabana nello Stato Bolívar. Effettivamente in questo luogo, nel 1998, il presidente della Repubblica Rafael Caldera (vedere Cap. III) ha permesso all’artista tedesco Wolfgang von Schwarzenfeld di estrarre un masso dal peso di oltre trenta tonnellate e dal volume di circa 12 metri cubici il quale, dovutamente scolpito, è esposto ora in uno dei parchi più rappresentativi di Berlino. Tale donazione ha suscitato gravi controversie nel paese, non ancora spente, tanto che l’etnia pemón, non desiste dal volerlo riscattare perché quel sasso, denominato Kueka (Nonna), per loro è sacro e, secondo la leggenda, si tratta di una donna trasformata in pietra.