Quarantena: da peste a Covid, i numeri chiave della durata

Addetti alla sicurezza sul molo dove è attraccata la Diamond Princess in quarantena per casi di coronavirus.
Addetti alla sicurezza sul molo dove è attraccata la Diamond Princess in quarantena per casi di coronavirus. EPA/FRANCK ROBICHON

ROMA. – La quarantena di 14 giorni adottata per i soggetti entrati in contatto con una persona positiva al virus SarsCov2 o di rientro da Paesi a rischio rappresenta un “tempo prudenziale deciso sulla base dei primi dati cinesi, ma è verosimile che una osservazione empirica su un grande numero di casi e l’elaborazione statistica dei dati possa portare ad una riduzione del periodo di quarantena”.

A sottolinearlo è Maurizio Sanguinetti, docente di microbiologia all’Università Cattolica di Roma e presidente della Società europea di microbiologia clinica e malattie infettive, in riferimento all’ipotesi di una riduzione del periodo di quarantena a 7 giorni che alcuni Paesi Ue stanno prendendo in esame.

La quarantena, è un termine tornato alla ribalda durante il Covid, e sta ad indicare un isolamento forzato, solitamente utilizzato per limitare la diffusione di uno stato pericoloso, spesso una malattia. Nasce dai 40 giorni in cui le navi che provenivano da zone interessate dalla peste venivano messe in isolamento.

Sulla base dei “primi dati osservazionali provenienti dalla Cina – ha rilevato l’esperto – si è assunto che 14 giorni potesse essere il tempo massimo entro cui un soggetto entrato in contatto con un positivo avrebbe potuto sviluppare la malattia. In realtà, però, non sappiamo con esattezza dopo quanto tempo dal primo contatto con un positivo un altro soggetto può manifestare la malattia. Nè abbiamo dati da studi su modelli animali. Dunque, si è assunto un tempo ‘prudenziale’ di quarantena”.

Tuttavia, “dati derivanti da un’osservazione su un numero molto più ampio di casi, oggi possibile, potrebbe portare ad evidenziare che, sulla base di un calcolo statistico, la probabilità di sviluppare la malattia potrebbe risultare minima e trascurabile già dopo 7 giorni. Da qui l’ipotesi di ridurre il tempo di quarantena. Ad ogni modo, tutto dipenderà dalle evidenze scientifiche “.

In ogni caso, precisa Sanguinetti, “se in questo momento le autorità dovessero decidere di ridurre il periodo di quarantena non sarebbe perché il virus è mutato, bensì perché valutando un numero molto più ampio di casi si è arrivati all’evidenza che il rischio di sviluppare la malattia è circoscritto ad un arco temporale minore”.

Biologicamente, spiega, “il tempo di sviluppo della malattia dipende anche dalla carica virale alla quale si è stati esposti ma, dal momento che non abbiamo studi che evidenzino quali sono i tempi di manifestazione della Covid a seconda delle diverse cariche virali di esposizione, solo un’analisi e una valutazione statistica dei casi sul campo può darci delle indicazioni”.

Favorevole alla riduzione del tempo di quarantena si dice inoltre Matteo Bassetti, direttore della Clinica Malattie Infettive dell’Ospedale San Martino di Genova. È “ragionevole – sottolinea – pensare a un cambiamento del periodo di quarantena con una riduzione da 14 a 7 giorni, in mancanza di sintomi, per non bloccare un Paese intero”. La “maggioranza delle persone manifesta infatti sintomi in 4-5 giorni e oggi – conclude – moltissimi rischiano di finire in quarantena per 14 giorni quando non serve”.

(di Manuela Correra/ANSA)