Con Piero Angela sull’Aventino di duemila anni fa

"Scatola archeologica", nella "domus" i risultati dello scavo raccontano dieci secoli di storia.
"Scatola archeologica", nella "domus" sull'Aventino i risultati dello scavo raccontano dieci secoli di storia. (ANSA)

ROMA. – “Dove le pietre parlano, basta dare loro la voce”, dice Piero Angela, la mascherina chirurgica abbassata sul mento solo per i pochi istanti dell’intervista video. Ed è proprio sua la voce che anima a Roma, giusto alle pendici dell’Aventino, una scoperta archeologica casuale, che il felice incontro di pubblico e privato – la Bnp Paribas Real Estate e la Soprintendenza Archeologica Speciale di Roma- ha trasformato in un museo, o meglio una “Scatola archeologica”, come la definisce la soprintendente Daniela Porro.

Di fatto un grande ambiente sotterraneo – ricavato negli spazi che avrebbero dovuto ospitare i box di un condominio privato- dove i risultati dello scavo raccontano dieci secoli di storia, dai primi terrazzamenti dell’VIII secolo avanti Cristo plasmati a forza nel tufo delle rupi di cui allora era circondato il colle, fino al basamento di una torre difensiva del VI secolo a.C. al quale in epoche successive si è aggiunta una grande domus romana con tutti i cambiamenti di stile e decori dovuti al passare degli anni e ai diversi proprietari.

Un unicum già di per sé, con tanti elementi preziosi per gli studi, come il disegno di uno dei pavimenti a mosaico che richiama il simbolo dell’infinito e che a Roma, come sottolinea l’archeologo responsabile Roberto Narducci, non si era mai ritrovato.

E in qualche modo un progetto pilota, visto che la proprietà di quest’area, al momento della Bnp Paribas Real Estate che ci ha investito 3 milioni di euro, passerà nelle mani di un grande condominio che diventerà di fatto il gestore di questo sito, obbligato da una convenzione a manutenerlo e ad aprirlo al pubblico almeno due volte al mese.”Una sfida che abbiamo vinto tutti quanti”, sorride soddisfatto l’ad Piero Cocco Ordini.

A fare la differenza però è l’animazione sapiente e nello stesso tempo non urlata, che Piero Angela e Paco Lanciano hanno messo a punto lavorando per cinque anni fianco a fianco (la scoperta è del 2015) con gli archeologi e gli storici del team. Un percorso punteggiato di luci, di suoni e di immagini proiettate che si intersecano con la narrazione prendendo per mano il visitatore per accompagnarlo in un viaggio a ritroso nel tempo, coinvolgente ma rigoroso, fedele alla ricerca storica.

“Siamo stati attenti a lasciare protagonisti i reperti, ad usare la tecnologia in modo soft, semplicemente per raccontare meglio questo luogo, far capire cos’era”, puntualizza Lanciano. Ecco allora che dopo il tufo scavato e il basamento della torre si accendono i riflettori su un altro muro, lavorato e possente, che delimitava il confine di un’abitazione signorile, una grande domus probabilmente passata di mano nei secoli, dalla proprietà di un aristocratico a quella di un facoltoso commerciante, “un uomo comunque vicino al potere”, come sottolinea l’archeologa Letizia Rustico, coordinatore del progetto.

Di questa grande casa, che per alcuni anni sembra essere stata anche un collegio, lo scavo ha restituito il vestibolo, decorato con un mosaico a quadri in bianco e nero, e poi una sala di rappresentanza sulla quale si affacciavano i cubicola, ovvero le stanze da letto. Qui i pavimenti sono stati cambiati più volte, i nuovi sempre sovrapposti ai vecchi. In tutto sei strati di mosaici, che la ricerca ha riportato alla luce, da quelli più semplici di epoca arcaica, fino ai più complessi, montati nel II secolo d.C. prima che l’abitazione venisse abbandonata per l’insorgere di un grave problema strutturale – forse il crollo di una galleria nelle vicinanze – che fece sprofondare e avallare gran parte del piano terra.

I decori sono raffinati, la qualità è altissima sia nel disegno sia nell’esecuzione, con forme geometriche alle quali si alternano tralci di uva e uccellini, in un caso anche un pappagallo dalle piume verdi e blu. Meraviglie che insieme ai tanti oggetti d’uso comune ritrovati, dalle anfore alle lucerne, dagli aghi per il cucito ai mestoli per la cucina e persino un martello con accanto un lungo chiodo, ricostruiscono una quotidianità non cosi dissimile da quella attuale. Un concetto che Piero Angela, sottolinea convinto:

“E’ quello che mi ha emozionato di più – racconta- l’archeologia delle persone, quella che fa rivivere le cose di tutti i giorni, dagli oggetti di uso comune alle scelte stilistiche per la decorazione degli interni. Roma è piena di cose ritrovate e poi nascoste. Questo è un esempio unico e virtuoso di collaborazione tra pubblico e privato che mi auguro altri seguano”. Le visite – sempre su prenotazione – partiranno a novembre.

(di Silvia Lambertucci/ANSA)