Editoriale – Un lascito per le generazioni future

Ospedale - Un lascito per le nuove generazioni

Dall’inizio degli anni ’60 fino alla fine degli anni ’70, il Venezuela conobbe una crescita economica costante. Di questa fu protagonista anche la nostra Collettività, come lo dimostra la sua presenza ai vertici degli organismi imprenditoriali e di categoria. Allora le nostre associazioni – leggasi club e Case d’Italia – e le associazioni regionali, assunsero un ruolo di grande rilievo. Le prime svolgevano la funzione di centri di aggregazione tra persone con gli stessi interessi, con origini comuni ed uguale cultura, tradizioni e costumi; le altre, soddisfacevano il desiderio e la necessità di mantenere vincoli concreti con le regioni d’origine. La solidarietà e il benessere facevano il resto. Al connazionale in difficoltà non mancava l’immediata e concreta manifestazione di solidarietà. Tutti lo sostenevano agendo come una famiglia.

Con il trascorrere degli anni, le limitazioni di un modello economico ispirato in una industrializzazione sostitutiva delle importazioni, sostenuta dall’attività petrolifera, così come impostato dai primi governi democratici, iniziarono a venire a galla. Era l’inizio degli anni ’80. L’incremento dei tassi d’interesse nei mercati internazionali portò alla luce la presenza di un debito estero impagabile. Responsabile la cecità di una classe politica ed economica sorda alle avvertenze di economisti ed esperti in materia battezzati, non senza un certo disprezzo, “profeti del disastro”.

Gli sforzi per frenare la crisi incipiente e ricondurre il paese verso il cammino della crescita – leggasi secondo governo del presidente Carlos Andrés Pérez – furono interrotti prima da una violenta esplosione sociale, poi dal cruento tentativo di colpo di Stato dell’estinto presidente Chávez e, in ultimo, dall’avvento definitivo del “chavismo”. L’ex golpista Tenente Colonello Hugo Chávez, eletto presidente della Repubblica, impose immediatamente al paese un modello politico che cancellava gradualmente le basi di una democrazia, imperfetta ma perfettibile, costata quarant’anni di sacrifici e di lavoro. E distrusse il tessuto produttivo del paese composto per lo più dalle piccole e medie imprese e dai laboratori artigianali. Proprio quella fascia produttiva nella quale era più forte la presenza dei connazionali.

Con la crisi economica esplosa con violenza impensabile, negli ultimi vent’anni la solidarietà che aveva caratterizzato la nostra Collettività è andata diminuendo gradualmente. Ma non certo per mancanza di spirito d’unione.

Così, come all’inizio degli anni ’60 la nostra comunità sentì il bisogno di costruire centri di aggregazione, a fine del secolo scorso e soprattutto all’inizio dell’attuale, è diventata via via più stringente la necessità di creare meccanismi volti ad aiutare i connazionali in difficoltà. Molte le iniziative promosse dalle associazioni. L’Associazione Campana ha creato un ambulatorio, il Centro Italiano Venezolano di Caracas, Fundaciv e un gruppo di abruzzesi la Fondazione Abruzzo Solidale. Sforzi ammirevoli che aiutavano ma che certamente non rappresentavano la soluzione. Lo è, invece, l’iniziativa dell’Ambasciatore d’Italia, Placido Vigo, ora coadiuvato dal Console Generale, Nicola Occhipinti: l’Ospedale Italiano di Caracas. Un progetto senz’altro ambizioso, che dovrebbe essere capace di autofinanziarsi e di dare una risposta concreta alle necessità della nostra Collettività.

Come ha illustrato con brevi ma precise pennellate l’Ambasciatore Vigo nel corso dell’ultima Assemblea del Comites, la creazione di una struttura ospedaliera non è un compito facile. Non è come aprire una concessionaria di automobili. L’Ospedale non vende vetture, ma salva vite umane. La sua colonna vertebrale non è costituita solo da abili amministratori ma, soprattutto, dal personale sanitario: medici e infermieri, terapisti e tecnici di radiologia, biologi e farmacisti e così via di seguito. La qualità professionale di questi, poi, a nulla servirebbe se non fosse assistita da tecnologie d’ultima generazione e da un dipartimento di ricerca. Un Ospedale moderno dovrebbe anche essere una “nave scuola” per futuri medici, infermieri, tecnici e ricercatori.

L’iniziativa dell’Ambasciatore, come dicevamo, è assai ambiziosa. E lo è ancor di più in questa fase politica ed economica tanto delicata del paese, aggravata dalla diffusione della pandemia. Ma abbiamo fiducia nella sua grande esperienza di lavoro e nella capacità organizzativa che ha ben dimostrato riuscendo a coinvolgere l’intera collettività.

Concordiamo con lui sulla necessità di garantire il futuro dell’Ospedale degli Italiani di Caracas, di farlo nascere “blindato”. E cioè, protetto da ogni possibile pericolo.

L’Ospedale Italiano di Caracas, oggi, è una necessità. È quanto merita la nostra Comunità. È a lei che toccherà trasformare il progetto in una realtà concreta e mantenerla nel tempo; far sì che la realizzazione di un sogno diventi il nostro lascito per le generazioni future.

Mauro Bafile