Mafia: 25 anni fa l’assassinio del piccolo Di Matteo

25 anni fa l'assassinio del piccolo Giuseppe Di Matteo.
25 anni fa l'assassinio del piccolo Giuseppe Di Matteo.

PALERMO. – Per 25 anni non è riuscito neppure ad avvicinarsi al casolare in cui il fratello, dopo un tragico “pellegrinaggio” da una prigione all’altra, ha trascorso gli ultimi giorni della sua vita. “Immaginate cosa ha significato perderlo. Un dolore che nessuno può descrivere”, dice Nicola Di Matteo nel giorno del 25esimo anniversario della morte del fratello maggiore Giuseppe, rapito per punire il padre, Santino, dalla “imperdonabile” colpa di aver scelto di collaborare con la giustizia, poi strangolato e sciolto nell’acido dopo 779 giorni di prigionia.

Una storia terribile quella della famiglia Di Matteo, una ferita mai sanata nonostante il tempo, l’arresto di mandanti, carcerieri e assassini. In tutto oltre 40 mafiosi, ormai condannati a pene definitive, tra i quali il boss Giovanni Brusca, che strangolò con le sue mani il bambino che aveva visto crescere.

Giuseppe venne rapito il 23 novembre del 1993 da un commando di mafiosi travestiti da poliziotti, mentre lasciava il maneggio dove era andato a cavallo, sua grande passione. Gli dissero che lo avrebbero portato dal padre, che dopo la decisione di collaborare era stato trasferito in una località protetta. “All’inizio urlava: ‘papà mio, amore mio'”, ha raccontato il pentito Gaspare Spatuzza in aula chiedendo perdono per l’atroce fine del bambino.

“Poi l’abbiamo legato come un animale e l’abbiamo lasciato nel cassone Lui piangeva, siamo tornati indietro perché ci è uscita fuori quel poco di umanità che ancora avevamo”, ha ricordato. Il bambino era terrorizzato. “Ci chiamò dicendo che doveva andare in bagno – ha continuato Spatuzza- ma non era vero. Aveva solo paura. Allora tornammo indietro per rassicurarlo e gli dicemmo che ci saremmo rivisti all’indomani, invece non lo rivedemmo mai più”.

Solo dopo anni Spatuzza saprà da Giovanni Brusca che il bambino era ancora vivo. “Abbiamo ancora la carta”, gli disse Brusca. Ma gestire la prigionia del piccolo Giuseppe, spostato in lungo e in largo tra Palermo, Trapani, Agrigento e Caltanissetta, non era facile: per questo a un certo punto, dopo avere capito che il padre non avrebbe mai ritrattato i boss decisero di assassinarlo. Indebolito dalla lunghissima prigionia Giuseppe morì subito: gli strinsero una corda attorno al collo, poi ne sciolsero il corpo nell’acido.

“Mi hanno portato via il cuore”, ha detto una volta la madre Franca Castellese che a perdonare i carnefici pentiti, come Spatuzza, non ha mai pensato. “In 25 anni – racconta il fratello Nicola – non sono riuscito ad andare sul luogo del suo martirio. L’ho fatto solamente qualche giorno prima di Natale. E vedere il casolare di campagna è stato come tornare indietro all’orrore di quei giorni”.

Il piccolo Giuseppe è stato ricordato oggi nel salone della parrocchia di Altofonte, paese dove la famiglia vive ancora. “Mio fratello è vivo nella memoria di tutti, ma avrei preferito morire io al suo posto”, dice Nicola ricordando quello che certamente è uno dei crimini più infami della storia di Cosa nostra.