L’Irlanda chiede scusa per gli orfanotrofi dell’orrore

L'orfanotrofio "Casa di st. Mary per mamme e bambini” di Tuam, contea di Galway, Irlanda.
L'orfanotrofio "Casa di st. Mary per mamme e bambini” di Tuam, contea di Galway, Irlanda. (Ansalatina)

LONDRA. – Un inferno in Terra di abusi e violenze per migliaia di donne e bambini. Questo è stato il “modus operandi” per decenni con cui hanno agito in Irlanda una serie di istituti religiosi nelle cosiddette “case” per ragazze madri, gestite soprattutto da suore: luoghi dove venivano ospitate le donne che avevano avuto figli al di fuori del matrimonio, i loro bambini e anche molti orfani, con lo scopo di tenerli lontani dalla società.

Un rapporto di 3000 pagine, appena pubblicato, è la dichiarazione d’accusa finale sui maltrattamenti storici compiuti in un Paese che vuole fare “mea culpa” per un passato tornato di recente alla luce, in tutto il suo orrore.

Uno dei fatti più eclatanti era stato nel 2017 il ritrovamento a Tuam, nella contea di Galway, di una fossa comune in uno di questi istituti, che in base allo studio dei certificati di morte conteneva i resti di circa 800 bambini. Chi viveva nelle “mother and baby homes” soffriva di malnutrizione, malattie e miseria, con altissimi livelli di mortalità.

Molti dei piccoli non riuscivano a sopravvivere a quegli stenti e una volta morti i loro corpi venivano disposti in modo piuttosto sbrigativo all’interno di fosse comuni, tra l’altro senza alcuna indicazione delle loro identità. É giunto il tempo però, almeno dal punto di vista storico, di fare giustizia.

Il rapporto è frutto delle ultime investigazioni affidate a una commissione indipendente: 5 anni di ricerche fra racconti e testimonianze da cui sono emerse esperienze ai limiti dell’orrore. Domani sarà presentato al Parlamento di Dublino dal premier Michéal Martin, accompagnato da un atto ufficiale di scuse da parte dello Stato, che quegli istituti sovvenzionò a lungo.

In totale si calcola che nella Repubblica d’Irlanda circa 9000 bambini o neonati siano morti nelle case per ragazze madri dal 1922 al 1998, anno della chiusura dell’ultima struttura del genere, perchè sottoposti a terribili condizioni di vita.

Ma le colpe non ricadono solo su preti e suore bensì sull’intera società irlandese che in passato rifiutava i bambini nati al di fuori del matrimonio. “Era una società rigida e ottusa”, ha raccontato Anne Harris, 70 anni, che ha fatto nascere suo figlio in uno di questi istituti della contea di Cork, nel 1970.

Vicende analoghe, nel frattempo, sono venute alla luce anche in altri Paesi, incluso il Regno Unito (in Scozia in particolare), dalle ceneri di vecchi istituti od orfanotrofi tradizionali gestiti negli anni da istituzioni religiose (cattoliche o di altre chiese), ma pure laiche. E anche il cinema si è occupato di questa pagina oscura.

Come il film “Philomena”, la storia vera di una donna che per cinquant’anni cerca quel figlio che da giovane ragazza madre aveva dovuto dare forzatamente in adozione a una coppia americana, seguendo la volontà delle suore di un istituto religioso irlandese in cui aveva partorito. Ma la realtà emersa nel rapporto appare ben più tragica di ogni ricostruzione cinematografica.