Attanasio, la passione per l’Africa e gli ultimi

Luca Attanasio in una foto tratta dal profilo Facebook della moglie , Zakia Seddiki.
Luca Attanasio in una foto tratta dal profilo Facebook della moglie , Zakia Seddiki. FACEBOOK

ROMA. – Senza orpelli, attento agli altri e convinto che il ruolo dell’ambasciatore in Paesi complicati come il Congo sia anche quello di contribuire alla costruzione della pace. Chi lo ha conosciuto racconta così Luca Attanasio, il diplomatico italiano ucciso nell’attentato a Goma assieme al carabiniere Vittorio Iacovacci e al loro autista.

“Tutto ciò che noi in Italia diamo per scontato non lo è in Congo, dove purtroppo ci sono ancora tanti problemi da risolvere. Il ruolo dell’ambasciata è innanzitutto quello di stare vicino agli italiani, ma anche contribuire al raggiungimento della pace. La nostra è una missione, a volte anche pericolosa, ma abbiamo il dovere di dare l’esempio”, aveva raccontato Attanasio l’anno scorso alla cerimonia di consegna del premio Nassiriya per la Pace.

Un riconoscimento ottenuto assieme alla moglie di origine marocchina Zakia Seddiki, fondatrice e presidente dell’associazione umanitaria “Mama Sofia”, che a Kinshasa aiuta migliaia di madri e bambine di strada, e di cui lui stesso faceva parte.

Nato a Limbiate (provincia di Monza e Brianza), Attanasio avrebbe compiuto 44 anni a maggio ed era padre di tre bambine piccole. Era uno dei più giovani ambasciatori italiani nel mondo. Laureato alla Bocconi con il massimo dei voti, aveva intrapreso la carriera diplomatica dopo una prima esperienza aziendale ricoprendo diversi incarichi, prima all’Ambasciata d’Italia a Berna (2006-2010), poi console generale reggente a Casablanca, in Marocco (2010-2013).

Dopo essere rientrato nel 2013 alla Farnesina, come capo segreteria della direzione generale per la mondializzazione e gli affari globali, era tornato nel 2015 in Africa come primo consigliere all’ambasciata d’Italia ad Abuja, in Nigeria. Quindi, a settembre del 2017, l’incarico di capo missione a Kinshasa. Un continente, l’Africa, che il diplomatico amava e di cui voleva fornire una narrazione diversa.

“Gli italiani che vivono in Congo sono arrivati alla ricerca di un futuro economico migliore, sono esponenti di una migrazione economica avvenuta soprattutto dopo la fine della Seconda guerra mondiale. C’era la percezione di una prospettiva di vita migliore e così è stato per diversi anni”, raccontava ancora nel 2018 in un’intervista al programma di La7 “Propaganda Live”.

“Il Nord Kivu, dove la terra è fertilissima, era visto come un eden dai migranti italiani”, spiegava a Diego Bianchi che in quell’occasione fu ospite nella sua residenza nella capitale. “Siete i primi ospiti del nuovo chef congolese che sta imparando la cucina italiana, considerando che chi gli insegna sono io…”, aveva scherzato l’ambasciatore. Bianchi lo ricorda come un diplomatico “preparatissimo e gentilissimo”.

Un ambasciatore “senza orpelli” che “metteva in gioco tutta la sua ricchezza umana, la sua formazione, la sua esperienza”, lo descrive sul sito di Famiglia Cristiana don Roberto Ponti, per nove anni missionario a Kinshasa e amico del diplomatico. “La sua presenza e quella della moglie – ricorda il prete – si è fatta sempre notare nei centri di promozione sociale, soprattutto quelli gestiti da missionari e missionarie italiani, dove portava il suo aiuto concreto”.

(di Benedetta Guerrera/ANSA)