Giovanni Quitadamo, dal 15M alla Giunta Municipale di Arganzuela

Giovanni Quitadamo

MADRID – “Siamo totalmente coinvolti in questa campagna elettorale. Lavoriamo con molto entusiasmo, sicuri di avere la migliore candidata possibile: Mónica García. Non abbiamo dubbi, oggi si può ribaltare il segno politico del Governo della ‘Comunidad de Madrid’. Dopo oltre vent’anni, esiste la possibilità di una svolta, di un governo di sinistra. E quando dico di sinistra, mi riferisco al ‘Psoe’, a ‘Más Madrid’ e a ‘Podemos’. È vero, in campagna elettorale ci presentiamo ognuno con un nostro candidato. ‘Más Madrid’ con Mónica García. Ma siamo coscienti che i nostri veri avversari sono Isabel Díaz Ayuso, del ‘Partido Popular’ e Rocío Monasterio San Martín, di ‘Vox’”. Le parole di Giovanni Quitadamo trasmettono entusiasmo, ma anche un pizzico di preoccupazione. Simpatizzante del 15M, militante di “Podemos”, prima, e di “Más Madrid”, poi, dopo la scissione di Iñigo Errejón, è oggi consigliere nella Giunta Municipale di Arganzuela.

– Sono un prodotto del 15M, di cui tra poche settimane si festeggiano i 10 anni – afferma.

– Com’è nato il tuo interesse per la politica spagnola?

– In realtà – confessa-, la politica mi ha sempre interessato. In Italia, a differenza di quanto accaduto qui in Spagna, non ho trovato uno spazio che mi attraesse. Dopo il 15M, con la nascita di “Podemos” mi sono sentito pienamente coinvolto.

– Come hai vissuto il 15M? Che incarichi hai svolto in seno a “Podemos”?

– Sono stato tra coloro che hanno vissuto il 15M, la protesta degli “indignados”, come una bellissima esplosione spontanea di desiderio di partecipazione e di trasparenza, che in Spagna erano necessarie – commenta -. La politica, fino a quel momento, si viveva con maggior distacco che in Italia.

– Non dobbiamo dimenticare che in Italia, quando ancora in Spagna Franco governava con mano di ferro, abbiamo vissuto gli anni di piombo, la guerriglia urbana, il rapimento e assassinato di Aldo Moro, gli attentati, la militanza nei movimenti extraparlamentari… Lotta Continua, il Manifesto…

– Sono figlio di quella generazione – ci dice con orgoglio per poi sottolineare:

– Anche i liceali, fino agli anni ‘90 e inizio del 2000, scendevamo in piazza. Comunque, non c’è bisogno di arrivare a quel livello di partecipazione. In Spagna, la politica semplicemente non si viveva con quell’entusiasmo, con quell’interesse…

– Forse, perché era molto recente il ricordo della dittatura, degli anni del terrore, della repressione e della persecuzione. La “transizione” – commentiamo – iniziò dopo la morte del dittatore, nel 1976. L’esplosione del movimento degli “indignados”, fece seguito alla manifestazione del maggio del 2011 in occasione delle amministrative. Si chiedeva una maggiore partecipazione politica che superasse il dualismo tra Partito Popolare e Psoe.

– Certo – ammette -, bisogna capire la realtà spagnola, assai diversa da quella di altri paesi europei come, appunto, l’Italia. Per me “Podemos” rappresentava la struttura, a livello politico, all’interno della quale poter esprimere la mia voglia di partecipazione. All’inizio nacquero i circoli. Erano attivissimi. Fui coinvolto prima in quello che si occupava di Emigrazione e, poi, in quello di Femminismo.

– Il passaggio a “Más Madrid” com’è avvenuto?

Spiega che è maturato col tempo, “in maniera assai graduale perché, in mezzo, c’è stata la bella esperienza di Manuela Carmena, nel Comune di Madrid”.

– È stato un momento che ha visto la partecipazione delle forze di sinistra, dai movimenti sociali a “Podemos”, “Izquierda Unida”…– ricorda – Tante organizzazioni di tanti quartieri di Madrid hanno trovato in Carmena la loro candidata e una speranza.

– Poi sei passato a “Más Madrid” con la scissione promossa da Errejón. Quale è stato il tuo cammino per arrivare ad essere Consigliere?

– Le realtà di quartiere sono molto interessanti – spiega -. In Arganzuela, municipio nel quale ricopro la carica di consigliere, la partecipazione è sempre assai alta. Qui gli anni di governo di Manuela Carmena hanno stimolato l’unione e la collaborazione tra associazioni di quartiere e “foros locales”, spazio di partecipazione e di lavoro. Già allora ebbi un incarico di rilievo. Finita l’esperienza di Carmena, si è cominciato a parlare di candidature e di responsabilità nel quadriennio successivo.

– Una candidatura naturale, quindi.

–  Sì, spontanea – ammette -. È stato il risultato del mio impegno.

–  Com’è stata vista la tua presenza, quella di uno straniero, sia all’interno di “Podemos”, sia in seno a “Más Madrid”.

Sorride sorpreso. Non era la domanda che si attendeva. Sottolinea:

– Madrid è una città multiculturale. Questa caratteristica è parte della sua ricchezza. Fin dal primo momento, sono stato uno qualunque nei gruppi, nei circoli, in “Podemos”. Mai pensato che per essere italiano potessi essere visto in modo distinto, positivo o negativo che esso fosse.

– Non te lo hanno fatto pesare…

– No – ci interrompe categorico -. Credo che quando una persona è preparata, è interessata, è coinvolta e offre una certa disponibilità sia sempre benvenuta.

 

Diritti politici

Doppia cittadinanza e diritti civili. Tra questi quello di eleggere ed essere eletto, non solo a livello distrettuale. Se ne parla tanto oggi in seno alla nostra comunità. In particolare, tra i giovani. Il dibattito si è aperto all’indomani della firma dell’accordo tra Francia e Spagna. Avere gli stessi doveri ma non gli stessi diritti ritarda l’inserimento nel tessuto sociale del Paese in cui si vive; rende più lento il percorso verso l’integrazione. Chiediamo:

– Quanto pesa avere limiti nell’attività politica. Uno straniero non può eleggere e non può essere eletto se non, appunto, a livello di realtà locali.  

– Sono stati firmati accordi, con alcuni paesi; ma sono pochi – precisa. Quindi fa un po’ di autocritica:

– Credo che le difficoltà siano due. La prima è che, all’inizio, siamo i primi a sentirci di passaggio. C’è l’idea di lavorare alcuni anni e poi tornare a casa, in Italia. Questa considerazione ovviamente limita il coinvolgimento e l’interesse a lavorare per la società spagnola. Altra difficoltà è l’età. Chi ha la mia età, in molti casi, ha messo su famiglia. Ha bambini. Pensa alla famiglia, ad acquistare casa, a un miglior posto di lavoro. Quindi, è logico, anche se non corretto, che si sentano meno attratti dall’attività politica. Ne sono invece coinvolti i più giovani, i ragazzi e, poi, le persone oltre i 50 anni, quelle con una situazione familiare più tranquilla e indipendente

Commenta che, anche se l’Italia per tanto tempo è stata all’avanguardia in molti campi, oggi la Spagna è molto più avanti, sia nell’ambito delle infrastrutture o della burocrazia sia in quello delle conquiste sociali.

– Femminismo, diritti delle minoranze, matrimonio gay e, da qualche settimana, l’eutanasia. La società spagnola pare molto tollerante nonostante, in tutta la sua storia, il potere della Chiesa sia stato, e continui ad essere molto forte.

–  Negli anni, in particolare durante il governo Zapatero – commenta -, sono emerse in seno alla società spagnola esigenze che in Italia ancora non si manifestavano. Esigenze che hanno permesso di fare grossi passi avanti. Ad esempio, il movimento femminista è leader in Europa. È una forza importante della società spagnola.

Considera che una spiegazione di quanto accade nella società spagnola, che giustifica le rivendicazioni e le conquiste ottenute, sia da ricercare senz’altro nella sua storia. Precisa:

– La Spagna esce dalla dittatura negli anni 70, molto più tardi rispetto all’Italia. Lo chiamo “efecto rebote”. In Italia, negli anni ’60 e ’70, si visse una rivoluzione sociale e culturale. Erano altri tempi. Allora, magari, si parlava di minigonna e non del movimento femminista; del diritto ad essere indipendenti, piuttosto che del matrimonio gay. Ripeto, era un momento diverso. Quindi anche le esigenze lo erano. In Spagna, la realtà attuale fa emergere altre richieste. Probabilmente la Chiesa ha perso potere nel tempo mentre il movimento socialista ha acquisito forza ed è riuscito ad interpretare meglio le esigenze di una parte della popolazione. Ci sono tante circostanze per cui, effettivamente, la Spagna oggi è avanti in quanto a conquiste di carattere sociale.

 

La partecipazione politica

Napoletano, femminista ed innamorato dell’America Latina, Giovanni Quitadamo ha sempre avuto le idee assai chiare. Dopo essersi laureato in Scienze Politiche, con specializzazione in Politica Internazionale; aver frequentato il master in Cooperazione Internazionale e Gestione di Progetti nell’Istituto Universitario di Ricerche Ortega y Gasset e aver ottenuto il diploma in “Género y Desarrollo” dell’autorevole “Universidad Complutense” di Madrid, ha lavorato sempre nell’ambito di organismi non governativi.

–  Il mio primo amore – confessa – è stato l’America Latina. La Spagna rappresentava il ponte verso il continente americano. Sono venuto per l’Erasmus e ho scoperto Madrid, una città grande, vivibile, con una qualità di vita che purtroppo non abbiamo nel sud Italia. Dopo l’Erasmus mi trovai un master con una specializzazione sul Sudamerica. E così è andata. Ho messo le radici a Madrid. Lavoro nel settore della cooperazione da 15 anni.

– Il primo lavoro?

– Due anni in Croce Rossa, più che nell’area della cooperazione in quella dell’accoglienza ai migranti – ci dice -. Poi decisi di cacciare dal cassetto il mio sogno: andare in America Latina. Sono stato due anni in Perù, lavorando prima al nord e poi al sud di Lima.

– Cosa ricordi di quell’esperienza?

– Il Perù – racconta – è un Paese fantastico. Mi ha offerto l’occasione di conoscere un’altra realtà. Non si tratta solamente della cultura latino-americana. Non ho vissuto e lavorato nel centro di Lima, dove si trovano quartieri di un ottimo livello sociale, ma prima a 40 km al nord della capitale e poi nel “Distrito di Villa el Salvador”. Insomma, tra gente umile.

Poi sei tornato in Italia o in Spagna?

– A quel punto la mia base era già Madrid – ammette -. I miei contatti erano qua. Quindi sono tornato a lavorare a Madrid. Prima, nella ONG “Allianza por la Solidaridad”  poi, negli ultimi 5 anni, in una Fondazione.

Confessa che, coerente col suo modo di pensare e di agire, cinque anni fa decise di acquisire la cittadinanza spagnola.

– Sono cittadino spagnolo dall’inizio dello scorso anno – afferma – È una decisione che non influisce nella vita quotidiana anche se è vero che, purtroppo, dobbiamo firmare la rinuncia alla cittadinanza italiana. Capisco che può non essere una scelta facile per molte persone. L’Italia dovrebbe seguire l’esempio della Francia che, settimane fa, ha firmato un accordo bilaterale per cui è possibile avere le due cittadinanze.

E torniamo al suo impegno politico, al suo ruolo di consigliere nella “Junta Municipal” del “Distrito de Arganzuela”. Spiega che, in Spagna, le municipalità sono strutturate in maniera diversa rispetto l’Italia.

– Innanzitutto – ci dice -, rispecchiano la maggioranza del Comune di appartenenza. Il responsabile, il “Consejal”, è un assessore del Comune. La “Junta Municipal” del quartiere è formata da “Vocales Vecinos” che sono nominati dal Sindaco, su indicazione dei vari partiti. Non sono eletti. Il nostro è un impegno a tempo parziale, quindi compatibile con il lavoro di ognuno. Riceviamo un rimborso spese. Il nostro ruolo è molto interessante e si riflette nella “Plenaria” della Giunta. Questa si svolge una volta al mese. È il luogo in cui si propongono le iniziative. Il nostro ruolo è quello di permettere la comunicazione all’interno della gente del quartiere e tra le associazioni del quartiere e l’Istituzione. Quanto più frequente è il nostro contatto con le associazioni di quartiere, quelle culturali, quelle economiche, tanto più si ha il polso della situazione, quindi la conoscenza dei problemi, che poi possiamo trasmettere ai Governi locali.

Mauro Bafile