Mafia: pizzo e droga, 99 arresti contro clan a Bari

Carabinieri del nucleo di Bari.

BARI. – E’ il clan più feroce di Bari, che può contare su arsenali e “killer spietati pronti a seminare il terrore” e, per i giovanissimi che “non sanno resistere al fascino della malavita”, è un “brand attraente e coinvolgente”. E’ il gruppo mafioso Strisciuglio del quartiere Libertà, i cui vertici e sodali sono stati raggiunti da un’ordinanza di custodia cautelare che ha portato 96 persone in carcere (53 erano già detenuti) e altre 3 agli arresti domiciliari.

“Si è aperta una vera e propria guerra con la criminalità. L’impegno è annientare le mafie che lavorano in questo distretto” ha detto il procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho. Nell’inchiesta della Dda di Bari sono indagati complessivamente in 147, accusati a vario titolo di associazione mafiosa, traffico di droga, armi, estorsioni a commercianti e imprenditori, lesioni, minacce e rissa.

L’indagine ha ricostruito, anche grazie alle dichiarazioni di 21 collaboratori di giustizia, le attività illecite del clan dal 2015, documentando riti di affiliazione, conflitti con altri gruppi criminali, pestaggi per punire sodali infedeli, cattivi pagatori o risolvere questioni sentimentali. A capo dell’organizzazione, secondo gli inquirenti, c’erano i boss Vito Valentino e Lorenzo Caldarola.

Tra gli episodi raccontati nelle quasi 1.600 pagine di ordinanza, c’è una “disgrazia sventata”, un tentativo di intimidazione alla famiglia di un “pentito” della provincia, con 600 grammi di tritolo lasciati davanti alla porta di casa e una vicina che, notando fumare quello che sembrava un cumulo di spazzatura, lo avrebbe spento con un secchio d’acqua disinnescando la miccia.

Ma ci sono anche aggressioni con mazze da baseball per donne contese, lettere dal carcere con ordini di uccidere, droga e telefonini fatti entrare nelle celle con fionde, droni o tramite parenti in visita. “Punto di snodo fondamentale nelle dinamiche associative nel territorio barese” è una rissa nel carcere di Bari risalente al gennaio 2016, dopo la rottura dell’alleanza tra i clan Strisciuglio e Misceo: 41 appartenenti alle due fazioni rivali si affrontarono con lamette e taglierini.

 

Nella rissa rimasero feriti anche alcuni agenti di Polizia penitenziaria, i quali poi hanno contribuito alle indagini sull’episodio e anche, come i colleghi del carcere di Lecce, al ritrovamento di decine di telefoni cellulari. E poi i “giovanissimi”, come Ivan Caldarola, figlio di Lorenzo, dalla “incontenibile volontà omicida”.

Questo è anche il clan “che voleva impedire ad una cronista, l’inviata del Tg1 Maria Grazia Mazzola – ha ricordato de Raho – , di poter svolgere appieno il proprio ruolo”, riferendosi alla “aggressione formidabile” subita dalla giornalista nel febbraio 2018 da parte di Monica Laera, moglie del boss Lorenzo Caldarola.

“Fermare la libertà di stampa, la libertà di informazione – ha detto il procuratore – , è quanto di più grave ci possa essere, significa toccare le fondamenta della democrazia”. Da tutti, il procuratore facente funzione di Bari Roberto Rossi, il coordinatore della Dda Francesco Giannella, il questore Giuseppe Bisogno e il comandante del reparto operativo dei carabinieri Fabio Cairo, è stato lanciato un “messaggio ai cittadini che dello Stato si devono e si possono fidare”.

“Vogliamo restituire alla città e al quartiere la ‘Libertà’ di cui porta il nome, libertà dall’oppressione mafiosa e dal condizionamento della criminalità”, ha detto Giannella.

(di Isabella Maselli/ANSA)