Allarme sindacati: contratto espansione rischia flop

operaio metalmeccanico al lavoro in una'immagine di archivio
Operaio metalmeccanico al lavoro in una immagine di archivio. (ANSA)

ROMA.  – Non basta abbassare la soglia per il contratto di espansione a 100 dipendenti così come previsto dal decreto Sostegni bis allo studio del Governo perché la misura per l’accesso alla pensione con cinque anni di anticipo funzioni.

L’allarme arriva dai sindacati che parlano di “rischio flop” per una misura che di fatto consente uno scivolo dei dipendenti verso la pensione ma che resta troppo costosa per le aziende e quindi rischia di non essere utilizzata se non dalle grandissime imprese come avvenuto già per l’isopensione introdotta con la riforma Fornero.

Il governo punta ad anticipare nuovi ammortizzatori per superare lo stop ai licenziamenti che scade a giugno. Un mancato rinvio – secondo i sindacati – metterebbe a rischio molti posti di lavoro.

“La transizione alla normalità – ha detto il segretario della Cisl, Luigi Sbarra – è un processo che va governato insieme, nel segno della coesione e dell’inclusione sociale. Secondo fonti governative ci sono 500 mila lavoratori a rischio nel 2021, che andrebbero ad aggiungersi al milione di disoccupati dell’ultimo anno. Non c’è settore che sia fuori pericolo e non è sbloccando i licenziamenti che creeremo le condizioni di ripartenza”.

Ma a far discutere è ora soprattutto il contratto di espansione.      “Se non si modificano i criteri di accesso – ha spiegato il segretario confederale della Cgil Roberto Ghiselli parlando del contratto di espansione – si rischia il flop.

Per le aziende pagare l’importo della pensione maturata per cinque anni recuperando l’importo della Naspi per due anni è troppo costoso. Ma se l’accordo è solo per due anni non conviene al lavoratore che preferirà andare in Naspi perché almeno avrà i contributi”.

Il contratto di espansione è meno costoso dell’isopensione che prevedeva il pagamento integrale per gli anni di anticipo del dipendente a carico dell’azienda, contributi compresi.

Con il contratto di espansione i contributi dall’azienda sono dovuti solo nel caso l’accesso sia alla pensione anticipata (basata appunto, a prescindere dall’età sugli anni di contributi)  e non per l’accesso alla pensione di vecchiaia.

Inoltre l’azienda recupera una parte dell’indennità pagata al lavoratore ( la pensione maturata al momento dell’uscita) pari alla Naspi per il periodo massimo,

Insomma la misura è meno costosa ma non abbastanza per i sindacati che chiedono più risorse e soprattutto al Governo di aprire un tavolo sulla previdenza in vista della scadenza di Quota 100 e del ritorno nel 2021 all’uscita in vecchiaia a 67 anni e con l’anticipata con 42 anni e 10 mesi contributi oltre ai tre mesi di finestra mobile (41 anni e 10 mesi per le donne). Il costo del contratto di espansione con l’uscita del

lavoratore dall’azienda con cinque anni di anticipo sulla pensione di vecchiaia – secondo stime elaborate dalla Uil – costa all’azienda, nel caso di una retribuzione lorda di 30.000 euro e una pensione lorda maturata di 1.327 euro  oltre 61.000 euro nel caso di pensione di vecchiaia e oltre 93.000 per la pensione anticipata perché per questa bisogna pagare anche i contributi., cifre queste al netto di quanto recuperato con la Naspi.

Ma l’uscita anticipata significa una riduzione sostanziosa delle entrate (a fronte però dell’assenza di lavoro) anche per il lavoratore. Secondo il calcolo della Uil lo stesso lavoratore con 30.000 euro di Ral (retribuzione annua lorda) avrebbe uno stipendio netto in cinque anni di 117.000 euro oltre a 7.500 euro netti di Tfr mentre uscendo con il contratto di espansione  avrebbe un’entrata complessiva di pensione in cinque anni di 71.500 euro netti. Avrebbe inoltre una pensione nettamente più bassa nel caso non siano versati i contributi.

“Bisogna rendere il contratto di espansione meno oneroso, -ha detto il segretario confederale della Cisl Ignazio Ganga. Abbiamo chiesto di nuovo al Governo di aprire il tavolo sulla previdenza per evitare che con la fine di Quota 100 ci sia uno scalone di cinque anni rispetto alla situazione attuale. MI auguro che il ministro Orlando ci convochi entro maggio”.  Il contratto di espansione – ha detto il segretario confederale della Uil Domenico Proietti – è uno strumento utile solo parzialmente.

Interessa, infatti, solo una porzione delle aziende italiane, ed  è particolarmente svantaggioso proprio per i lavoratori con carriere più deboli. Per la Uil – sottolinea – bisogna varare misure che introducano una flessibilità più diffusa di accesso alla pensione a partire dai 62 anni anche tenendo conto della diversa gravosità delle attività dei lavoratori”.