Orban sfida l’Ue: un referendum sulla legge anti-gay

Il presidente ungherese Viktor Orban .
Il presidente ungherese Viktor Orban . (ANSA)

BRUXELLES. – Viktor Orban getta un nuovo guanto di sfida all’Unione europea e convoca un referendum nazionale sulla controversa legge contro la comunità arcobaleno.

L’obiettivo è “fermare Bruxelles come avvenne cinque anni fa sulla questione dei migranti. Ci riuscimmo allora, insieme ci riusciremo di nuovo”, ha scritto il premier ungherese in un post su Facebook con cui ha lanciato l’ennesima battaglia contro quell’Europa che da anni ormai accusa di ingerenze indebite negli affari interni del suo Paese.

La partita si gioca su una doppia scacchiera, con immancabili risvolti nazionali, in vista delle elezioni del 2022. Come già successo in passato, il leader di Fidesz, fautore della democrazia illiberale, punta a raccogliere attorno a sé quanto più consenso possibile in una nuova prova di forza che non solo lo legittimi nel suo braccio di ferro con Bruxelles, ma dimostri anche che la sua presa sul Paese resta solida, nonostante il lavoro ai fianchi dell’alleanza dei partiti di opposizione, coalizzati per scalzarlo.

Non a caso, a stretto giro dall’annuncio di Orban, ne è arrivato uno del sindaco di Budapest, Gergely Karácsony, esponente di punta degli avversari politici, che a sua volta ha deciso di indire una consultazione su alcune delle iniziative chiave dell’esecutivo.

Tra queste, la discussa costruzione di un campus dell’università cinese di Fudan nella capitale. Un progetto contro cui sono già piovute proteste, nel timore che possa accrescere l’influenza del Dragone in Ungheria. Insomma, un tentativo di rispondere per le rime.

Quanto ai cinque quesiti promossi dal referendum voluto da Orban sulla legge – che con l’intento dichiarato di proteggere i bambini equipara secondo le critiche l’omosessualità alla pedofilia – si chiede tra l’altro se vi sia consenso “a favore della promozione” e della messa in “disponibilità” di “trattamenti di riassegnazione di genere per i minori”, e se si favorevoli al fatto che “ai minori vengano mostrati, senza alcuna restrizione, contenuti media di natura sessuale in grado di influenzare il loro sviluppo”.

La norma, come quella polacca delle zone franche Lgbt, dalla settimana scorsa è al centro di una procedura di infrazione europea dopo svariati tentativi da parte di Bruxelles di farla ritirare, incluso una resa dei conti al vertice dei 27 leader, dove il premier ungherese si era trovato quasi isolato, con solo il polacco Mateusz Morawiecki e lo sloveno Janez Jansa a prendere timidamente la parola in sua difesa. Anche allora, come adesso, Orban aveva rilanciato ruvidamente, incurante delle critiche.

Ma le sorti di Budapest e Varsavia, entrambe guidate da partiti nazional-populisti di destra, sono accomunate anche dalla bocciatura Ue sullo stato di diritto, che potrebbe costare ad entrambe la chiusura dei ricchi rubinetti dei fondi comunitari.

Il portavoce dell’esecutivo magiaro, Zoltan Kovacs,  è tornato a scagliarsi contro la pagella di Bruxelles, definita “una raccolta faziosa e politicamente motivata dai palesi doppi standard”, che ha l’obiettivo di “ritirare alcuni meritati finanziamenti all’Ungheria e al suo popolo”.

Un’interpretazione su cui hanno fatto quadrato i conservatori dell’Ecr, la familia che all’Eurocamera è guidata da Giorgia Meloni, in fase di corteggiamento del partito di Orban.

“La Commissione – hanno scritto in una nota – sta tirando fuori strumenti di tortura con cui intimidire quei governi nazionali che proteggono stili di vita che contraddicono la presunta maggioranza europea. E chiude un occhio invece su quei Paesi che non mettono in dubbio la sua onnipotenza così apertamente, ma solo di nascosto”.

(di Patrizia Antonini/ANSA).