La Cina agli Usa: “Basta demonizzare, serve rispetto”

Le bandiere degli Stati Uniti e di Cina.

PECHINO.  – Stati Uniti e Cina hanno chiuso un altro incontro tra funzionari di alto livello in un clima teso, tra aspre critiche incrociate, in linea con lo “stallo” delle relazioni.

Poco sembra cambiato dal primo turbolento faccia a faccia di marzo in Alaska tra i capi delle rispettive diplomazie e la foto postata su Twitter in serata dalla vicesegretario di Stato Wendy Sherman, sui colloqui con il ministro degli Esteri Wang Yi, ha sintetizzato in forma plastica la distanza tra le parti, ben oltre quella tra le loro sedie, amplificata dal rispetto delle norme contro il Covid-19.

Prima ancora della fine del vertice di Tianjin, non lontano da Pechino, il ministero degli Esteri cinese ha fatto sapere che il viceministro Xie Feng aveva detto alla controparte che i rapporti tra i due Paesi “sono in stallo e affrontano serie difficoltà.

Fondamentalmente, è perché alcuni americani ritraggono la Cina come un ‘nemico immaginario'”, ha rimarcato un comunicato. “Esortiamo gli Usa a cambiare la loro mentalità altamente fuorviante e la loro politica pericolosa”, con la “demonizzazione” che dovrebbe cedere il passo “al rispetto reciproco”.

Xie, ha poi riferito l’agenzia ufficiale Xinhua, ha spiegato ai media cinesi di aver presentato alla parte americana due liste di condizioni per “riparare” i rapporti bilaterali, con un colpo di spugna alle politiche dell’ex presidente Donald Trump.

Della prima, denominata “correzione delle politiche sbagliate”, fanno parte, tra l’altro, lo stop alle restrizioni ai visti per membri e studenti del Pcc, la revoca delle sanzioni alle società cinesi e la richiesta di estradizione del direttore finanziario di Huawei, Meng Wanzhou.

Nella seconda, nota come “casi chiave di preoccupazione per la Cina”, ci sono le tendenze Asia-fobiche negli Usa e il diffuso sentimento anti-cinese, gli attacchi alle missioni diplomatiche negli Stati Uniti e il rifiuto dei visti agli studenti cinesi.

Gli Usa non cercano il “conflitto” con la Cina, ha ribattuto la parte americana. Sherman, ha spiegato il Dipartimento di Stato in una nota, ha “avuto una discussione franca e aperta su una serie di questioni, dimostrando l’importanza di mantenere aperta” la comunicazione.

Soprattutto nelle 4 ore di coloquio con Xie, “ha sollevato preoccupazioni” su diritti umani, Hong Kong, Xinjiang, Tibet e limitazione d’accesso ai media e libertà di stampa, oltre a quelle su cyberspazio, relazioni con Taiwan e dossier nel mar Cinese orientale e meridionale.  Quasi tutti temi che Pechino considera suoi affari interni.

Sherman ha poi citato la necessità di cooperare con l’Oms sull’origine del Covid e in aree di interesse globale, come la crisi climatica, la lotta alla droga, la non proliferazione e le preoccupazioni regionali tra cui Corea del Nord, Iran, Afghanistan e Birmania.

Il giorno prima dell’arrivo di Sherman in Cina, il ministro degli Esteri Wang ha promesso di “dare una lezione agli Stati Uniti” nel trattare gli altri Paesi allo stesso modo, prefigurando un inizio difficile dei colloqui. “La Cina non accetterà l’autoproclamata superiorità di alcun Paese”, aveva chiarito sabato in una nota.

Resta l’ipotesi del primo incontro tra i due presidenti, Joe Biden e Xi Jinping, probabilmente al vertice del G20 di ottobre, a Roma, tra numerose incognite sul percorso e sugli sforzi da mettere in campo.

Biden non solo ha confermato la postura di Trump sulla Cina, ma sta lavorando più a stretto contatto con gli alleati per premere su Pechino. Da ultimo, il capo del Pentagono Lloyd Austin si recherà a Singapore, Vietnam e Filippine, mentre il segretario di Stato Antony Blinken in India.

(di Antonio Fatiguso/ANSA).