Blinken difende Biden: nessuno prevedeva crollo Kabul

Il Segretario di Stato americano Antony Blinken. (
Il Segretario di Stato americano Antony Blinken. (ANSA)

WASHINGTON.  – Resa dei conti sull’Afghanistan al Congresso Usa, dove il segretario di stato Antony Blinken è il primo esponente dell’amministrazione Biden ad essere messo sotto torchio per il caotico ritiro da Kabul, oggi davanti alla commissione esteri della Camera e domani davanti a quella del Senato.

Una deposizione che apre una lunga serie di udienze programmate dai parlamentari repubblicani e democratici per far luce sulle ombre che gravano sulla conclusione della missione americana in Afghanistan, ma pure su due decenni di aiuti militari ed economici cancellati dal ritorno dei talebani al potere.

Una passerella che rischia di minare ulteriormente l’immagine del presidente, che nonostante le polemiche ha difeso strenuamente la sua decisione di mettere fine alla più lunga guerra americana, definendo le operazioni di evacuazione un “grande successo” e sostenendo che il caos “era inevitabile”.

Ma le audizioni potrebbero diventare anche un campo di battaglia più ampio, per un “processo” alla política fallimentare dei suoi predecessori in Afghanistan, da George W. Bush a Barack Obama e Donald Trump, anche se Joe Biden rischia di fare da capro espiatorio per tutti. Blinken lo ha difeso su tutta la linea, scaricando parte delle responsabilità sul tycoon.

“Anche le analisi più pessimistiche non prevedevano che le forze governative a Kabul sarebbero collassate prima del ritiro di quelle Usa”, ha  dichiarato, smentendo così i presunti moniti dell’intelligence. Il governo, ha assicurato, era “intensamente concentrato” sulla sicurezza degli americani e ha “valutato costantemente” la situazione, “considerando multipli scenari”, cosa che ha permesso lo “sforzo straordinario” dell’evacuazione, “nelle condizioni più difficili da immaginare, da parte dei nostri diplomatici, militari e agenti segreti”.

Al-Qaida e’ stata “significativamente degradata” e ha perso la capacità di pianificare e condurre operazioni esterne, ha proseguito, ribadendo che era “il momento di terminare la più lunga guerra americana” perché “non c’era alcuna prova che continuarla avrebbe aiutato il governo afghani”.

Quindi è passato all’attacco di Trump per la gestione dell’accordo con i talebani, sostenendo che la loro avanzata cominciò sotto la sua presidenza. “A gennaio 2021 i talebani erano nella posizione militare più forte dagli attacchi dell’ 11 settembre” e gli Usa “avevano il contingente più piccolo di truppe”, ha accusato.

Blinken ha poi ricordato che Trump acconsentì al rilascio di 5000 prigionieri, compresi vari comandanti talebani e “quasi certamente” qualche terrorista. Da lui e dalla sua amministrazione, ha aggiunto, “abbiamo ereditato una deadline, non un piano per il ritiro”.

I repubblicani hanno contrattaccato su tutti i fronti. “Un disastro di proporzioni epiche, non avrei mai pensato di vedere una resa incondizionata ai talebani”, ha tuonato il deputato Mike McCaul.

Nel mirino del Grand Old Party ci sono i nomi di tutti coloro che compongono il team per la sicurezza nazionale di Biden, ancora in attesa di essere convocati: da Jack Sullivan al segretario alla difesa Lloyd Austin e al capo di stato maggiore delle forze armate Mark Milley, che più di altri soffrono l’onta del ritiro da incubo delle truppe Usa da Kabul, con gli ultimi 13 marines morti nell’attentato kamikaze davanti all’ingresso dell’aeroporto Hamid Karzai.

I membri del Congresso hanno preparato una lunga lista di domande sul rapido collasso del governo e dell’esercito afghani, sulle difficoltà nell’evacuazione di oltre 142 mila persone e sulle prospettive per gli americani e gli afghani alleati rimasti nel Paese.

I repubblicani puntano il dito sul ritiro, chiedendo perché sono state fatte partire le truppe prima delle evacuazioni, perché è stata abbandonata la base di Bagram, perché il governo non ha siglato accordi con i Paesi confinanti per la sorveglianza aerea e le azioni anti terrorismo, cosa è successo all’ aeroporto di Kabul nei giorni finali.

I dem invece si concentrano sui 20 anni di guerra in Afghanistan, nel timore che i rivali trasformino le audizioni in uno show per addossare su Biden tutti gli errori di questo lungo periodo. Dimenticando che il Grand Old Party aveva appoggiato la decisione di Trump per un ritiro ancora più rapido.

(di Claudio Salvalaggio/ANSA).