Scontro sulla Polonia al vertice Ue, Orban con Varsavia

La presidente della commissione europea Ursula von der Leyen .EPA/PATRICK SEEGER

BRUXELLES.  – Dall’emiciclo di Strasburgo alla sala del vertice dei leader Ue. A Bruxelles lo scontro sullo stato di diritto in Polonia ed il primato della legge Ue su quelle nazionali è tornato ad accendersi, con il sovranista Mateusz Morawiecki apparso più dialogante ma deciso a non piegarsi ai “ricatti” dell’Europa.

“Un clima da caccia alle streghe”, l’ha definito l’ungherese Viktor Orban, unico ad essersi schierato apertamente al fianco di Varsavia. Gli altri due alleati di Visegrad (Repubblica Ceca e Slovacchia) hanno preferito virare l’attenzione sull’impennata dei costi dell’energia. Ma poco prima del summit, dopo gli incontri del premier polacco con i leader più disponibili ad una mediazione sul caso del Rule of Law – Emmanuel Macron, Angela Merkel e Pedro Sanchez -, i quattro capi di governo dell’Europea orientale si sono riuniti per coordinare le loro posizioni e prepararsi alla battaglia.

Una discussione “dura”, la promessa dell’olandese Mark Rutte alla guida dell’ala intransigente (Paesi del Benelux e scandinavi), perché “l’indipendenza della magistratura non è negoziabile”, come risuonato anche nelle parole del messaggio del presidente dell’Eurocamera, David Sassoli. Ma proprio Merkel, Macron e Sanchez hanno lavorato per abbassare la temperatura in sala, per una linea di fermezza ma in cerca di una soluzione, come spiegato dal presidente del Consiglio europeo Charles Michel.

Un dibattito utile anche per orientare l’azione della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, determinata a capire se tra i 27 Stati membri ce ne siano almeno 21 (la maggioranza qualificata) pronti a spingere la procedura dell’articolo 7 dei Trattati alla sua fase successiva, dopo uno stallo durato anni.

Il secondo livello avvierebbe il meccanismo delle sanzioni. Varsavia verrebbe chiamata ad enunciare le sue motivazioni per il persistere delle violazioni dei valori dell’Ue, e spiegare perché abbia chiesto alla Consulta polacca di esprimersi sul primato della legge nazionale, facendo saltare i nervi a mezza Europa.

L’arma dell’articolo 7 appare tuttavia spuntata perché per la punizione finale (privare ad esempio lo Stato del suo diritto di voto) occorre l’unanimità, che fino ad oggi in Consiglio non c’è mai stata. Eppure Rutte ha richiamato l’opzione. Al di là della Commissione, anche il Consiglio ha “un ruolo da giocare con l’articolo 7”, ha incalzato. E von der Leyen, in cerca di un’ampia legittimazione, è stata altrettanto chiara: “Ci dobbiamo prendere tutti la responsabilità quando si tratta di proteggere i nostri diritti fondamentali”.

Con l’uscita di scena della sua più forte sostenitrice, Angela Merkel (oggi al suo 107mo e probabilmente ultimo Consiglio europeo), e l’affacciarsi di un avversario politico, il socialdemocratico Olaf Scholz, alla cancelleria in Germania, la cristianodemocratica von der Leyen preferisce infatti la via della cautela, anche per evitare di ritrovarsi da sola col cerino in mano.

Non è un caso che anche sull’attivazione del meccanismo che lega l’erogazione dei fondi Ue al rispetto dello stato di diritto (condizionalità sul Bilancio Ue e Recovery), von der Leyen preferisca misurare i suoi passi, nonostante il pressing del Parlamento europeo che minaccia di trascinare l’Esecutivo comunitario davanti alla Corte Ue per la mancata azione contro Varsavia. D’altra parte, come ha osservato il belga Alexander De Croo, con l’attuale blocco del Pnrr polaco “la condizionalità è già in atto nei fatti”.

Il Parlamento però è tornato di nuovo alla carica con una risoluzione approvata con 502 voti favorevoli, 153 contrari e 16 astenuti in cui si afferma che “il tribunale costituzionale polacco manca di validità giuridica e indipendenza ed è privo di qualifiche per interpretare la costituzione del Paese” e in cui si ribadisce la richiesta di bloccare l’erogazione dei fondi europei “a chi viola i valore dell’Unione in maniera sistematica”.

Un voto europeo che ha comunque fatto emergere con chiarezza le polarizzazioni in seno al governo nazionale e la spaccatura interna al centrodestra italiano. Lega e Fratelli d’Italia – insieme ai loro rispettivi gruppi, Identità e democrazia e l’Ecr-Conservatori – hanno votato contro. A favore, gli eurodeputati del Pd, M5S, Italia Viva e Forza Italia.

(di Patrizia Antonini/ANSA)