Schiaffo a Xi, Biden invita Taiwan al summit democrazia

il Presidente degli Stati Uniti d'America, Joseph Biden Jr., al Roma Convention Center La Nuvola in occasione della prima giornata dei lavori del G20 Rome Summit.
Il Presidente degli Stati Uniti d'America, Joseph Biden passa davanti le bandiere dei páesi del G20. Archivio.

WASHINGTON.  – Joe Biden include anche Taiwan tra i 110 Paesi del primo Summit per la democrazia, previsto in forma virtuale il 9 e il 10 dicembre, e fa infuriare non solo la Cina ma anche la Russia, esclusa insieme ad altri Paesi come la Turchia di Erdogan e l’Ungheria di Orban da un controverso elenco che secondo il Cremlino “divide il mondo in buoni e cattivi”.

La guest list stilata dalla Casa Bianca diventa infatti una mappa geopolitica di quella che il presidente americano ritiene la sfida cruciale del XXI secolo: tra le democrazie e le autocrazie o dittature.

Taipei ha incassato l’invito e ringraziato: “Attraverso questo vertice, Taiwan può condividere la sua storia di successo democratico”, ha spiegato il portavoce del presidente Xavier Chang. Pechino però è sulle barricate, accusando gli Usa di aver commesso un “errore” e opponendosi “fermamente” all’invito a Taiwan, che considera “parte inalienabile del territorio cinese”, come ha ammonito il portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian.

Gli ha fatto eco la portavoce dell’ufficio cinese per gli affari di Taiwan, Zhu Fenglian, che ha sollecitato gli Stati Uniti a rispettare la “politica di una sola Cina”, con cui riconoscono i loro rapporti ufficiali solamente con Pechino.

Ma questo non ha impedito a Washington di mantenere relazioni anche con Taipei, compresa la fornitura di armi per l’autodifesa, e di opporsi ad ogni cambiamento del suo status con la forza. Nel recente vertice con Biden, il presidente cinese Xi Jinping aveva tuttavia messo in guardia a non superare le “linee rosse” e a “non scherzare col fuoco” sull’indipendenza di Taiwan.

Dura anche la reazione del Cremlino, sullo sfondo delle crescenti tensioni tra Occidente e Mosca sull’Ucraina: “Purtroppo gli Stati Uniti preferiscono tracciare nuove linee di  divisione e dividere i Paesi in buoni e cattivi in base a come appaiono ai loro occhi”, ha commentato il portavoce Dmitri Peskov, accusando Washington di tentare di “privatizzare la parola democrazia”. Ma la lista degli invitati ha suscitato critiche e perplessità non solo a Mosca e Pechino.

In Europa è stata esclusa l’Ungheria del premier populista Viktor Orban ma è stata inclusa la Polonia, nonostante le ripetute tensioni con Bruxelles sul rispetto dei principi e dei valori della Ue, a partire dall’indipendenza della magistratura. Fuori anche la Turchia del satrapo Recep Tayyip Erdogan, importante alleato Nato, ma anche Singapore e Bangladesh. In Medio Oriente hanno staccato il biglietto d’invito solo Israele e l’Iraq, mentre i tradizionali alleati arabi degli americani resteranno a casa: Egitto, Emirati Arabi, Qatar, Giordania, Qatar e l’Arabia Saudita del principe Moḥammad bin Salman.

Promossi invece l’India – definita “la più grande democracia del mondo” nonostante le crescenti critiche dei difensori dei diritti umani contro Modi -, il Pakistan, che ha relazioni controverse con gli Usa, e le Filippine dell’autoritario Rodrigo Duterte. Tra i ‘buoni’ infine il Brasile del presidente populista di estrema destra Jair Bolsonaro.

L’annuncio Usa arriva poco dopo l’imbarazzante rapporto annuale del think tank internazionale Idea, che per la prima volta ha inserito gli Stati Uniti tra le democrazie in arretramento, in compagnia di Ungheria, Polonia e Slovenia. Tra i motivi “il declino nella qualità della libertà di associazione durante l’estate delle proteste (anti razziste) nel 2020” e la successiva contestazione della legittimità delle elezioni da parte di Trump e dei suoi fan che attaccarono il Congresso.

(di Claudio Salvalaggio/ANSA)