Londra autorizza l’estradizione di Assange negli Usa

Manifestanti portano manifesti contro l'estradizione di Assange a Londra . Archivio.(ANSA)

LONDRA.  – Se non è l’ultimo chiodo piantato nella bara di Julian Assange, stavolta poco ci manca. Il governo di Boris Johnson ha dato oggi il via libera politico alla consegna del fondatore di WikiLeaks al grande alleato americano, apponendo per mano della ministra dell’Interno Priti Patel – falco della destra Tory già impegnata a cercare di spedire in Ruanda carichi di migranti clandestini in cerca di asilo – la firma sul decreto d’estradizione oltre oceano dell’ex prímula rossa australiana: inseguita da ormai oltre un decennio dalla sete di vendetta di Washington, dove rischia sulla carta una condanna monstre fino a 175 anni di galera per aver contribuito a rendere pubblici montagne di documenti riservati imbarazzanti per molti governi, contenenti fra l’altro evidenze di crimini di guerra Usa in Iraq e Afghanistan.

Un atto tecnico largamente scontato, quello di Patel. E ancora appellabile, come i difensori di Julian, 51 anni a luglio, si apprestano a fare entro i 14 giorni prescritti. Ma che sarà dura rovesciare, malgrado lo sdegno dei sostenitori sparsi per il mondo, tenuto conto che a riaprire il caso su basi puramente procedurali dovrebbe essere quella medesima Alta Corte britannica che – dopo un iniziale stop in primo grado – ha già dato nel merito giuridico la cruciale autorizzazione all’estradizione. E che un eventuale successivo ulteriore ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo potrebbe arrivare tardi. O essere ignorato.

Come dire che il destino appare segnato, nonostante le proteste globali di voci assai variegate: da ambienti Onu a ong del calibro di Amnesty International o di Reporter Senza Frontiere, da associazioni giornalistiche di mezzo mondo a partiti ed esponenti politici (anche italiani) fuori dal coro; fino a qualche nicchia bipartisan del Parlamento di Westminster (dall’ex leader laburista Jeremy Corbyn all’ex ministro garantista conservatore David Davies) e – sia pure in una chiave di maggior prudenza dopo la recente vittoria elettorale – allo stesso Anthony Albanese, neo primo ministro della terra natale di Assange proveniente dai ranghi dell’ala sinistra del Labour d’Australia.

“Consentire che Julian Assange venga estradato negli Stati Uniti significherebbe esporre lui a un grande pericolo e mandare un messaggio agghiacciante ai giornalisti di tutto il mondo”, ha tuonato fra i primi Agnes Callamard, segretaria generale di Amnesty, bollando come poco credibile, precedenti alla mano, l’impegno pro forma messo sul piatto in zona Cesarini dai rappresentanti di Washington di risparmiare se non altro al reprobo un “isolamento prolungato in cella” e vessazioni equiparate alla “tortura”.

In prima fila, nella battaglia da ultima spiaggia per Julian, ci sono però soprattutto WikiLeaks e naturalmente Stella Morris: la legale sudafricana che ad Assange ha dato due figli durante i 7 anni del suo asilo nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, per poi sposarlo a marzo dietro le mura del cupo carcere di massima sicurezza di Belmarsh.

Oggi, ha denunciato Morris, “è un giorno nero sia per la libertà d’informazione nel mondo sia per la democrazia britannica. Priti Patel ha scelto di farsi complice dell’estradizione di Julian verso un Paese che ha complottato per assassinarlo e che vuole trasformare il giornalismo investigativo in un crimine. Mio marito non ha fatto nulla di sbagliato, è un giornalista ed editore colpevole solo di aver compiuto il suo dovere”, svelando informazioni d’interesse pubblico anche per il tramite di alcune delle testate più prestigiose al mondo.

“Non facciamoci confondere, questo è sempre stato un caso di persecuzione politica, non una vicenda legale”, ha quindi rincarato, aggrappandosi alla speranza dell’ennesimo appello e di un rilancio delle proteste di piazza per dirsi convinta che la partita “non sia ancora finita” e vi possa essere una strada aperta “verso la libertà di Julian”, per quanto “lunga e tortuosa”.

In un contesto che tuttavia resta difficilissimo per una figura mai allineata come il controverso attivista australiano, tanto più nel clima da nuova guerra fredda con la

Russia innescato dall’invasione dell’Ucraina. Figura a cui gli Usa – archiviato da tempo il tentativo della Svezia di coinvolgerla in poco verosimili sospetti di stupro – non esitano a imputare non solo il presunto reato di complicità nell’hackeraggio di file del Pentagono, ma persino un’accusa di violazione della legge sullo spionaggio (l’Espionage Act del 1917): mai vista per punire la diffusione di documenti segreti sui media.

(di Alessandro Logroscino/ANSA).