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Ap si scinde, ma restano i gruppi. In arrivo la “quarta gamba”

Pubblicato il 12 dicembre 2017 da ansa

Lupi e Alfano.

ROMA. – A nove mesi dalla sua fondazione Alternativa Popolare mette la parola fine alla sua esistenza. Lo fa in una Direzione lampo in cui i centristi trovano una “separazione consensuale” che porta la “mozione” di Beatrice Lorenzin e quella di Maurizio Lupi ad imboccare la strada del Nazareno e quella di Arcore senza l’obbligo della raccolta firme.

I gruppi, recita il documento votato all’unanimità, restano infatti invariati e al nome attuale “Ap-Centristi per l’Europa-Ncd” sarà aggiunto, rispettivamente alla Camera e al Senato, il nome della forza che correrà nel centrodestra e quello della formazione che entrerà nel centrosinistra.

“Abbiamo dimostrato serietà, la strada della conta sarebbe stata sbagliata”, spiega Lupi al termine di una Direzione alla quale, per impegni istituzionali in Calabria, mancano sia Lorenzin sia il vice coordinatore Antonio Gentile. E proprio il senatore calabrese, portatore di un nutrito pacchetto di voti, si è deciso, in zona Cesarini, a virare verso il centrosinistra.

Mentre lo scioglimento di Ap toglie uno degli ultimi ostacoli alla formazione della “quarta gamba” che, benedetta ufficiosamente da Silvio Berlusconi, conterà su Costa, Fitto, Zanetti, Quagliariello, Tosi ma non avrebbe ancora il placet di Stefano Parisi e dell’Udc.

“Non mettersi insieme sarebbe da irresponsabili”, avverte Lupi, tra i candidati ad un ruolo di leadership della forza di centro. Ora toccherà a Lupi e Lorenzin verificare la forza delle proprie mozioni sul territorio. I lombardi, da tempo, sono con Lupi mentre in Sicilia il ministro conta sull’apporto di Giuseppe Castiglione e Dore Misuraca. Resta, tuttavia, il nodo dei simboli Ap e Ncd, sui quali il documento chiede un supplemento di tempo e che sono in capo al presidente Angelino Alfano.

“E’ estremamente importante che i simboli restino al partito di Ap”, spiega Lorenzin. E l’impressione è che sui simboli si consumi l’ultima battaglia tra i centristi con i filo-Pd che, secondo diversi rumors, vorrebbero mantenere quello di Ap per le prossime Regionali, a scapito di quelli che formeranno la quarta gamba.

(di Michele Esposito/ANSA)

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Ap verso divorzio consensuale, corsa al Pd e quarta gamba

Pubblicato il 11 dicembre 2017 da ansa

Il Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, alla Camera. ANSA/GIUSEPPE LAMI

 


ROMA. – Una scissione (per ora) senza urla ma con la consapevolezza che il destino dei centristi è segnato. Alternativa Popolare è a un passo dall’annunciare, formalmente, la spaccatura in due tronconi del partito: uno, che fa capo a Beatrice Lorenzin, deciso a proseguire nella coalizione di governo e l’altro, guidato da Maurizio Lupi, pronto ad unirsi alla “quarta gamba” moderata che, in settimana, dovrebbe vedere la luce.

La Direzione tenutasi nel pomeriggio non ufficializza ancora la separazione ma prende atto che, ormai, le “due coerenze politiche” insite in Ap sono inconciliabili. Resta un unico obiettivo, dare mandato ai soci fondatori (Lupi, Lorenzin e Cicchitto) di trovare quella separazione “consensuale” che “salvaguardi le due coerenze”. Ovvero che permetta, nella riunione di domani alle 18, di evitare la conta e in tal modo, l’evidenza di una maggioranza e di una minoranza interne dai numeri ancora indefiniti.

Perché se i filo-Pd sono maggioritari in segreteria, i numeri, per loro, si fanno incerti in Direzione e preoccupanti sui territori. E prende piede l’idea di separarsi ripescando, per chi guarda alla “quarta gamba”, quel simbolo Ncd che permetterebbe di evitare la raccolta delle firme per le liste. Complice il Cdm, non è una Direzione fiume quella che, per dirla alla Cicchitto, verifica “il dissenso” interno ad Ap. Un lungo applauso ad Angelino Alfano – che, spiega, farà politica da “privato cittadino” – è il preludio ad una riunione nella quale il ministro puntualizza come lui, in questo centrodestra, non ci tornerà.

Ma, allo stesso tempo, sottolinea il “rispetto” per le due fazioni: una, osserva, coerente con le origini e l’altra coerente con il presente. Poi tocca a Lupi e Lorenzin prendere le redini. Su un punto, racconta chi era presente, i due sono d’accordo: per Ap, correre da soli è troppo complicato. Né sembra percorribile la strada di un centro unito e autonomo che racchiuda gli altri pezzi di una quarta gamba (da Fare! a Sc, da Direzione Italiana a Cantiere Popolare) che, invece, guarda al dialogo con FI ed è, di fatto, “benedetta” dallo stesso Silvio Berlusconi.

Il bivio, insomma, è inevitabile. “Serve una proposta seria, moderata, liberale, alternativa al Pd”, sancisce Lupi sottolineando una posizione parallela a chi, come Lorenzin, intende proseguire “l’azione riformatrice di questi 5 anni”. Il ministro ribadisce di lavorare ancora per l’unità del partito e, allo stesso tempo, sottolinea di volere un Ap come “forza trainante dei moderati” contro lepinismi e populisti.

E c’è chi, come Cicchitto, in Direzione è ancora più chiaro non lesinando frecciate a Berlusconi e parlando nettamente di un’alleanza con il Pd di Renzi. Tra i centristi, insomma, si guarda già al prossimo futuro. E c’è chi, come Matteo Salvini pone già un primo veto alla quarta gamba avvertendo Berlusconi di “non candidare chi, in questi 5 anni ha governato con la sinistra”.

“Non è vero che Salvini non ci vuole”, puntualizza Roberto Formigoni uscendo da una Direzione alla fine della quale sono in pochi a parlare: i centristi escono alla spicciolata e più di uno, con un filo di rammarico, osserva come il “grande bivio” andasse affrontato molto prima.

(di Michele Esposito/ANSA)

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Alfano non si candida, Ap si spacca tra Pd e Cavaliere

Pubblicato il 06 dicembre 2017 da ansa

 

 

ROMA. – “Ho scelto di non candidarmi alle prossime elezioni e non farò nemmeno il ministro”. La resa di Angelino Alfano, dopo un quinquennio al governo e quattro legislature consecutive in Parlamento, arriva ad una manciata di giorni da una direzione di Ap che, salvo colpi di scena, potrebbe vedere la spaccatura dei centristi. Con una novità, favorita proprio dall’uscita di scena del ministro degli Esteri: quella della crescita del pressing di chi, in Ap, guarda al centrodestra ed è convinto che, a dividere i centristi da Silvio Berlusconi, era proprio la figura di Alfano.

“Lascio il Parlamento, non la politica”, sono le parole del titolare della Farnesina. Parole che arrivano inaspettate (Lupi era uno dei pochissimi a saperlo) alla gran parte degli esponenti di Ap. Alfano infatti decide di fare il suo annuncio a Porta a Porta e solo dopo incontra lo stato maggiore del partito in una lunghissima segreteria politica.

Ma la sua uscita di scena, per il momento, non risolve il destino dei centristi, con una parte (a cominciare da Beatrice Lorenzin) in procinto di allearsi il Pd e il resto in bilico tra la corsa solitaria e il sodalizio con altre anime del centro, a partire da Stefano Parisi. E con la prospettiva di andare a fare la “quarta gamba” della coalizione di centrodestra.

Perché è questa prospettiva, raccontano fonti centriste, che la scelta quasi “alla Di Battista” presa da Alfano potrebbe favorire. Una parte del partito, con i lombardi e Roberto Formigoni in testa, non ha mai nascosto di guardare proprio al centrodestra e fonti parlamentari raccontano di una telefonata tra il leader di Epi, Stefano Parisi e il coordinatore di Ap Maurizio Lupi nei minuti successivi all’annuncio di Alfano.

Con un’idea, in cantiere: quella di un polo che faccia da cuscinetto, nella coalizione di centrodestra, ai due alleati più a destra di FI, Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Idea che avrebbe la benedizione di Silvio Berlusconi e sulla quale, con diversi intoppi di percorso, stanno lavorando l’Udc e gli altri componenti delle aree di centro.

Ma, al di là delle ipotesi i centristi, senza Alfano che ha sempre fatto da trait-d’union tra le varie anime del partito, vanno verso la spaccatura. “La missione politica della coalizione di governo va ribadita”, spiega Fabrizio Cicchitto che, assieme a Sergio Pizzolante, è tra quelli che guarda al Pd. E ora, in più, in Ap c’è un nodo leadership, con Lorenzin e Lupi che, difficilmente si accorderanno sulla direzione da prendere.

Nel frattempo, fuori da Ap, ad applaudire il gesto di Alfano sono Pier Ferdinando Casini e Raffaele Fitto mentre Salvini ironizza: “non si candida? Dormiremo stanotte?”. Salvini che, prima di Natale, sarà tra i partecipanti al vertice del centrodestra annunciato da Silvio Berlusconi. Un vertice che metterà in campo il tavolo sul programma e che, dopo le frizioni riemerse in questi giorni, dovrebbe servire ad riavvicinare le anime del centrodestra.

(di Michele Esposito/ANSA)

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Ap, con Pd o soli? Sette giorni per decidere

Pubblicato il 24 novembre 2017 da ansa

Matteo Renzi e Angelino Alfano in un’immagine d’archivio. ANSA / ANGELO CARCONI

 

 

ROMA. – Sette giorni per decidere il proprio destino. Ap, al termine di una direzione fiume, chiude la porta al centrodestra, ma non apre ancora quella al Pd: un’ulteriore “istruttoria”, infatti, verificherà da qui a venerdì prossimo se esistono o meno le condizioni per allearsi con i Dem alle Politiche.

E’ Angelino Alfano a proporre “le esplorazioni supplementari”, consapevole del fatto che a diversi esponenti centristi l’idea di allearsi con il Pd continua a non piacere e tenendo aperto più di uno spiraglio all’ipotesi – che piace al coordinatore Maurizio Lupi – di correre da soli, alla guida di un’aggregazione di moderati. Ma la proposta di Alfano vede il netto “no” degli esponenti lombardi, che invece continuano a guardare a Silvio Berlusconi.

Decisivi saranno i nodi dello ius soli e del biotestamento. E l’apertura di Matteo Renzi su quest’ultimo provvedimento arriva come un fulmine a ciel sereno nella direzione centrista. “Questi sono temi identitari, diciamo no e non accetteremo la fiducia”, sbotta Lupi, mentre Alfano rimarca come, anche in caso di alleanza con il Pd, “Ap non voterà il candidato premier Dem ma il suo candidato”.

I 64 (su 88) delegati della Direzione Nazionale di Ap si riuniscono ad una settimana dalla nettissima chiusura – a Porta a Porta – di Berlusconi a un ritorno degli “ex”. E, quelle del leader FI, sono parole che pesano. “L’alleanza con il centrodestra non è un’opzione in campo. Sarebbe da coglioni allearsi con chi ci considera ininfluente”, sottolinea Lupi ribadendo a FI, ma anche ai suoi colleghi ,come AP “non è né morto, né scomparso. Gli ultimi sondaggi ci danno al 2,8%”.

Ed è con questa motivazione che Lupi vuole dare forza all’idea di una corsa elettorale in solitaria. Solo venerdì prossimo, comunque, si arriverà ad un verdetto. Al momento, all’interno di Ap permangono “sensibilità diverse”, come ammette lo stesso Alfano al termine della riunione. Piuttosto folto appare il gruppo che guarda al Pd e che, per usare un eufemismo, accoglierebbe con poco entusiasmo la corsa solitaria di Ap.

“Berlusconi sta con i populisti e da soli rischiamo di scomparire”, spiega Sergio Pizzolante, tra i più attivi – assieme a Fabrizio Cicchitto – nel tentativo di non smontare l’alleanza di governo alle Politiche. “Serve garantire al prossimo governo italiano di non essere populista”, sottolinea il ministro della Salute Beatrice Lorenzin. Ma dalla Direzione  emerge nettamente anche una minoranza interna, guidata da Roberto Formigoni, Raffaele Cattaneo e Gabriele Albertini, i tre “no” alla proposta di Alfano.

“Io resto, ma fra una settimana anche gli altri capiranno che l’alleanza con il Pd è impraticabile”, sottolinea Formigoni che puntava a un documento che dichiarasse chiuso il rapporto con i Dem. Documento poi superato dalla proposta di Alfano ma che, venerdì prossimo, potrebbe fare da base per chi, tra i centristi, con il Pd non ha alcuna intenzione di allearsi.

(di Michele Esposito/ANSA)

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Ius soli: Martina, è priorità Pd, polemiche inutili

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Ap chiude sullo Ius soli, braccio di ferro con il Pd

Pubblicato il 26 settembre 2017 da ansa

Ius soli

Una manifestazione a sostegno dell’approvazione della legge per la cittadinanza, il 28 febbraio 2017. ANSA/ANGELO CARCONI

ROMA. – “Per noi la questione è chiusa”. Ap dice “no” allo ius soli: non è la prima volta, ma questa volta è la linea ufficiale del partito di Angelino Alfano e Maurizio Lupi. Non daranno i loro voti alla legge per la cittadinanza ai bambini stranieri, che è cara alla sinistra, perché incombono le elezioni e non vogliono fare un “regalo alla Lega”. Fine dei giochi, dichiarano: senza i 24 senatori di Alternativa popolare il testo non ha i numeri per passare in Senato.

Ormai le chance di approvare la legge sono ridotte al lumicino. Ma Pd e governo non intendono dichiarare la resa. “Combattiamo”, dicono i Dem. Ma le fibrillazioni di maggioranza registrano nuovi picchi anche con Mdp, che fa andare sotto il governo sul libro bianco Difesa.

La linea dura dei centristi passa al termine di una riunione della direzione del partito: è Lupi, neo-coordinatore del partito e oppositore dello ius soli, a dichiarare il “no” al testo. La contrarietà non è alla legge in sé, dal momento che Ap resta favorevole a dare la cittadinanza a chi compia un ciclo di studi in Italia (ius culturae), ma ai tempi di approvazione: “Sarebbe un errore fare forzature e creare una guerriglia in Parlamento ora, se ne parlerà nella prossima legislatura”, dice Lupi.

E Alfano ammette le ragioni elettorali: “Una cosa giusta fatta al momento sbagliato può diventare una cosa sbagliata”.

Tutto finito? Non ufficialmente. Perché mentre Fi e Lega esultano, il Pd, con il portavoce Matteo Richetti, replica così: “Non c’è tempo sbagliato per un diritto sacrosanto. Cerchiamo una maggioranza parlamentare per una legge in cui crediamo. Non vogliamo mettere in difficoltà il governo ma la posizione del Pd sullo ius soli non si sposta di un millimetro”.

E anche dal governo ribadiscono che fino alla fine si cercherà di creare le condizioni per approvare la legge, un impegno assunto dal premier Paolo Gentiloni. “Oggi c’è stata una fiammata, aspettiamo che si plachi e vediamo se tra chi dice no e chi dice sì c’è una strada per una mediazione”, dice un ministro. Secondo qualcuno lo “ius culturae” avrebbe possibilità di passare.

Ma tra le fila Dem a Palazzo Madama prevale il pessimismo. Margini per cercare tra gli altri gruppi voti che sopperiscano il “no” di Ap allo ius soli, non se ne vedono. E il capogruppo Luigi Zanda aveva già affermato che non intendeva portare in Aula un testo che andasse incontro “a morte certa”: mettere agli atti un “no” potrebbe voler dire – sostiene più d’uno – che la legge non si fa neanche nella prossima legislatura.

Matteo Renzi continua a tacere, dopo aver scelto di non parlare di ius soli dal palco di Imola. Ma tra i parlamentari Dem c’è anche chi, a taccuini chiusi, confessa dubbi sull’opportunità di forzare su una legge che, secondo alcuni sondaggi, penalizzerebbe il Pd.

“Non fa perdere voti”, assicura da sinistra Giuliano Pisapia, che rilancia la necessità di un “nuovo centrosinistra in discontinuità” e dunque senza Renzi. Roberto Speranza incalza: “Basta inseguire la destra, Gentiloni mostri forza e autonomia”. Una frase che alimenta l’irritazione del Pd verso gli ex compagni di partito.

In giornata infatti i bersaniani alla Camera si astengono (come il M5s) su una legge Pd sulle imprese culturali alla Camera e in commissione al Senato votano con le opposizioni e fanno passare un emendamento di Federico Fornaro (Mdp) al libro bianco della Difesa. “Votano con le destre, la solita coerenza”, incalza il Dem Andrea Marcucci. Pier Luigi Bersani torna anche a ventilare la possibilità che Mdp si smarchi e voti in dissenso su Def e manovra, “se non ci prendono in considerazione”.

Ma sul punto resta una diversità di accenti rispetto a Campo progressista. Pisapia – che a breve potrebbe incontrare il governo – si è infatti confrontato con Mdp sulle richieste da fare per la manovra (sulle quali c’è sintonia) ma resta convinto che non si possa rompere e far rischiare al Paese il default.

Divergenze si registrano ancora anche sul percorso e i confini del nuovo progetto: Mdp spinge per tenere dentro SI, Pisapia continua a puntare su un “campo largo”, non – sottolineano i suoi – una ridotta di partiti.

(di Serenella Mattera/ANSA)

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L.elettorale: Brunetta,vediamo testo ma primo ok FI

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Arriva la nuova Legge elettorale: si profila un’intesa a quattro

Pubblicato il 21 settembre 2017 da ansa

Legge elettorale

Il relatore di maggioranza Emanuele Fiano durante la discussione generale sulla riforma della legge elettorale nell’Aula della Camera, Roma, 6 giugno 2017. ANSA/ MAURIZIO BRAMBATTI

ROMA. – Si passa dalle parole ai fatti con il nuovo tentativo di legge elettorale: il relatore Emanuele Fiano, ha infatti depositato in Commissione Affari costituzionali della Camera il cosiddetto Rosatellum 2.0, oggetto di indiscrezioni prima e di un confronto informale tra i gruppi poi. La mossa avviene dopo l’apertura di FI e della Lega, che teoricamente assicurerebbero l’approvazione del testo sia alla Camera che al Senato. Questo al netto dell’incognita dei voti segreti nell’Aula di Montecitorio, il vero spauracchio, e del “niet” di Mdp.

Rabbia di M5s, che effettivamente potrebbe essere l’unico perdente, anche se nel Movimento si scommette in un nuovo flop. Il testo, rispetto al proporzionale del Fianum, naufragato in Aula l’8 giugno scorso, introduce una quota di seggi uninominali maggioritari (231 pari al 36%), che incentivano le coalizioni, come ha sottolineato il proponente. Un elemento che ricompatta il Pd e la fronda degli “orlandiani” (“sono fiducioso” ha detto Andrea Giorgis, l’esperto di legge elettorale della minoranza) ed anche quanti, in Campo Progressista e in Mdp, puntano a una coalizione con il Pd spostata più a sinistra.

L’auspicio a cui ha dato voce Michele Ragosta è però stato sovrastato dai giudizi negativi dei bersaniani, come Alfredo D’Attorre o Miguel Gotor. In effetti la soglia del 10% per una coalizione, rende rischioso a Mdp una corsa insieme a Sinistra Italiana di Nicola Fratoianni e quindi sarebbe indotto ad accordarsi con Renzi.

La soglia bassa al 3% per i partiti che corrono da soli o in coalizione ha riappacificato Ap con il Pd: e l’incoraggiamento ad andare avanti è giunto dal capogruppo Maurizio Lupi. Sempre più aperturista Forza Italia, mentre Matteo Salvini ha detto che la Lega è pronta a votare il Rosatellum 2.0 dalla prossima settimana.

Colpisce che i rappresentanti di Pd, Ap e Fi (Fiano, Lupi e Francesco Paolo Sisto) abbiano espresso lo stesso concetto: occorre una legge elettorale scritta dal Parlamento e non dalla Consulta, perché altrimenti la politica ne uscirebbe delegittimata. Una idea che da una settimana viene ripetuta dal Quirinale, ed è proprio a partire da essa che i leader dei tre partiti si sono decisi a trovare un compromesso su una legge “che scontenta un po’ tutti”, come l’ha definita Sisto.

Infatti, se Fi deve rinunciare al proporzionale, è pur vero che evita il listone unico con Lega e Fdi, a cui sarebbe stata costretta con l’Italicum. Ap rinuncia alle preferenze, ma incassa la soglia al 3%. Anche Fdi, oggi meno tranchant con Ignazio La Russa, deve cedere sulle preferenze, ma ottiene la coalizione, così come la Lega.

Chi ha un saldo solo negativo sembra M5s: “Fi e Pd hanno fatto un inciucio per fermarci” ha detto Luigi Di Maio, mentre Danilo Toninelli ha preannunciato un ricorso alla Corte costituzionale, che sarebbe comunque inefficace prima del voto. In effetti M5s, che non si coalizza con nessuno, con i collegi uninominali potrebbe prendere meno seggi rispetto a un proporzionale puro, specie in alcune Regioni, dove il centrodestra unito (soprattutto in Lombadia, Veneto, Puglia) o una alleanza di centrosinistra (regioni Rosse, la stessa Puglia) sono molto più competitivi.

Secondo i calcoli degli sherpa del Pd alle fine potrebbero esserci fino a 50 i seggi in meno per il Movimento. La rabbia in M5s è tanta, ma Toninelli ha dato voce a una speranza recondita, quella che il tentativo si concluda in un nuovo flop. “Alfano e Renzi non si metteranno d’accordo mai sui collegi” ha detto. Lo scenario potrebbe prendere corpo nei voti segreti, previsti dal regolamento della Camera.

E’ un timore diffuso: “partendo facciamo un atto di fede” ammette Pino Pisicchio, presidente del gruppo Misto. Il timore è che si congiungano i voti dei partiti contrari (M5s e Mdp) a quelli dei peones di Fi e Pd candidati nelle Regioni dove invece il Rosatellum 2.0 li sfavorisce. Ma intanto c’è la Commissione, dove il 27 settembre arrivano gli emendamenti.

(di Giovanni Innamorati/ANSA)

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