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Nobel della Pace all’impegno di Ican contro le armi nucleari

Pubblicato il 06 ottobre 2017 da ansa

Beatrice Fihn, Executive Director, Daniel Hogsta e Grethe Ostern. EPA/MARTIAL TREZZINI

 

ROMA. – Il Nobel per la pace del 2017, anno segnato dall’Apocalisse atomica paventata dal regime di Pyongyang, è andato a una organizzazione sconosciuta ai più ma altrettanto decisiva per avviare il percorso per la messa al bando delle armi nucleari.

Il premio è stato assegnato alla Campagna internazionale per abolire le armi atomiche (Ican) per “il suo ruolo nel fare luce sulle catastrofiche conseguenze di un qualunque utilizzo di armi nucleari e per i suoi sforzi innovativi per arrivare a un trattato di proibizione di queste armi”, recita la motivazione del comitato norvegese che assegna il Nobel.

Il direttore dell’Ican, da parte sua, ha rivolto subito un appello agli Usa e alla Corea del Nord – che continuano a provocarsi a vicenda – perché si fermino. L’Ican, organizzazione non-profit fondata nel 2007, raccoglie 406 organizzazioni partner in 101 Paesi. Ha svolto un ruolo decisivo per arrivare alla risoluzione Onu del luglio 2017, che apre i negoziati per un bando totale.

Foto Britta Pedersen/dpa via AP

Il premio all’Ican è stato accolto con esultanza in Giappone, l’unica nazione al mondo vittima di un attacco atomico. Tra i gruppi degli ‘hibakusha’ – i sopravvissuti alla bomba di Hiroshima – il 92 enne Sunao Tsuboi ha espresso la sua gratitudine al comitato. Diversi sopravvissuti in passato sono stati testimoni diretti di eventi pubblici organizzati dall’Ican, rivolti a sensibilizzare l’opinione pubblica.

Il premio “è un messaggio agli Stati che hanno armi nucleari”, ha detto a caldo il direttore dell’organizzazione, Beatrice Fihn: “Continuare a basare la propria sicurezza sulle armi atomiche è un atteggiamento inaccettabile”, ha proseguito sensibilmente commossa. “Stiamo cercando di mandare forti segnali a chi ha queste armi, Corea del Nord, Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna, India e Pakistan: è inaccettabile la minaccia di uccidere civili”, ha aggiunto.

“Attraverso il suo innovativo sostegno ai negoziati dell’Onu, l’Ican ha giocato un ruolo di primo piano nel costruire quello che nella nostra era è equivalente a un congresso internazionale sulla pace”, ha sottolineato dal canto suo Berit Reiss-Andersen, presidente del comitato per il Nobel, illustrando le motivazioni della decisione.

“Alcuni Stati stanno modernizzando i propri arsenali nucleari, è c’è l’evidente pericolo che altre Nazioni tentino di procurarsi armi nucleari, come esemplificato dal caso della Corea del Nord. Queste armi minacciano costantemente l’umanità e tutta la vita sulla Terra. La comunità internazionale ha adottato bandi contro le mine, le munizioni a frammentazione, le armi chimiche e biologiche. Le armi nucleari sono molto più devastanti e ancora non sono oggetto di una proibizione simile”, recita ancora il testo del comitato.

Secondo alcuni esperti, “il comitato ha voluto mandare un messaggio alla Corea del Nord e agli Stati Uniti, invitandoli al negoziato”. Lo stesso direttore dell’Ican si è rivolto direttamente a Kim Jong-un, che continua a testare armi atomiche in disprezzo dei moniti internazionali, e a Donald Trump, che risponde minacciando di distruggere la Corea del Nord: “Devono fermarsi”, ha chiesto Fihn, rilevando che entrambi dovrebbero “sapere che le armi atomiche sono illegali”.

Fihn ha posto l’accento anche sull'”impulsività” di Trump, rilevando “la sua elezione ha spinto molte persone a preoccuparsi per il fatto che lui da solo possa autorizzare l’uso delle armi nucleari”.

(di Claudio Accogli/ANSA)

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Las Vegas: dalle lobby delle armi 5,9 milioni ai candidati repubblicani

Pubblicato il 05 ottobre 2017 da ansa

Las Vegas: da lobby armi 5,9 mln a candidati repubblicani

 

WASHINGTON.- Nell’ultima campagna elettorale del 2016 la Nra, la più potente lobby delle armi in Usa, ha versato 5,9 milioni di dollari nelle tasche di candidati repubblicani e 106 mila in quelle di candidati democratici. E’ la cifra più alta mai versata da lobbisti della armi in una campagna almeno dal 1990.

Lo rivela Politico citando dati del Center for responsive politics, un think tank nonpartisan che indaga sui soldi in politica, per evidenziare quanto possa influire il finanziamento della Nra contro il tentativo di leggi più restrittive in materia di armi dopo stragi come quelle di Las Vegas.

Nel 2016 oltre la metà dei deputati (232 su 435) ha ricevuto soldi da gruppi pro armi, come la Nra ma anche la Gun owners of America: le somme sono andate in stragrande maggioranza ai repubblicani, solo nove democratici hanno accettato denaro. Tra i maggiori beneficiari lo speaker del Congresso Paul Ryan (336 mila dlr).

Anche il Nyr ha pubblicato un elenco dei parlamentari finanziati dalla Nra: tra i primi 100 della Camera, 95 sono repubblicani. Fra i senatori del Grand Old Party figurano anche John McCain e Marco Rubio. Il primo democratico della classifica si trova al 41/mo posto (Sandford Bishop).

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L’abbraccio di Obama a Orlando, tra i familiari delle vittime

Pubblicato il 16 giugno 2016 da redazione

strage-orlando

WASHINGTON. – Per la nona volta durante il suo mandato presidenziale Barack Obama ferma tutto e parte per portare il suo sostegno ad una comunità colpita al cuore dalla violenza cieca. Questa volta la destinazione è Orlando, in Florida, dove è giunto per abbracciare i familiari delle vittime della strage al Pulse, per portare il suo conforto ai sopravvissuti dilaniati dal dolore e dalla colpa di essere sfuggiti alla mano omicida, per ringraziare di persona chi ha prestato i primi soccorsi, i medici, gli infermieri, le forze dell’ordine precipitatesi nella notte tra sabato e domenica al night club da cui giungeva il grido d’aiuto.

Obama vuole farlo lontano dai riflettori. Pubblicamente il presidente ha già parlato e in più di una occasione dopo la strage. Questo è il momento di portare un messaggio intimo, di mostrare – con accanto il vicepresidente Joe Biden – come gli americani “restano uno al fianco uno dell’altro”, come l’America si stringe attorno ad Orlando.

“Non c’è modo più tangibile di manifestare il suo sostegno se non recandosi nella città dove ha avuto luogo questo orrendo episodio”, ha spiegato la Casa Bianca. E di tangibile Obama a Orlando trova il dolore: in corteo verso il luogo dove incontra la comunità, a due miglia circa dal Pulse, scorrono davanti agli occhi del commander in chief giunto da Washington i segni profondi lasciati dalla violenza scatenata da Omar Mateen, tra le bandiere arcobaleno e quel cartello affisso all’ingresso di una rivendita di Harley-Davidson: “Pregate per Orlando”.

Così, dopo il monito fermo e determinato con cui Obama ha puntato il dito contro l’intolleranza e la violenza, guardando dritto negli occhi degli oppositori politici, adesso è il giorno dell’unità. A dimostrarlo le immagini dell’arrivo del presidente in Florida: scende dalla scaletta dell’Air Force One seguito da Marco Rubio.

Il senatore repubblicano della Florida ed ex candidato per la nomination repubblicana che contro Obama si è scagliato con vigore durante la sua campagna, ha volato con lui dalla capitale fino al suo Stato. I due hanno parlato, senza dubbio, ma di ciò che in queste ore è l’unico argomento possibile: “Questo è un momento in cui democratici e repubblicani possono dimostrare che, quando negli Stati Uniti d’America una comunità viene attaccata, gli Stati Uniti d’America restano uniti”, commenta la Casa Bianca ribadendo un appello ripetuto più volte da Obama.

E le prime prove di unità sono in corso al Congresso dove, nonostante le posizioni di Donald Trump a riguardo, si intravedono i segnali di un’intesa tra democratici e repubblicani per una stretta sulle armi. La svolta dopo l’intervento fiume di quasi 15 ore del senatore democratico del Connecticut Chris Murphy.

Era già mattina quando si è conclusa la maratona guidata da Murphy e quando il senatore ha reso noto che ci sono adesso i presupposti per una intesa con i repubblicani disposti a votare alcune misure chiave sui controlli, consentendo quindi l’approvazione di emendamenti che prevedono maggiori verifiche sui singoli acquirenti di armi e il divieto di vendita a sospettati di terrorismo.

Intanto continuano le indagini sulle dinamiche dell’attacco al club gay ed emergono altri dettagli su Omar Mateen e sulla strage: secondo quanto si apprende ora, il killer scambiava sms con la moglie durante l’attacco. Non è chiaro tuttavia se la donna fosse consapevole di quanto stesse accadendo. Lo riferisce la Cnn citando fonti.

Mentre emerge in maniera sempre più evidente l’uso intenso che Mateen faceva dei social media, luogo privilegiato dove scatenare tutto il suo odio. “I veri musulmani non accetteranno mai i modi osceni di vita dell’Occidente”, scriveva tra l’altro su alcuni degli almeno cinque profili a lui associati.

Per questo adesso si chiede l’aiuto di Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook, per assistere gli inquirenti nel tracciare l’attività del killer sul social media.

(di Anna Lisa Rapanà/ANSA)

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La lobby delle armi sta con Trump. Duello con Hillary

Pubblicato il 22 maggio 2016 da redazione

US President Bill Clinton (R) and First Lady Hillary Rodham Clinton (L) talk prior to the arrival of the Czech President Vaclav Havel to the official State Dinner at the White House in Washington, DC, 16 September.  Clinton and Havel had a joint press conference earlier and Havel is expected to depart Washington 18 September.                  (ELECTRONIC IMAGE)  EPA/AFP/STEPHEN JAFFE

US President Bill Clinton (R) and First Lady Hillary Rodham Clinton (L) talk prior to the arrival of the Czech President Vaclav Havel to the official State Dinner at the White House in Washington, DC, 16 September. Clinton and Havel had a joint press conference earlier and Havel is expected to depart Washington 18 September. (ELECTRONIC IMAGE) EPA/AFP/STEPHEN JAFFE

WASHINGTON. – Tra Donald Trump e Hillary Clinton si accende anche il duello sulle armi, una delle questioni che più divide l’America. Ieri il candidato repubblicano, che in passato si era pronunciato per il bando delle armi automatiche, ha incassato l’endorsement della National Rifle Association (Nra), promettendo al popolo delle armi di proteggerlo e di eliminare anche le ‘gun free zone’, quegli spazi pubblici in cui è vietato portare pistole o fucili: scuole, chiese, uffici, e alcune aree delle basi militari. E ha bollato la rivale come “la candidata presidenziale più anti armi e anti secondo emendamento”, quello che garantisce l’autodifesa.

Hillary gli ha risposto presentandosi in Florida con la madre di Trayvon Martin, il teenager nero disarmato ucciso nel 2012 da un vicino che ha venduto all’asta la pistola del delitto per 100 mila dollari, ed altri genitori che hanno perso i figli in violenze legate alle armi da fuoco.

“Non possiamo permetterci 33mila morti l’anno”, ha twittato, precisando di sostenere il secondo emendamento ma di essere a favore delle misure di buon senso che rendano più severi i controlli sulla vendita e sul possesso di armi, come disposto recentemente da Barack Obama.

Un provvedimento, quest’ultimo, che invece Trump ha promesso di voler abolire, insieme a tutti gli altri emessi dal presidente americano, “in meno di un’ora appena arrivato alla Casa Bianca”.

Per Trump è stata una vera e propria standing ovation alla convention della Nra, dove ha cavalcato alla grande il sentiment della platea, che è quello dell’America profonda, ricambiato da un tifo da stadio.

“Hillary vuole togliervi le pistole. Vuole che la gente non si difenda, vuole abolire il secondo emendamento della nostra costituzione e vuole liberare pericolosi criminali. Noi non lo permetteremo, gli americani hanno il diritto di difendersi al 100%”, ha promesso.

Ma quasi ogni giorno gli Usa registrano morti, feriti o incidenti legati alle armi facili, come quella usata l’altro giorno vicino alla Casa Bianca da un uomo che è stato poi neutralizzato dal secret service.

Come sull’aborto e sui transgender, è un Paese spaccato in due quello rappresentato da Hillary e Trump in questa campagna elettorale: da una parte i cari di tante vittime innocenti, come Trayvon Martin, diventato icona del movimento ‘Black Lives Matter’, che combatte le violenze – soprattutto della polizia – contro le minoranze.

Dall’altra l’America riunita alla convention della Nra, che parla di “migliaia di patrioti in sala” e vanta di avere di 5 milioni di membri nell’associazione e decine di milioni di sostenitori delle armi in tutto il Paese.

“Mandiamo Hillary in pensione”, era lo slogan, mentre uno dei leader storici della Nra, Wayne LaPierre, invitava a far indossare alla Clinton “una tuta arancione”, come quella dei detenuti di Guantanamo.

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(ANSA) - ROMA, 22 OTT - "Finora, molte delle immagini diffuse sono dei fake, se c'è stato uso della forza da parte della polizia è stato limitato e comunque rispettava le disposizioni delle autorità" per il rispetto della legge. Lo ha detto il ministro degli Esteri spagnolo Alfonso Dastis alla Bbc, rispondendo ad una domanda sulla violenza della polizia il primo ottobre in Catalogna, durante le operazioni di voto del referendum indipendentista. "Se c'è stato uso della forza, e alcune immagini in effetti lo testimoniano, non è stato deliberato, ma è stato provocato", ha aggiunto Dastis.

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(ANSA) - IL CAIRO, 22 OTT - Un cacciatore di frodo ha avuto la peggio in una battuta al rinoceronte in un parco nazionale del nord della Namibia: è stato gravemente ferito ad una gamba dall'animale e poi arrestato. La vittoria del rinoceronte sul suo persecutore consumatasi nell'Etosha National Park è stata descritta dal sito del quotidiano "The Namibian" basandosi su informazioni della polizia di Kunene. L'uomo, Luteni Muharukua, di età imprecisata, era penetrato nel parco assieme ad altri bracconieri per cacciare rinoceronti. Mentre erano sulle tracce di un esemplare, l'altrimenti mansueto mammifero è "sbucato dal nulla e ha caricato" i criminali: nella fuga, Muharukua è caduto e il rinoceronte "lo ha gravemente ferito alla gamba". A minacciare l'esistenza di questi animali imponenti ma "dall'indole pacifica" è il commercio di corni che ha causato la morte della metà dei rinoceronti durante gli anni Settanta.

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