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Nyt: “Bombe in Yemen made in Italy”. Governo: “Già chiarito”

Pubblicato il 29 dicembre 2017 da ansa

 

ROMA. – “Bombe italiane, morti yemenite”. Con un video reportage pubblicato in prima pagina sul suo sito il New York Times rilancia un tema tanto delicato quanto noto: armi fabbricate in Italia e vendute all’Arabia Saudita sono state usate per bombardare civili innocenti in Yemen. Il governo italiano ha più volte spiegato che non c’è nessuna attività illegale dietro la vendita di armi dal momento che Riad non è oggetto di embargo internazionale nel settore degli armamenti, tanto più che è un paese alleato e fa parte della coalizione anti-Isis.

Fonti della Farnesina lo hanno ribadito ancora una volta: “La vicenda è nota ed il Governo ha già chiarito più volte, anche in parlamento”, hanno spiegato sottolineando che “l’Italia osserva in maniera scrupolosa il diritto nazionale ed internazionale in materia di esportazione di armamenti e si adegua sempre ed immediatamente a prescrizioni decise in ambito Onu o Ue”.

L’Arabia Saudita, hanno ricordato inoltre le stesse fonti “non è soggetta ad alcuna forma di embargo, sanzione o altra misura restrittiva internazionale o europea”.

L’inchiesta del Nyt è stata realizzata anche con la collaborazione del senatore del M5S Roberto Cotti e del deputato di Unidos Mauro Pili che hanno rivendicato entrambi di aver fornito per mesi al prestigioso quotidiano americano documenti, video e contatti, accusando il governo di avere “evidenti responsabilità”.

Nel reportage si ricostruisce minuziosamente il percorso che dal cuore della Sardegna conduce in Arabia Saudita e ci si chiede se, con la vendita di queste armi, l’Italia violi leggi nazionali e internazionali. La questione era stata sollevata già due anni fa, a gennaio del 2016, quando un gruppo di esperti incaricati dall’Onu di indagare sulle violazioni nel paese martoriato dalla guerra civile aveva certificato l’uso di ordigni della Rwm, azienda con sede legale in provincia di Brescia e controllata dal gruppo tedesco Rheinmetall, fabbricati nello stabilimento di Domusnovas, vicino a Cagliari.

I raid effettuati da Riad con quelle bombe di fabbricazione italiana, aveva avvertito l’Onu, possono costituire “crimini di guerra”. Lo scorso giugno un gruppo di organizzazioni umanitarie, tra le quali Amnesty International e Oxfam, hanno chiesto alle Camere di approvare una mozione conforme al provvedimento preso dal Parlamento europeo il 25 febbraio 2016 che invitava ad avviare “un’iniziativa finalizzata all’imposizione di un embargo da parte dell’Unione europea sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita”.

Dall’appello sono scaturite due mozioni, presentate da alcuni deputati di Sinistra Italiana, Articolo 1-Mdp, Movimento 5 Stelle e altri. I documenti sono stati respinti dalla Camera il 19 settembre. Approvate invece tre mozioni della maggioranza in cui il governo assicurava che avrebbe continuati “nel monitoraggio della crisi umanitaria in corso in Yemen sensibilizzando gli altri donatori sulla gravità della situazione e sostenendo gli sforzi in corso da parte delle Nazioni Unite affinché vengano mobilitate le necessarie risorse per finanziare l’azione di soccorso internazionale; a proseguire e a rafforzare le attività di assistenza umanitaria alla popolazione in linea con impegno finanziario assunto in sede di Nazioni Unite”.

Nessun riferimento specifico alla vendita di ordigni italiani all’Arabia Saudita ma un impegno “a favorire, nell’ambito delle regolari consultazioni dell’Unione Europea a Bruxelles, una linea di azione condivisa in materia di esportazioni di materiali di armamento”.

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I codici nucleari nelle mani di Trump, allarme Congresso

Pubblicato il 15 novembre 2017 da ansa

NEW YORK. – “Trump potrebbe scatenare un Olocausto nucleare in cinque minuti”: il titolo provocatorio è del magazine Newsweek. Ma molti in Congresso hanno preso molto sul serio la questione, tanto che per la prima volta in oltre 40 anni è stato avviato un attento esame sulle prerogative del ‘Commander in chief’ in caso di conflitto.

Prerogative che comprendono anche il potere di sferrare un attacco con armi atomiche. Basta aprire la valigetta con i codici segreti che segue sempre il presidente degli Stati Uniti, ovunque egli vada. L’ultima volta che le commissioni esteri di Camera e Senato si sono occupate di questa delicatissima materia risale al marzo del 1976: il presidente americano era Gerald Ford, subentrato a Richard Nixon travolto dal Watergate.

Ora il tema è tornato di strettissima attualità con la crisi della Corea del Nord, e dopo che Trump ha risposto più volte alle minacce del regime di Kim Jong-un evocando anche il ricorso al potentissimo arsenale nucleare americano. Il timore di molti è che il presidente possa decidere anche un attacco ‘non provocato’.

A lanciare l’allarme sono soprattutto i democratici, secondo i quali il presidente – che nel sistema Usa è l’unico ad avere l’autorità per ordinare un’ offensiva con le armi atomiche, senza alcuna possibilità di revoca dell’ordine – sta dimostrando di avere “un carattere troppo instabile e impulsivo” per non destare preoccupazione quando si tratta di entrare nella stanza dei bottoni.

Il timore è che possa davvero “ordinare irresponsabilmente” un bombardamento preventivo con armi atomiche sulla Corea del Nord. Del resto in agosto il presidente americano aveva minacciato sulla Corea del nord “fuoco e furia come il mondo non ha mai visto” se Pyongyang avesse continuato a sviluppare il suo programma nucleare militare.

All’assemblea generale dell’Onu in settembre, poi, il tycoon aveva parlato – scatenando una bufera – di “completa distruzione” della Corea del nord se fossero continuate le provocazioni del regime di Pyongyang. Il mese scorso fu lo stesso presidente repubblicano della della commissione esteri del Senato, Bob Corker, ad accusare Trump di portare gli Usa “sulla strada della terza guerra mondiale”, un rischio alimentato dalla retorica incendiaria del tycoon.

“Questa non è una discussione ipotetica”, ha affermato il senatore democratico Ben Cardin dando il via alla discussione in Congresso. “Siamo preoccupati che il presidente sia così instabile, così irascibile, che abbia un processo decisionale così ‘donchisciottesco’ che potrebbe ordinare un attacco nucleare, cosa ampiamente lontana dagli interessi di sicurezza nazionale degli Usa”, ha osservato un altro senatore democratico, Chris Murphy.

Per la maggior parte dei repubblicani, invece, nessun ostacolo dovrebbe essere posto alla capacità del presidente di difendere il Paese, anche usando i suoi poteri di ordinare il lancio di testate nucleari. “Il’Commander in chief’ deve sempre avere il potere di rispondere se finiamo sotto attacco”, ha sostenuto il senatore ed ex candidato presidenziale Marco Rubio.

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